Casino Royale

Ormai in pensione, James Bond è alle prese con intrighi internazionali complicatissimi, stangone belle e pericolose e un nipote degenere. Negli anni Sessanta, oltre a quelli di Blake Edwards e Richard Lester, si producevano un sacco di film dissacratori anche se non riusciti: operazioni autoreferenziali, piccole e grandi scoperte del camp (era di poco precedente il fondamentale saggio di Susan Sontag). Questa ad esempio è una pellicola assurda, scritta scavalcando un problema di diritti e diretta da cinque registi diversissimi uno dall’altro: tra i quali Val Guest, quello di Quatermass; il grande Huston, che aveva già fatto una cosa simile – ma più divertente – con I cinque volti dell’assassino ; il montatore e regista di western Robert Parrish… Senza dire dello script, cui mise mano anche Woody Allen (che, possiamo dirlo, fa il cattivo), o degli attori, da Orson Welles a Barbara Bouchet. Però che simpatia quel delirio, e che libertà dissennata e pop in questo film pur noioso e scombinato! (emiliano morreale) 

The Manchurian Candidate

Remake del film di John Frankenheimer del 1962, uscito in Italia col titolo Va’ e uccidi. Il capitano Bennet Marco (Denzel Washington), reduce della guerra del Golfo (quella del ’91), sbarca il lunario tenendo conferenze per conto dell’esercito. Viene così casualmente in contatto con un suo ex sottoposto che, visibilmente toccato nella psiche, gli rivela uno strano sogno che lo perseguita ogni notte, sempre identico e terrificante. Anche Marco accusa le stesse allucinazioni, giustificate dai medici militari che l’hanno in cura come «sindrome del Golfo». Marco comincia a indagare, cercando di recuperare i contatti con i superstiti della sua unità. Ma sono tutti morti. Tranne uno, Raymond Prentiss Shaw (Liev Schreiber), eroe di guerra, figlio di un’agguerrita senatrice (Meryl Streep), le cui ambizioni sono finanziate da una potente e misteriosa multinazionale, la Manchurian Global. Quando Shaw viene nominato a sorpresa candidato vice-presidente degli Stati Uniti alle primarie del suo partito, Marco ha la prova che anche il suo ex-sottufficiale – come lui e tutta la squadra – è stato sottoposto durante la guerra a un trattamento di lavaggio del cervello che fa parte di un complotto. L’obiettivo è mettere a capo dell’iperpotenza americana un fantoccio manovrabile a piacere, come un automa.
Certo non era facile confrontarsi con il film di Frankenheimer. Non certo per ragioni di «nobiltà cinematografica». Demme è regista di valore assoluto, avendo vinto un Oscar con Il silenzio degli innocenti e avendone fatto vincere un altro a Tom Hanks con Philadelphia. Qui realizza un film dove la tensione viene sempre tenuta alta, tranne alcune lentezze iniziali. Tuttavia non vince il confronto. Il clima da guerra fredda magistralmente evocato da Frankenheimer tra i postumi della guerra di Corea, viene attualizzato da Demme sostituendolo con la guerra del Golfo; l’ossessione dell’asservimento totale delle forze armate ai loro capi è tradotto nella corruzione dell’ambiente politico e istituzionale, entrambi asserviti alla dittatura dell’immagine (televisiva). Infine, la mela marcia viene trasferita dal cesto pubblico (l’esercito e il governo degli Stati Uniti) a quello privato (la multinazionale che istalla nei corpi dei soldati-cavie microchip in grado di annullarne la volontà a comando).
Non basta a Demme affidare a una Meryl Streep, come sempre fino irritante nella sua bravura – eccessiva come il personaggio di una tragedia classica – il ruolo della senatrice arrivista e malefica che sfrutta lucidamente il proprio figlio per raggiungere il potere supremo che a lei – solo in quanto donna – non sarebbe mai concesso. Il film è come bloccato su un altalenare di registri: dal thriller poliziesco alla fantascienza; dalla denuncia sociopolitica fin quasi sull’uscio del grottesco. E se il candidato manciuriano del ’62 provocò le critiche della destra come della sinistra, venendo perfino bandito dalle sale perché accusato di aver «ispirato» l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, quello di Demme è quanto meno tacciabile di cerchiobottismo. Infatti, questa volta non si è arrabbiato nessuno.
(enzo fragassi)

Cavalcando con il diavolo

Lungo il confine tra il Missouri e il Kansas, la Guerra di secessione si combatte tra i Jayhawkers, fedeli all’Unione, e i Bushwhackers, confederati irregolari. Tra questi c’è anche il giovanissmo Jake Roedel, che diventa adulto tra massacri, agguati e azioni di guerriglia. Accolto sfavorevolmente negli Stati Uniti,
Cavalcando con il diavolo
– penultimo film del taiwanese Ang Lee, tratto da un romanzo di Daniel Woodrell – è stato scorciato dalla distribuzione dagli originari 136 minuti agli attuali 115. Formulare giudizi sarebbe quindi improprio. Ciò che si può intuire è che Lee conferma la sua natura di regista buono per tutti le stagioni: un professional (ma niente di più) che si sarebbe trovato bene nella Hollywood degli anni d’oro. Per il resto,
Cavalcando con il diavolo
riprende interi segmenti da
I cavalieri dalle lunghe ombre
di Walter Hill (c’è perfino un Bushwhacker con la guancia bucata da un proiettile come Keith Carradine), tenta affondi che nelle intenzioni guardano a Michael Cimino, ma poi si perde in un’illustrazione innocua e senza vigore che, a dispetto del sangue versato, non depone granché a favore di Lee. Si salva Jonathan Rhys-Meyers, psicopatico lungocrinito obnubilato dalla guerra: ma è un po’ poco, nonostante il film (quel che ne resta) non si lasci seguire con fatica.
(giona a. nazzaro)

Alì

«Muoviti come una farfalla e pungi come un’ape», questa è probabilmente la frase più celebre del grande Mohamed Alì, quella che lo rispecchiava meglio quando era sul ring. Campione olimpico nel 1960 a Roma, Cassius Clay diventa campione del mondo dei pesi massimi nel 1964 alla tenera età di 22 anni, sconfiggendo Sonny Liston. Da qui parte il film di Michael Mann interpretato da Will Smith. Il giorno dopo la conquista del titolo, Clay annuncia la sua conversione all’Islam e cambia nome in Mohamed Alì. Da qui inizia la sua guerra personale contro il razzismo, i preconcetti della gente e il governo degli Stati Uniti, che lo chiama alle armi per andare a combattere in Vietnam: «Non andrò a litigare con i Vietkong», disse il campione. Ritiro del passaporto, processo per renitenza alla leva e ritiro della licenza da pugile. Ormai in ginocchio, Alì continuò la sua battaglia personale e, dopo l’assoluzione della Corte Suprema, dieci anni dopo il suo primo titolo mondiale, andò a Kinshasa a combattere contro il campione in carica George Foreman. Da tutti è considerato l’incontro di tutti i tempi, splendidamente raccontato da

Norman Mailer
, e a 32 anni Alì tornò in cima al mondo. Diventato leggenda già in vita, Mohamed Alì è una delle figure più rappresentative del Novecento. Opera titanica quella di Mann e altrettanto ammirabile quella di Will Smith, non solo per i 17 chili che ha dovuto prendere per assomigliare al campione, non solo per aver imparato a boxare come Clay, non solo per aver imparato a muoversi come Alì, ma soprattutto perché ha imparato a pensare come Mohamed Alì.
(andrea amato)

Broken Flowers

Single convinto appena scaricato dalla sua ultima ragazza, Don (Bill Murray) riceve una misteriosa lettera rosa. Il mittente, anonimo, è una sua ex. La donna gli rivela l’esistenza di un figlio di 19 anni, da poco partito alla ricerca del padre mai conosciuto. Spinto dal suo vicino di casa, Don parte per un viaggio attraverso il Paese, intrapreso allo scopo di incontrare quattro sue ex-fiamme (Frances Conroy, Jessica Lange, Sharon Stone e Tilda Swinton), ognuna delle quali potrebbe essere la madre del figlio mai conosciuto.
Già interprete di un riuscito episodio dell’altrimenti deludente Coffee & Cigarettes, Bill Murray torna a lavorare con Jim Jarmusch nel nuovo film del regista statunitense, Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes. Il protagonista di Lost In Translation , qui più intenso e stralunato che mai, regge da solo l’intera pellicola in una sorta di one man show nel quale entrano ed escono i divertenti personaggi di contorno, alcuni dei quali interpretati da comprimari di lusso come Jessica Lange e Sharon Stone. Jarmusch racconta la solitudine di un uomo cinico e tenero, cui Murray conferisce espressioni efficacissime. Quel che manca è una sceneggiatura convincente: a volte si ha la sensazione che Jarmusch abbia preferito affidarsi a un ottimo attore e al proprio indubbio mestiere, rinunciando a raccontare una storia, evocando più che narrando. Dedicato a Jean Eustache, regista francese morto suicida nel 1981 la cui foto campeggia tuttora sul tavolo da lavoro di Jarmusch. Gran Premio della Giuria e nomination alla Palma d’Oro a Cannes. (maurizio zoja)

Delitto + castigo a Suburbia

Una donna uccide il patrigno che l’aveva violentata e lascia che le colpe ricadano sulla madre. Che, dal canto suo, non fa nulla per discolparsi… Prendete
American Beauty
, togliete gli attori bravi (soprattutto Kevin Spacey), la regia stilizzata e i trucchetti di sceneggiatura. Quel che rimane è
Delitto + castigo a Suburbia
, un film il cui unico merito è forse di gettare un’ombra di salutare sospetto sul suo modello. Anche
American Beauty
era fasullo, ma almeno più sociologicamente intelligente. La somiglianza col film di Mendes è imbarazzante, e nonostante gli incongrui capitomboli registici si scivola pian piano nell’area del tv movie (con tanto di patrigno che abusa della figliastra: un must). Gli attori non sembrano particolarmente in vena (Michael Ironside, caratterista di cento war-movies, imita spudoratamente le smorfie di Jack Nicholson). Qualche ideuzza di regia (le immagini dalla tv), ma il film è proprio finto-giovane (Larry Gross, produttore e sceneggiatore del film è una vecchia volpe che ha scritto i copioni di
48 ore
,
Fino a prova contraria
e varie cose televisive). E per favore, non nominiamo Dostoevskij invano.

(
emiliano morreale
)

Hamlet 2000

Più di quaranta versioni cinematografiche dell’Amleto shakespeariano e ancora c‘è chi ha voglia di rivisitarlo. Hamlet di Michael Almereyda ambienta la storia fra i grattacieli di Manhattan e lo adatta all’epoca delle multinazionali: la lotta per il potere si mescola ai conflitti generazionali e al disagio di un universo giovanile upper class cresciuto con i media, il consumo, la riproduzione e il riciclaggio delle immagini.
Amleto è un regista senza grandi prospettive, sempre a disagio nelle circostanze pubbliche in cui la madre naturale (Diane Venora) e patrigno (il lynchano Kyle MacLachlan), proprietari della Denmark Corporation, fanno sfoggio del proprio potere e della propria ricchezza. Amleto si rapporta alla realtà attraverso una telecamera digitale, ha un approccio virtuale e dolente con il mondo, dialoga con gli altri e con se stesso servendosi di fotografie, estratti da film o clip delle sue videoregistrazioni. Lo spettacolo con cui Amleto smaschera i genitori assassini è un cortometraggio realizzato con frammenti eterogenei di altri film, telefilm o documentari. La celebre sequenza del monologo si svolge invece tra i corridoi gremiti di videocassette di uno dei tanti Blockbuster della Grande Mela. La crisi amletica si traduce in una vaga nostalgia paterna, che prende le mosse dalle apparizioni di un padre-fantasma (Sam Shepard) che assomiglia molto ad una delle innumerevoli immagini latenti e virtuali che popolano la solitudine del ragazzo. Al padre tradizionale, emblema di un passato imposto come un dovere che rivendica un posto nella vita interiore e nell’agire fatale di Amleto, pretendendo di essere ricordato e dunque vendicato, si contrappone la prospettiva di un futuro indecifrabile, codificato in numeri, transazioni di quote societarie e in cerimonie autopromozionali, che ad Amleto appare come una gabbia alienante. Sulla falsariga di Scream e di The Blair Witch Project , Hamlet è una metafora contemporanea di stampo giovanile sul potere delle immagini, sul tragico diniego globale e sulle conseguenze sul piano cognitivo ed esistenziale di questa pervasiva dimensione artificiale. (anton giulio mancino)