L’amante indiana

Il colono Tom Jefford salva la vita al valoroso apache Kociss e conquista la sua fiducia. Dopo aver sposato una ragazza indiana, Tom si prodiga per far terminare la guerra tra i bianchi e i pellerossa. Primo western revisionista (interpretato, curiosamente, dal conservatore James Stewart): gli indiani sono visti, una volta tanto, in un’ottica positiva. La sceneggiatura, candidata all’Oscar, fu scritta da Albert Maltz che non poté firmare con il proprio nome perché perseguitato dalla commissione anticomunista del senatore MacCarthy. Kociss è interpretato da Jeff Chandler che due anni più tardi tornerà a coprire lo stesso ruolo in
Kociss l’eroe indiano
di George Sherman.
(andrea tagliacozzo)

Ritorno a Peyton Place

Seguito de

I peccatori di Peyton
, diretto nel ’57 da Mark Robson. La giovane Allison riscuote un grande successo con un romanzo in cui ricostruisce i retroscena di una cittadina di provincia, Peyton Place. Gli abitanti del paese in questione, riconoscendosi nei personaggi del libro, reagiscono indignati. A farne le spese è Constance, la madre della ragazza. Inferiore al primo film, già di per sé non troppo brillante. Discreta la prova della Parker che riprende il personaggio interpretato nel ’57 da Lana Turner.
(andrea tagliacozzo)

Kociss l’eroe indiano

Il comandante di una guarnigione dislocata nel territorio degli Apache è riuscito a evitare ogni conflitto con gli indiani diventando amico del loro capo, Kociss. L’armonia viene turbata da un inviato del governo che vorrebbe trasferire i pellirossa in una riserva. Un western a dir poco convenzionale. Jeff Chandler aveva già interpretato la parte di Kociss ne
L’amante indiana
, un film di Delmer Daves del 1950.
(andrea tagliacozzo)

L’urlo della battaglia

Birmania, seconda guerra mondiale. Un gruppo di guastatori, alle direttive del generale di brigata Frank Merrill, deve impedire che le truppe tedesche si uniscano a quelle giapponesi. La marcia continua faticosa e insensata attraverso foreste tropicali, resti di templi buddhisti, piccoli villaggi di contadini, mentre gli agguati, le malattie e la fatica decimano la truppa. Il comando obbliga Merrill ad avanzare, benché allo stremo delle forze e malato di cuore… Samuel Fuller è uno dei cineasti fondamentali del dopoguerra, una personalità capace di colmare il grande divario rappresentativo esistente tra Hollywood e il resto del mondo. Forse per questo è stato adorato dagli autori europei, che lo hanno omaggiato invitandolo nei propri film: Godard in
Pierrot le fou
(1965), Wenders in
L’amico americano
(1977), e così via… Fuller è stato un traghettatore. Ha navigato da una sponda all’altra dell’immaginario cinematografico, e la sua zattera è stata il film di guerra. Guerra sporca, ripugnante, orrendamente massificata da entrambe le parti in causa. Non più alleati e nemici, vincitori e vinti, buoni e cattivi. Semplicemente, un manicomio all’aperto. Come in
Il grande uno rosso
(1980), dove una finta infermiera sgozza militari tedeschi a tempo di valzer, anche in
L’urlo della battaglia
Fuller coreografa la follia bellica inscenando alcune grandiose visioni di combattimento e di morte. Al di là dell’umano e della dignità, rimane il compito da assolvere: come bestie, come una mandria mandata al macello. Un capolavoro incontestabile, manomesso nel finale dalla produzione.
(francesco pitassio)

Superbo classico del cinema bellico, firmato dal più grande, cinico e disilluso maestro del genere,
L’urlo della battaglia
obbedisce molto meno di quel che sembra ai canoni patriottici di tanti film sulla seconda guerra mondiale. Nella strategia di seguire la lunga marcia nella giungla di un plotone di stremati soldati americani, impegnati in una missione impossibile, c’è la volontà di Fuller di mostrare l’aspetto meno edificante di ogni conflitto. Non c’è ombra di retorica eroica nella storia dell’inflessibile – e a suo modo crudele – colonnello Merrill (l’insuperabile Jeff Chandler, che interpretò tre volte sullo schermo il ruolo di Cochise) e dei suoi uomini, e l’obiettivo verrà raggiunto solo attraverso la progressiva consunzione e disumanizzazione dei soldati. Un capolavoro che è servito da modello al recente
La sottile linea rossa
.
(anton giulio mancino)