Il mattino dopo

Un’attrice fallita e alcolista, reduce da una colossale sbronza, si risveglia in un letto assieme a un cadavere. Ricercata dalla polizia, la donna trova un insperato aiuto in Turner Kendall, un ex poliziotto. I punti deboli del film, diretto da un Sidney Lumet ormai appannato, sono una Jane Fonda un po’ monocorde e una trama farraginosa e non troppo originale. Eccellenti, invece, Jeff Bridges e, soprattutto, Raul Julia. Kathy Bates, quattro anni più tardi vincitrice di un Oscar con
Misery non deve morire
, fa una breve apparizione nel ruolo di una vicina della vittima.
(andrea tagliacozzo)

Texasville

Seguito de
L’ultimo spettacolo
, diretto dallo stesso Bogdanovich vent’anni prima, con il quale la Leachman aveva vinto l’Oscar come migliore attrice non protagonista. Mentre la sua città, Amarene, sta per festeggiare il centenario della fondazione, Duane, petroliere in crisi finanziaria, ritrova un’antica fiamma, Jacy, appena tornata dall’Europa. Il film non regge di certo il confronto con l’impatto emotivo del precedente, ma è comunque degno di nota, anche grazie alle splendide prove di Jeff Bridges e Cybill Sheperd. Sottovalutato, sia in patria che all’estero.
(andrea tagliacozzo)

The door in the floor

Ted è uno scrittore di romanzi per adolescenti e vive con la bellissima moglie Marion a East Hampton nel New Jersey. Il loro equilibrio familiare viene sconvolto dalla morte dei due figli in un tragico incidente d’auto. Marion si allontana da Ted cercando conforto in relazioni extraconiugali, ma l’arrivo di Eddie, giovane assistente di Ted, cambierà le cose per entrambi.

Texasville

Divertente sequel di L’ultimo spettacolo, da un romanzo di Larry McMurtry. Il tempo ha modificato alcuni personaggi in vere caricature, non c’è una trama, ma una serie di vignette, alcune migliori di altre: Potts è bravissima nel ruolo della moglie di Bridges, mentre la Shepherd recita tutto il film senza trucco, sembrando (realmente?) sempre peggio in ogni scena.

Nadine – Un amore a prova di proiettile

Leggera ma gradevole commedia ambientata ad Austin nel 1954, su una parrucchiera incinta ma già prossima al divorzio che assiste incidentalmente a un omicidio proprio mentre tenta di recuperare alcune foto di nudo “artistico” per cui aveva posato in un momento di debolezza. Molto buono il cast, con Kim Basinger sorprendentemente in testa a tutti; l’orecchiabile brano sui titoli di coda è interpretato dagli Sweethearts of the Rodeo.

Il Grande Lebowski

Un giovane perdigiorno viene scambiato per un boss della mala suo omonimo, e viene poi cooptato da quest’ultimo per pagare un riscatto. La trama è poco più di una scusa per mettere in fila una serie di vignette surreali, alcune riuscitissime, altre semplicemente… strane. Il cast regala grandi interpretazioni, come quella di Turturro nei panni del giocatore di bowling Jesus.

K-PAX – Da un altro mondo

Alla Grand Central Station di New Yok durante una rissa si materializza un uomo con gli occhiali scuri. La polizia lo ferma e lo porta in manicomio. Dice di essere Prot (Kevin Spacey) e di venire da K-PAX, un pianeta a mille anni luce dalla noi. È arrivato sulla Terra su un raggio di luce per studiare la popolazione del pianeta BA-3… Lo cura il dottor Mark Powell (Jeff Bridges), il direttore della clinica psichiatrica di Manhattan che si appassiona al caso. Prot è gentile, calmo, buono, simpatico, soprattutto lucido. E porta sempre quegli occhiali scuri perché non tollera la luce. Gli altri pazienti lo ascoltano, seguono i suoi consigli, sperano di ritornare con lui su K-PAX. Perché Prot è qui provvisoriamente, in attesa di tornare il 27 luglio sul suo pianeta dove la famiglia non esiste, dove far l’amore è doloroso… Il dottore scava nel caso. Gli fa anche trascorrere una giornata con la sua famiglia, lo fa analizzare da un gruppo di scienziati che restano di sasso di fronte alle sue nozioni astronomiche, lo sottopone a ipnosi e scopre che quell’alieno è solo un uomo che ha subito una tragedia ed è un evidente caso di sdoppiamento della personalità…

Tratto dal romanzo di Gene Brewer,
K-PAX
parte da una premessa non originale (il matto che si crede un alieno e che viene a studiare gli umani), eppure la storia regge: anzi quel matto che divora la frutta (bucce di banane comprese) e che prende appunti in una strana grafia sembra proprio un extraterrestre che viene qui a farci riflettere su noi stessi. Fino a quando la terapia del dottor Powell non svolta con l’ipnosi, resta il dubbio che Prot venga davvero da K-PAX e che questa sia un’altra bella favola hollywoodiana. La realtà è diversa. Il regista inglese Iain Softly (
Le ali dell’amore
) è riuscito a non scadere nel melodramma (con qualche perplessità sulle scene finali) e nel patetico lacrimoso. Lasciando anche un finale non definitivo. Il messaggio è comunque chiarissimo: non c’è tempo da sprecare nella vita, meglio rendersi conto subito delle cose che contano, perché si può perdere tutto in un lampo. E allora il dottore ripenserà al suo rapporto assente con moglie (una brava Mary McCormack) e bambine e alla totale mancanza di dialogo con il figlio maggiore al college. Bella e curata la fotografia con efficaci giochi di luci e ombre che avvolgono i protagonisti (accattivanti anche gli scorci di Manhattan al di là del manicomio e splendido il New Mexico della parte finale). Strepitoso, come sempre, il pluridecorato agli Oscar Spacey (statuetta come migliore attore in
American Beauty
e come attore non protagonista ne
I soliti sospetti
), perfetto folle con i tic e gli atteggiamenti del malato, ma mai esagerati. Bravo anche Bridges nella parte del razionale psichiatra costretto dall’alieno a riconsiderare la sua vita affettiva. E per una volta nella storia del cinema il manicomio è visto come un ambiente quasi sereno, senza troppe violenze. Il film, che negli Usa è stato giudicato come un remake (o addirittura plagio) della pellicola argentina
Man Looking Southeast
del 1986, ha sbancato il botteghino nelle prime settimane di programmazione.

Una calibro 20 per lo specialista

Esordio nella regia di Cimino e uno dei più bei road-movies degli anni Settanta, se non uno dei più bei film americani del decennio tout court. Affogato in tramonti e stradoni, malinconico senza un’ombra di retorica, è figlio legittimo del miglior Penn e del miglior Peckinpah. Ma al barocco preferisce l’epica, la precisa volontà di raccontare una nazione. Il cinema degli anni Settanta sarà anche stato anti-hollywoodiano, ma è stato dominato (molto più che quello dei decenni successivi) dalla volontà di rileggere globalmente le radici di un paese. Ed è stata anche l’ultima volta in cui si sono fatti seriamente i conti con i generi, prima del citazionismo postmoderno. In questa storia di banditi in fuga che recuperano il bottino e cominciano a diffidare l’uno dell’altro, la sceneggiatura è di perfetta solidità e consente alla regia gli slanci lirici esatti. Decadenza e nostalgia non è per Cimino deragliamento e caos: c’è una sorta di classicità antihollywoodiana, di epica della decadenza, di precisione della fine. Nomination all’Oscar per Jeff Bridges. (emiliano morreale)

Tucker – Un uomo e il suo sogno

A Detroit, nel 1946, Preston Tucker progetta un’auto rivoluzionaria. Sulla strada della costruzione del prototipo trova ostacoli d’ogni genere, disseminati dalle potenti industrie concorrenti. Il film, splendidamente fotografato da Vittorio Storaro, è un sentito omaggio di Francis Ford Coppola alla fantasia e all’intraprendenza dell’americano medio. E non è difficile scorgere tra le righe un parallelo tra il mondo dei motori e l’ambiente del cinema (e, di conseguenza, tra Tucker e lo stesso Coppola). Tecnicamente, è uno dei migliori lavori del cineasta americano. Purtroppo non ha avuto la fortuna che avrebbe ampiamente meritato. (andrea tagliacozzo)

Tideland

La piccola Jeliza-Rose vive in uno squallido appartamento con i due genitori, entrambi tossicodipendenti. Alla morte della madre, suo padre decide di portarla nella vecchia casa di campagna della nonna, totalmente isolata dal mondo. Per sfuggire alla noia e all’alienazione, Jeliza-Rose si rifugia in fantasie cupe e ricerca la compagnia di una strana donna e di un ragazzo ritardato.

I cancelli del cielo

Nel 1870, nel Wyoming, gli avvocati James e Billy, ex compagni di corso ad Harvard, si ritrovano su fronti opposti: il primo, diventato sceriffo, difende gli immigrati provenienti dell’Est europeo che aspirano a un pezzo di terra da coltivare, mentre il secondo cura gli interessi dei potenti allevatori di bestiame che li vorrebbero sopprimere. Il film fu un fiasco di proporzioni colossali e mandò in rovina la United Artist che lo aveva prodotto. Il risultato finale, però, è quasi ingiudicabile, dato che del film ne esistono numerose versioni (tra le quali una da 219 minuti, mentre l’originale arrivava fino a 325). Quel poco che ne resta è sicuramente notevole. Una nomination agli Oscar. (andrea tagliacozzo)

Masked and Anonymous

Una leggenda della musica del passato viene liberata di prigione per presentare un concerto televisivo di beneficenza. Dylan e Charles (usando pseudonimi) firmano questo disastro, ambientato in un’America immaginaria diventata uno stato di polizia. Il racconto lungo e insipido, la non-interpretazione di Dylan e un’aria pomposa uccidono il film. Angela Bassett, Bruce Dern, Ed Harris, Val Kilmer, Cheech Marin, Chris Penn, Giovanni Ribisi, Mickey Rourke, Christian Slater, e Fred Ward sono fra quelli che compaiono in cammei.

I favolosi baker

A Seattle, i fratelli Frank e Jack Baker, pianisti jazz, si esibiscono in diversi locali della città con alterna fortuna. Per risollevare le sorti del duo, decidono di ingaggiare un’avvenente cantante, Susie Diamond. Le cose cominciano a girare per il verso giusto, anche se una storia d’amore nata tra Jack e Susie fa sorgere dei malumori tra i due fratelli. Ottimamente interpretata dai due Bridges, fratelli anche nella vita, e dalla sensualissima Pfeiffer, una commedia dolceamara intrigante e ben girata, ma non sempre all’altezza delle sue ambizioni. Prodotto, tra gli altri, da Sydney Pollack.
(andrea tagliacozzo)

Il Grinta

Vendetta e coraggio in un Western diretto dai fratelli Coen. Ambientato intorno al 1870, nell’America di frontiera subito dopo la Guerra Civile, è raccontato da Mattie Ross, che a 14 anni si mette in viaggio verso Fort Smith, nell’Arkansas determinata ad ottenere giustizia per la morte del padre, ucciso a sangue freddo. Mattie Ross (Steinfeld) arriva a Fort Smith unica rappresentante della propria famiglia, in cerca del codardo Tom Chaney (Brolin), che si dice abbia ucciso suo padre in cambio di due pezzi d’oro, prima di fuggire in Territorio Indiano, facendo perdere le sue tracce.
Determinata ad inseguire Chaney per vederlo un giorno impiccato, Mattie chiede aiuto ad uno dei più spietati sceriffi della città – l’ubriacone dal grilletto facile Rooster Cogburn (Bridges), che, dopo aver rifiutato più volte, alla fine accetta di aiutare Mattie a trovare Chaney. Ma Chaney è già inseguito dal ciarliero Texas Ranger LaBoeuf (Damon), che da la caccia al killer per riportarlo in Texas e riscuotere la grossa taglia che pende sulla sua testa – circostanza che porta il trio ad incontrarsi lungo la strada. Ciascuno con i propri principi e la propria morale, cavalcano verso un futuro imprevedibile avvolto nella leggenda e fatto di errori e brutalità, di coraggio e delusioni, accanimento e purissimo amore. Addiirittura ben 10 nomination agli Oscar (tra cui Miglior Film, Regia e Sceneggiatura Non Originale), ma nessuna statutetta!

L’ultimo spettacolo

Acuto ritratto (tratto da un romanzo di Larry McMurtry, sceneggiato dallo stesso Bogdanovich) della vita in una cittadina del Texas negli anni Cinquanta e di come le esistenze dei protagonisti finiscono per intersecarsi. Johnson e la Leachman vinsero l’Oscar per la loro eccellente interpretazione, ma tutto il cast funziona benissimo. Ottima la fotografia in bianco e nero di Robert Surtees. Debutto cinematografico della Shepherd. Con un sequel: Texasville. L’edizione speciale rieditata da Bogdanovich nel 1990 include sette minuti di materiale originariamente tagliato.

Doppio taglio

Jack Forrester, editore di successo con ambizioni politiche, viene accusato dell’omicidio della moglie, orrendamente seviziata. A difenderlo è chiamata una brillante avvocatessa, Teddy Barnes, che dapprima sembra riluttante, ma poi, dopo aver conosciuto l’editore, accetta l’incarico. Giallo ben costruito e ricco di suspense, con un Jeff Bridges ambiguo al punto giusto. Straordinario Robert Loggia nei panni dello sboccato mentore di Glenn Close.
(andrea tagliacozzo)

Starman

Un film di fantascienza estremamente piacevole ed educato su un alieno che arriva sulla terra e rapisce una giovane vedova per farsi aiutare ad attraversare il paese e poter raggiungere la sua astronave. Il problema più grande, per lei, è che lui ha preso le sembianze del defunto marito e lei se ne sente attratta. Una storia familiare e poco originale ravvivata dai due protagonisti. Divenuto una serie tv. Panavision. Una nominationa Jeff Bridges come Miglior Attore Protagonista.

Fearless – Senza paura

Un uomo ha la sensazione che la sua vita, il suo aspetto e la sua intera ragion d’essere siano cambiati dopo il terribile incidente aereo al quale è sopravvissuto: non riesce più a rapportarsi con la sua famiglia, ma è attratto da un’altra superstite (Perez), che non riesce a sopportare la perdita del suo bambino nell’incidente. Scrittura e recitazione sopra la media, con Bridges (bravo come sempre) eguagliato dalla Rossellini (alla sua prova migliore, nel ruolo della moglie) e dalla Perez. Sceneggiatura di Rafael Yglesias, basata su un suo romanzo. Una nomination all’Oscar per Rosie Perez.

Cattive compagnie

Due giovani criminali, diversi come il giorno e la notte, si aprono la via verso il West durante la guerra civile: piacevole e divertente, soprattutto grazie alla eccezionale fotografia di Gordon Willis e ai pezzi di pianoforte scritti da Harvey Schmidt per la colonna sonora. Sceneggiatura dello stesso Benton (debuttante) e di David Newman.

8 milioni di modi per morire

L’ex poliziotto Matt Scudder, reduce da una cura di disintossicazione dall’alcool, è deciso a vendicare la morte di un’amica, la prostituta Sunny, uccisa da uno spietato trafficante di droga, Angelo Maldonato. Per riuscirci, si serve di Sarah, già amante del losco individuo. L’ultimo film di Hal Ashby non è uno dei sui migliori, ma colpisce spesso nel segno e si fa notare per l’ottima prova di Jeff Bridges e dell’emergente (all’epoca) Andy Garcia. La sceneggiatura del film, tratta da Mille modi per morire di Lawrence Block, porta le firme di David Lee Henry e Oliver Stone. (andrea tagliacozzo)

Due vite in gioco

Terry, un ex giocatore di football americano, viene spedito dal presunto amico Jake nell’America centrale con il compito di ritrovare la giovane Jessie, sua amante, fuggita dopo avergli sottratto cinquantamila dollari. L’uomo riesce a rintracciare la ragazza, ma fa anche il grosso sbaglio d’innamorarsene. Inutile remake de
Le catene della colpa
, splendido noir diretto nel 1947 da Jacques Tourner e interpretato da Robert Mitchum, Kirk Douglas e Jane Greer (che qui è invece la madre della protagonista). Il cast tecnico e artistico è di tutto rispetto, ma il confronto con l’originale è assolutamente improponibile. Celebre la canzone
Against
all Odds di Phil Collins che fa da leitmotiv al film.
(andrea tagliacozzo)