Fino alla fine del mondo

In un futuro non molto lontano, la Dommartin si unisce a Hurt per una missione misteriosa intorno al mondo che condurrà alla creazione di un congegno capace di ridare la vista ai ciechi. Nato come “l’ultimo road-movie”, la storia non decolla almeno fino a metà film, mentre personaggi e soggetti sono tutti una gran confusione. Persino le ambientazioni (quindici città di quattro continenti) non sono d’aiuto. Alcuni sprazzi di brio sono dati da von Sydow, dagli effetti cinematografici ad alta definizione e da una colonna sonora composita, ma il tutto resta comunque assai deludente.

Avik e Albertine

Fiaba affascinante, anche se non del tutto riuscita: negli anni Trenta, un ragazzino eschimese viene trascinato via dal natio Canada e portato nella “civiltà” da un realizzatore di mappe. Il resto della vita del ragazzo si dipana come uno strano sogno. Le immagini talvolta allucinatorie di Ward e l’atmosfera mistica ne fanno un film avvincente da guardare, anche quando il senso della storia vacilla. Pieno di interpretazioni straordinarie, incluso un cammeo dalla sempre magnifica Moreau. Super 35.

Una Rolls-Royce gialla

Dramma ben congengnato di Terence Rattigan che coinvolge i tre proprietari dell’auto sopra citata, con attenzione prestata al lato romantico nella vita dei suddetti; artefatto ma anche ben trattato. Panavision.

Relazioni pericolose

Rivisitazione moderna del romanzo del XVIII secolo che parla di relazioni perverse… e chi meglio di Vadim per filmarle? Lo spirito è fedele a quello originario, anche se qui i protagonisti sono una coppia sposata (!) che fa avanti e indietro fra Parigi e le Alpi. Ci si diverte, fra interpretazioni maiuscole e una colonna sonora jazz di Thelonious Monk, Art Blakey e Duke Jordan (che regala anche una comparsata). Da non perdere l’impagabile prologo che Vadim ha realizzato nel 1961 per il pubblico americano. Vadim girò nuovamente questa storia nel 1976 con il titolo Una femmina infedele.

Mr. Klein

In Francia, nel 1942, l’antiquario Robert Klein si arricchisce con le opere d’arte sottratte agli ebrei deportati. Scambiato per un suo omonimo di religione ebraica, che la polizia ricerca per essere condotto ai campi di sterminio, l’uomo non riesce a convincere le autorità della sua vera identità. Cerca quindi di emigrare con un passaporto falso. Scritto da Fernando Morandi e Franco Solinas, il film è fin troppo scoperto e didascalico nel suo assunto, anche se la regia di Joseph Losey, benché fredda e distaccata, riesce a trascinare lo spettatore in una angosciosa atmosfera da incubo. A suo modo efficace l’interpretazione di Alain Delon.
(andrea tagliacozzo)

Il passo sospeso della cicogna

In un villaggio greco ai confini con l’Albania, crocevia di profughi di mezzo mondo, un reporter televisivo crede di riconoscere in un coltivatore di patate un uomo politico dato per disperso da anni: al che chiama sul posto la presunta vedova. Ad Angelopiulos non interessa risolvere l’enigma quanto celebrare il mito della ricerca senza met, e quello della frontiera: dei popoli come dell’anima. Tutto sa di metafora, e tra i soliti indugi contemplativi e i piani sequenza soporiferi il film si perde e si spappola come i suoi personaggi.

Il diario di una cameriera

La parigina Celestina diventa la domestica della villa di campagna della ricca signora Monteil e dovrà sopportare lei, il padre vizioso, il marito erotomane e il giardiniere fascista. Remake di un film di Jean Renoir (1946), anche Bunuel adatta per lo schermo un romanzo di Ocatve Mirbeau, e per il suo primo e unico film in formato panoramico non fa sconti a nessuno: ricchi e poveri, giovani e vecchi, rivoluzionari e reazionari, tutti accomunati da perversioni, avidità e ambizioni.

La sposa in nero

Per una futile scommessa, cinque amici uccidono con un colpo di fucile uno sconosciuto che si è appena sposato. La moglie di questi decide di vendicarlo eliminando uno ad uno i suoi assassini. Tratto dal romanzo di Cornel Woolrich (firmato come William Irish), un noir sottile e inquietante, quasi un omaggio di François Truffaut al maestro Hitchcock (confermato dalla scelta di Bernard Herrmann, musicista preferito del regista inglese, come autore delle musiche del film). Curiosamente, tra i film meno amati dallo stesso Truffaut tra quelli da lui diretti.
(andrea tagliacozzo)

Nikita

Nikita, giovane tossicodipendente, viene condannata all’ergastolo per l’omicidio di un poliziotto. Per sfuggire alla pena, la ragazza sceglie, suo malgrado, di diventare un sicario dei servizi segreti. Uno dei film più riusciti del non sempre eccelso Luc Besson, con una Anna Parillaud semplicemente straordinaria e un impeccabile Jean Reno nei panni del killer che si fa chiamare «L’eliminatore». Spettacolare e violento, sulla scia degli actioner americani. Il film ha avuto l’onore di ben due remake: il primo realizzato negli Stati Uniti, diretto da John Badham e intitolato Nome in codice: Nina ; il secondo, dal titolo Black Cat , girato a Hong Kong da Stephen Shin. (andrea tagliacozzo)

Grisbi

Un elegante gangster francese che ha messo a segno un intrepido colpo rinuncia al suo piano di tenere il bottino nascosto per salvare la vita del suo impetuoso miglior amico. Al tempo stesso, una rappresentazione di un certo stile di vita e un thriller criminale; non pretenzioso e realizzato con mestiere, con una tipica prova dominante dell’irraggiungibile Gabin. Titolo alternativo in Usa: Don’t Touch the Loot.

Storia immortale

Intrigante vicenda (tratta da una storia di Isak Dinesen, ovvero Karen Blixen) su un mercante moralmente fallito (Welles), che vuole trasformare in realtà il mito secondo il quale un marinaio sedurrà la moglie di un uomo ricco. Una pellicola di ottima fattura, a tratti smagliante, originariamente realizzata per la televisione francese.

I santissimi

Depardieu e Dewaere sono due rozzi delinquenti che si comportano come ragazzini nonostante l’età: commettono crimini insignificanti, terrorizzano e si dividono le donne. Spassosa, spigliata e a tratti poetica disamina sull’alienazione. La Moreau compare per poco nelle vesti di una ex-truffatrice che se la intende coi due ragazzi.

La notte

In questo studio sull’incomunicabilità, la Moreau è annoiata e in crisi con lo spento marito Mastroianni. Suggestivo, introverso, astratto, tutto in superficie, pieno di “immagini vuote, senza speranza”. Secondo capitolo della cosiddetta “trilogia esistenziale”, preceduto da L’avventura e seguito da L’eclisse, il film cerca di definire alcune costanti delle usanze, in cui il lento disfarsi dei rapporti coniugali vuole essere il segno di altre crisi: Antonioni descrive una condizione di disagio esistenziale e l’ambienta dentro uno spazio che schiaccia l’individuo con il suo caso tecnologico e neocapitalistico, finendo solo per raccontare le vaghezze e le ambiguità di uno sconcerto esistenziale incapace di trasformarsi in una vera coscienza critica. Orso d’oro a Berlino.