Honolulu Baby

L’ingegner Colombo sta per essere licenziato dalla solita multinazionale, che tuttavia prima di notificargli la lieta novella decide di sbatterlo nel lontano Melancias, dove sono già scomparsi altri suoi sventurati colleghi. Qui però conosce un attempato amatore francese e viene presto raggiunto persino dalla moglie, che sembrava invece avergli dato il benservito. Sono almeno vent’anni che Maurizio Nichetti non incontra il favore del pubblico cinematografico, anche se in fondo – dai tempi di
Ho fatto splash
e
Rataplan
– è rimasto sempre lo stesso. Ed è forse per questo che, dopo l’immeritato insuccesso di
Luna e l’altra
, Nichetti è tornato sui suoi passi, riprendendo il personaggio dell’imbranato Alberto Colombo di
Ratataplan
e spedendolo (ben poco casualmente) in un luogo in capo al mondo dove è possibile ricostruirsi un’esistenza. Questo di
Honolulu Baby
è un Nichetti tenero e sentimentale, sempre abbastanza stralunato e imprevedibile, straordinariamente agile anche se fin troppo maturo e consapevole rispetto agli anni Settanta, quando sembrava un’appendice in carne e ossa dei cartoon di Bruno Bozzetto.
(anton giulio mancino)

Tandem

Fine anni Ottanta. Il presentatore radiofonico Mortez, insieme al suo tecnico Rivetot, attraversa in lungo e in largo la Francia con il quiz
La lingua del gatto.
Una trasmissione di piazza, un successo da oltre venticinque anni. Improvvisamente la radio ha deciso di chiuderla. Un telegramma li insegue per i comuni francesi con la comunicazione. Rivetot cercherà in tutti i modi di nascondere la cosa a Mortez: sarebbe una delusione troppo grande per un uomo che ha legato la sua esistenza a questo programma. La coppia, a bordo di un auto scassata, combatte ogni giorno contro i mulini a vento, odierni Don Chisciotte e Sancho Panza, persi in picaresche avventure. Rivetot sempre pronto a seguire il vecchio Mortez, come un fedele scudiero, pronto a difenderlo e a soccorrerlo. Ma cosa succederà quando il vecchio conduttore scoprirà che ha perso il lavoro della sua vita?

Tandem
uscì in Francia nel 1987. Grazie al successo dell’ultimo film di Patrice Leconte,
L’uomo del treno,
arriva in Italia dopo quindici anni. Un peccato e una fortuna insieme. Un peccato che si sia dovuto aspettare così tanto tempo per vedere un grande film. Un altro dopo
Il marito della parrucchiera, Ridicule
e lo stesso
L’uomo del treno.
Leconte ha abituato bene i suoi spettatori.
Tandem
è surreale, tragicomico, grottesco. Ma anche esilarante e macchiettistico. Un peccato che si sia dovuto aspettare così tanto per vedere un’altra magistrale interpretazione di Jean Rochefort. Un attore di grande momento cinematografico, che in ogni gesto ed espressione facciale svela un pezzo di palcoscenico teatrale. Ma è anche una fortuna. Perché vedere questo film è come ritrovare una vecchia fotografia nel fondo di un cassetto: piacere e malinconia allo stesso tempo. Dopo quindici anni ritroviamo un modo di fare cinema vicino a Jim Jarmusch. Un’ormai vecchia canzone di Riccardo Cocciante, cantante popolare in Francia, scandisce il tempo narrativo e ci fa un po’ immalinconire in mezzo alle gag dei due protagonisti. Si ride molto e bene. Un film che non può essere perso per una seconda volta.
(francesco marchetti)

I miei primi quarant’anni

Dall’omonimo libro autobiografico di Marina Ripa di Meana. Vivace e turbolenta fin dall’infanzia, Marina è iniziata al sesso dalla cameriera. Il matrimonio con il duca Caracciolo e la successiva nascita della figlia Lucrezia non riescono a soddisfare le ambizioni della donna che, dopo la sofferta ma inevitabile separazione dal marito, apre un atelier di moda. Definire cinema quest’accozzaglia di sequenze, una meno interessante dell’altra, tagliate e cucite alla meno peggio, è un’offesa mortale alla settima arte. (andrea tagliacozzo)

L’uomo del treno

Un uomo misterioso arriva in treno in una cittadina di provincia, che gli appare semideserta. In una farmacia incontra un uomo che gli offre ospitalità. Quest’uomo è un professore di francese in pensione, scapolo, che vive in una grande casa con giardino, dall’arredamento un po’ tetro e i muri scrostati. Il professore ha sempre sognato di essere un avventuriero come quell’uomo sceso dal treno, che a sua volta vorrebbe avere una vita tranquilla come quella del professore, fatta di pantofole e lezioni private di poesia. I due dovranno passare tre giorni insieme, impareranno a conoscersi e a stimarsi. Il desiderio di invertire le vite si fa sempre più forte. Il professore deve operarsi e ha paura, l’uomo del treno deve rapinare una banca, ma ha paura. Il destino li legherà involontariamente. Un film molto bello, presentato a Venezia quest’anno, dove ha strappato gli applausi più convinti della Mostra. Una pellicola sulle occasioni perse, ma anche un invito a non arrendersi, non è mai troppo tardi per cambiare le cose. Basta volerlo. Molto poetico, delicato, con la musica che accompagna lo spetattore per tutta la durata del film in questo bellissimo viaggio dentro se stessi. Gli attori sono eccezionali: Jean Rochefort e Johnny Hallyday, così diversi e così bravi a completarsi e a bilanciare l’equilibrio del film. Il ritmo è ottimo, mai un momento di distrazione, l’ironia, a volte amara, rende molto piacevole la visione. Assolutamene da non perdere.
(andrea amato)

Lost In La Mancha

Terry Gilliam insegue, da oltre dieci anni, il sogno di realizzare un film su Don Chisciotte. Dieci anni di tentativi falliti, di finanziamenti perduti. Ma nel giugno del 2000 il sogno sembra divenire realtà. Gilliam ottiene un finanziamento europeo di 32 milioni di dollari. Un kolossal, confrontato con i budget abituali del Vecchio Continente. Ottiene anche la partecipazione di Jean Rochefort, nel ruolo di Don Chisciotte, di Johnny Depp e della sua compagna Vanessa Paradis. Così il regista anti-Hollywood può iniziare la sua pre-produzione. Chiede a due registi indipendenti, Keith Fulton e Louis Pepe di realizzare un documentario sulle otto settimane che precedono l’inizio delle riprese. Da questo momento una sorta di maledizione sembra abbattersi sulla lavorazione e le situazioni tragicomiche si moltiplicano. Una tempesta di proporzioni bibliche distrugge le attrezzature cinematografiche causando danni incalcolabili. Rochefort è costretto ad abbandonare il set per una malattia. I produttori cercano di convincere le assicurazioni a coprire i costi. Ma tutto sembra naufragare.

Gilliam aveva invitato Keith Fulton e Louis Pepe, due registi indipendenti, a girare un documentario promozionale sulla sua opera. Naufragate le speranze di vedere terminata quest’ultima, il
making of
che sarebbe dovuto servire da lancio al film di Gilliam diventa il nuovo film di Fulton e Pepe. Un interessante lungometraggio sulle difficoltà che si incontrano nel mondo dell’industria cinematografica. Il regista diventa il protagonista (l’accostamento con Don Chisciotte è fin troppo facile) e i protagonisti le comparse. È il caso di Vanessa Paradis che appare solo di sfuggita e non recita nemmeno una battuta. Assumono invece importanza tutti i componenti della troupe. Si ride delle battute di un assistente alla regia o di una costumista. Il film che ne esce è uno dei documenti più interessanti mai realizzati sulla grande macchina del cinema. A differenza dei soliti backstage, Lost in La Mancha non mostra le scene tagliate ma racconta quanto è dura riuscire ad arrivare all’inizio delle riprese. Gli attori, per esempio, si fanno pregare per le prove dei costumi e parlano solo attraverso il proprio agente e le assicurazioni non sborsano una lira in caso di incidenti.
Il film mostra però anche tutto l’entusiasmo che decine di persone mettono nella realizzazione di una pellicola. I bozzetti del regista sono scene ancora in embrione, proiezioni della sua mente. La sceneggiatura si modella sulla personalità degli interpreti. Le scenografie sono opera di artigiani e artisti che amano il loro lavoro. Nel documentario vengono recuperate alcune scene che avrebbero dovuto essere inserite nel lungometraggio mancato: ci sembra di essere sul set perché gustiamo il passaggio dal prima al dopo, l’uso dei filtri, i trucchi della telecamera. Questo documentario, realizzato grazie all’autopsia di oltre ottanta ore di filmati, è un omaggio alla creatività, alle idee, ma anche al sudore e allo spirito di sacrificio. Resta però l’appetito perché il Rochefort visto in costume sembra davvero la reincarnazione del Don Chisciotte disegnato da Dorè.
(francesco marchetti)

L’uomo di Hong Kong

Liberamente ispirato a un romanzo di Jules Verne, il film racconta di un miliardario annoiato, desideroso di sfidare la morte, che stipula un’assicurazione sulla vita a beneficio della fidanzata. L’incontro con una splendida spogliarellista gli fa tornare la voglia di vivere, ma intanto la madre della sua ragazza progetta di eliminarlo. Spunti divertenti si alternano a momenti di stanca. (andrea tagliacozzo)

L’apparenza inganna

Dal regista de La cena dei cretini , una commedia degli equivoci tipicamente francese. François Pignon, un uomo grigio e depresso, viene licenziato dall’azienda di profilattici in cui lavora da vent’anni. Un suo vicino di casa gli suggerisce di fingersi omosessuale per evitare il licenziamento. Questa dichiarazione sconvolge completamente la sua vita: risolve il problema con il figlio che lo ignorava, dimentica l’ex moglie che lo faceva soffrire, suscita interesse nei colleghi che fino ad allora l’avevano ignorato. Il primo tempo regge abbastanza la buona idea del soggetto, ma finisce per banalizzare ogni cosa e si risolve con un lieto fine davvero zuccheroso. Un buon cast sfruttato male. (andrea amato)

L’erede

Bart, giovane erede di un grande complesso siderurgico ed editoriale, affida a un detective l’incarico di far luce sulla morte del padre, avvenuta in circostanze misteriose. Il neo capitano d’industria, deciso a rinnovare la conduzione dell’azienda, si accorge che qualcuno sta tramando contro di lui. La banalità del soggetto è in parte riscattata dalla bravura degli interpreti.
(andrea tagliacozzo)

Mio Dio come sono caduta in basso

La nobile siciliana Eugenia di Maqueda, allevata dalle suore e cresciuta lontano dal padre, che vive a Parigi, sposa il giovane Raimondo Corrao. Prima che il matrimonio tra i due possa essere consumato, dalla capitale francese giunge una lettera nella quale il padre comunica alla ragazza che il neo marito è in realtà suo fratello. Scritto e diretto dallo stesso Comencini, un film non del tutto riuscito, in gran parte costruito sull’avvenenza della Antonelli.
(andrea tagliacozzo)