Adrenalina Blu

Scarburato. L’epopea di
Michel Vaillant,
asso del volante creato dal
cartoonist
francese Jean Graton sul finire degli anni Cinquanta, rivive sullo schermo ad opera del regista Louis-Pascal Couvelaire. La sceneggiatura, scritta da Luc Besson e Gilles Malençon, rende omaggio al fumetto d’origine ma non preme sull’acceleratore della fantasia. Ne risulta un film dal potenziale alto ma inespresso.

Michel Vaillant (Sagamore Stévenin) è un eccellente pilota ma anche un figlio premuroso, un amico sincero, un amante della natura e… un gran bel ragazzo. Domina con la scuderia del padre (Jean-Pierre Cassel), la Vaillante, il campionato di rally ma il suo sogno è correre la 24 ore di Le Mans. Quando giunge finalmente il momento, Michel scopre che anche le odiate e tenute Leader della perfida Ruth Wong (Lisa Barbuscia, perfida sì ma anche conturbante assai) saranno della partita, dopo cinque anni di lontananza dalle corse. E non si fermeranno di fronte a nulla pur di fare loro la posta. La gara per la vittoria si trasforma così in una lotta per la sopravvivenza.

Il fumetto di Graton, il primo ad avere come protagonista un pilota, conquistò un amplissimo seguito sin dal suo primo apparire, nel 1957, sulle pagine del
Journal Tintin.
Il suo ideatore, nativo di Nantes, in Bretagna, ma trasferitosi in Belgio dove compì gli studi, intuì le potenzialità del personaggio e vi si applicò con maniacale cura del dettaglio. Ciò ha valso al fumetto una lunga e fortunata esistenza e fan devoti ben oltre i confini franco-belgi. Una delle caratteristiche del Vaillant fumetto è sempre stata quella di mischiare finzione e realtà: l’asso di carta ha duellato in pista con piloti reali come Jacky Ickx e Michael Schumacher. Nel film di Couvelaire, invece, la dimensione fantastica si smarrisce piano piano nel rombare dei motori e nelle virtuosistiche riprese delle acrobazie in pista. Sfacciata l’onnipresenza del marchio di una nota benzina transalpina. La scena del rifornimento prima della corsa potrebbe essere presa e usata come spot
sic et simpliciter.
D’altronde, c’è rimasta solo più Striscia la notizia a scandalizzarsi per le (palesi) pubblicità occulte. Scarburato.

(enzo fragassi)

Il buio nella mente

A Saint-Malo la famiglia Lelièvre assume una nuova governante, Sophie (Sandrine Bonnaire). Irreprensibile nella conduzione delle faccende domestiche, la donna appare assolutamente impenetrabile agli occhi della famiglia alto borghese, persa peraltro nelle proprie meschinità quotidiane. L’unica persona in paese con cui Sophie riesce a legare è la bizzarra postina Jeanne (Isabelle Huppert). Ma questo legame non è troppo benaccetto ai Lelièvre, e la violenza è pronta a esplodere. Sono oramai più di quarant’anni che Claude Chabrol descrive con pazienza entomologica e crudeltà da aracnide le vicende della Francia rurale e provinciale, concentrandosi sull’astratta ottusità dei meccanismi sociali del volto meno noto di una nazione spesso identificata con il cosmopolitismo della propria capitale. Ma è qui che la Francia di Vichy trova le sue radici. Ed è questa immutabilità, troppo spesso ammantata di un velo di nuova fattura, ciò contro cui si scaglia l’astio rivoluzionario di Jeanne e Sophie. Odio immotivato e freddo e puntuale nella sua scansione. Il titolo originale infatti è
La Cérémonie
, e rivela tutta la fulgida lucidità di una successione di atti, scontati eppure finalizzati, e di comportamenti in apparenza normali, ma posseduti da una violenza inespressa, unico motore di un’esistenza ormai privata dell’ideologia del conflitto di classe.
Il buio nella mente
conferma nel migliore dei modi l’assoluta intangibilità del magistero di Chabrol, che assomma un’opera all’altra, una variazione all’altra con la leggerezza dei
Lieder
di Schubert e la gravità delle sonate di Chopin.
(francesco pitassio)

Parigi brucia?

Slegata ricostruzione in stile pseudo-documentaristico della Francia della seconda guerra mondiale che mostra la liberazione di Parigi e il tentativo dei nazisti di bruciare la città. Cammei di artisti internazionali rendono confuso il film spezzettato fatto in Europa. Sceneggiatura di Gore Vidal e Francis Ford Coppola, dal libro di Larry Collins-Dominique Lapierre. Due nomination agli Oscar nel 1967.

Il fascino discreto della borghesia

Un gruppo di borghesi (due coppie, una ragazza e l’ambasciatore di una nazione latinoamericana) non riesce a ultimare un pranzo di società, e passa attraverso una serie di assurde vicissitudini. Di tanto in tanto, li ritroviamo a camminare per una strada di campagna. Nel pieno della sua seconda giovinezza (tra i sessanta e gli ottant’anni), Buñuel rimane il vecchio surrealista di sempre – anzi, forse il maggior artista surrealista di tutti i tempi – anche quando abbassa il tono del racconto e approda a un capolavoro di understatement. Una sceneggiatura piena di un continuo, quieto e devastante senso dell’umorismo; la sordina messa a tutti i movimenti; l’arma micidiale dell’ironia – una delle più terribili a disposizione del borghese, diceva Pasolini – rivolta contro la borghesia stessa. La rabbia ha fatto posto a un sentimento amarissimo e nichilista, che preserva il film dall’invecchiamento. Magistrali i momenti sadomaso, indimenticabile il prete giardiniere armato di fucile. Oscar per il miglior film straniero, ma ovviamente Buñuel non andò a ritirarlo. (emiliano morreale)

I fiumi di porpora

Il commissario Niémans si reca a Guernon per indagare sul decesso di un ex studente della locale università, ritrovato ferocemente mutilato. A 300 chilometri di distanza, il commissario Kerkérian indaga sulla profanazione della tomba di una bimba morta vent’anni prima. Fatalmente le due indagini s’incrociano e rivelano agghiaccianti retroscena sull’attività scientifica dell’università di Guernon. Kassovitz numero quattro. Dopo il fallimento (meritato) di
Assassin(s)
, l’ex ragazzo prodigio del cinema d’Oltralpe – definito da Spike Lee «il tizio col nome buffo che mi copia in Francia» – si ricicla come muscolare esecutore di thriller seriali. Penalizzato da uno script inetto e privo di interesse (con soluzione finale telefonata già dopo il primo quarto d’ora), da interpreti simpatici ma qui inefficaci, da un’ambientazione montanara da film turistico svizzero e da un finale inutilmente tonitruante, il film si archivia immediatamente con il secondo e probabilmente definitivo scivolone di Kassovitz. Si salva solo l’«inutile» combattimento in palestra, con tanto di polvere di gesso che si solleva dagli abiti di Cassel.
(giona a. nazzaro)

Nudo di donna

A Venezia, dopo un ennesimo litigio con la moglie Laura, con la quale è sposato da sedici anni, Sandro si rifugia in un vecchio palazzo settecentesco. Tra i ritratti di un fotografo, Sandro trova quello di una donna nuda che, sebbene raffigurata di spalle, somiglia incredibilmente alla moglie. Da un racconto di Paolo Levi, un mystery in parte suggestivo, anche se finisce più volte per cadere nella banalità. Il film venne iniziato da Franco Brusati che, dopo alcuni contrasti con Manfredi, lasciò la regia all’attore romano.
(andrea tagliacozzo)