Il nemico alle porte

Un film sulla battaglia di Stalingrado era il grande progetto irrealizzato di Sergio Leone. Affrontare una simile impresa è toccato invece a un regista per tutte le stagioni come Jean-Jacques Annaud, che dopo Il nome della rosa e Giovanna d’Arco sembra essersi specializzato in kolossal pseudo-storici con cast internazionali. E il risultato è una sorta di thriller bellico dove c’è praticamente di tutto: lo spettacolo esaltante e macabro della guerra, lo scontro individuale vissuto attraverso i cannocchiali di due fucili di precisione, il sacrificio di un popolo, i personaggi storici, la critica ideologica e la vicenda d’amore e di gelosia tradotta nel classico triangolo che unisce e lega due uomini alla stessa donna. Il nemico alle porte è un film senz’anima o, piuttosto, con troppe anime. Nei primi quindici minuti contende a Salvate il soldato Ryan il primato dei morti ammazzati in battaglia, tutti in bella vista accatastati come in un mattatoio. Poi comincia a farsi strada l’ex contadino russo Vasili Zaitsev (Jude Law), che al fronte ha scoperto un’autentica vocazione da cecchino, diventando – attraverso le corrispondenze del commissario politico Danilov (Joseph Fiennes) – un eroe nazionale capace con la sua leggenda di tenere alto il morale all’esercito sovietico assediato. A questo punto, mentre le complicazioni sentimentali e politiche hanno già messo radici, inizia il terzo e appena più convincente capitolo della saga: il duello tra Vassili e l’aristocratico maggiore Konings (Ed Harris), cecchino d’eccezione proveniente direttamente da Berlino per eliminare l’eroe.
La vicenda, tratta dal romanzo omonimo di William Craig, dovrebbe essere vera, ma così come viene riproposta non potrebbe risultare più incredibile. Annaud non sa legare i momenti privati alle imponenti pagine storiche, ostenta scenari devastati con un’enfasi smorzata dalla visibile artificiosità della grafica digitale, diluisce l’intrigo con digressioni a non finire e poi pretende di ricattarci con tragedie di bambini uccisi o di eroine votate al sacrificio. E, come se non bastasse, condisce il tutto con un motivo musicale scopiazzato a Schindler’s List . Il risultato alla fine è modesto. (anton giulio mancino)

L’amante

Adattamento esotico ed erotico del romanzo autobiografico di Marguerite Duras su una teenager che viene iniziata al sesso da un dandy cinese nell’Indocina del 1929. Al limite della noia, tuttavia sufficientemente non convenzionale e ben congegnato da soddisfare i meglio disposti. I personaggi secondari sono più interessanti dei due protagonisti (almeno da vestiti). Esiste una versione europea più sexy e non censurata.

Due fratelli

Due cuccioli di tigre asiatica sono separati l’uno dall’altro: il destino li porterà su strade imprevedibili e li metterà in contatto con esseri umani sia gentili che crudeli. Le sequenze con gli animali occupano molto più spazio della storia, in questo film familiare strano e disfunzionale, che mette in conflitto la purezza della giungla con le difficoltà della vita “civilizzata”. Momenti di magistrale bellezza sono controbilanciati da altri di farsa grossolana come gli animali in stile Disney o i personaggi abbozzati con approssimazione e mal definiti. 

Bianco e nero a colori

Storia originale e spiritosa, ambientata all’inizio della seconda guerra mondiale: un francese, proprietario di un negozio sperduto nel deserto africano, decide di attaccare il vicino avamposto tedesco, in un rigurgito di patriottismo. Oscar come miglior film straniero.

Il nome della rosa

Un film quantomeno insolito, basato sul best-seller di Umberto Eco, che pone un monaco stile Sherlock Holmes (Connery) nel bel mezzo di una misteriosa abbazia italiana durante l’Inquisizione del XIII secolo. Troppo provocatorio per poterlo liquidare, troppo baracconesco per poterlo godere interamente, tenuto a galla in buona misura dalla carismatica performance di Connery.