Geremia, cane e spia

Il primo film comico della Disney ha una buona premessa fantasiosa (un ragazzo trasformato in un cane pastore per un antico incantesimo) ma una sceneggiatura fiacca. Ci sono alcune buone gag, ma non all’altezza dei successivi standard Disney. Particina per Jack Albertson nel ruolo di un reporter. Sequel: Quello strano cane… di papà e un tv movie del 1987 The Return of The Shaggy Dog. Rifatto nel 2006 e per la tv nel 1994. Esiste anche in versione colorizzata al computer.

Carabina Williams

L’ex marinaio Mark Williams si unisce a una banda di distillatori di whisky. Durante una sparatoria tra i fuorilegge e la polizia, un agente rimane ucciso. Mark, sebbene non sia responsabile della morte del poliziotto, si costituisce e viene condannato a trent’anni di carcere. Finito in cella d’isolamento in seguito ad alcune intemperanze, l’uomo impiega il suo tempo inventando un nuovo tipo di fucile automatico. Il protagonista, realmente esistito, è interpretato da un convincente James Stewart. Regia impersonale e di mestiere, totalmente funzionale alla storia.
(andrea tagliacozzo)

Cantando sotto la pioggia

Forse il capolavoro di Gene Kelly e del «suo» regista Donen: musical tutto cinematografico, tutto corpi, scatto, nervi. Ci sono i numeri di Gene Kelly che canta sotto la pioggia e di Donald O’Connor che fa l’acrobata (irresistibile), c’è il terzetto di «Good morning». Ma questo è anche uno dei primi tentativi di autocoscienza da parte di Hollywood, di rilettura acre della propria storia. A voler essere maligni, lo si potrebbe leggere in parallelo con Viale del tramonto di due anni prima, canto funebre del divismo e visione delle sue mostruosità. Singin’ in the Rain è uno dei primi film in cui la nostalgia si insinua a Hollywood; ed è forse questo a renderlo così perfettamente contemporaneo. «Questo film realizzato da un ballerino è il film della gioia», scrisse all’epoca Chabrol sui «Cahiers du cinéma»; ma si legga il saggio firmato da Michael Wood col senno di poi, e intitolato «Musica nel buio»: negli anni dei Brando e dei Dean, «il viso raggiante di Kelly divenne la maschera di una fiducia irrimediabilmente perduta». (emiliano morreale)