Il mostro

Aspirante donnaiolo e studente di cinese, Loris viene scambiato per un serial killer: la poliziotta Jessica si installa in casa sua col compito di provocarlo e smascherarlo. Benigni riesce ad alternare l’omaggio ai grandi del passato (l’inseguimento alla Buster Keaton, balletti alla Totò, intenerimenti alla Chaplin e uno spirito anarcoide debitore di tutti e tre) a una comicità più greve, basata sugli equivoci sessuali: ma lo fa sempre con la medesima leggerezza e e mancanza di presunzione. Peccato che la regia latiti nelle scene in cui non compare come attore e che il ritmo a volte cada. la sceneggiatura è scritta da Benigni con Vincenzo Cerami.

La banchiera

Nella Parigi degli anni Trenta, l’intraprendente e ambiziosa Emma Eckhert, con l’aiuto finanziario fornitole da una ricca amica alla quale è sentimentalmente legata, apre una cassa di risparmio. L’iniziativa riscuote un immediato successo che, però, indispettisce diversi personaggi altolocati. Il film, ispirato alla storia vera di Marthe Hanau, è troppo lungo e discontinuo, inutilmente esagerato, anche se l’interpretazione della Schneider (e soprattutto la sua presenza scenica) è davvero notevole.
(andrea tagliacozzo)

Il fantasma della libertà

Il film, uno dei più noti e riusciti del regista spagnolo, è un carosello di episodi, più o meno folli e grotteschi, che ruotano intorno a un unico argomento: la libertà. Le storie si susseguono l’una all’altra, mentre i personaggi si scambiano una sorta di testimone ideale. Tra le sequenze più famose, quella di un uomo che uccide i passanti dal trentesimo piano di un grattacielo. (andrea tagliacozzo)

La sposa in nero

Per una futile scommessa, cinque amici uccidono con un colpo di fucile uno sconosciuto che si è appena sposato. La moglie di questi decide di vendicarlo eliminando uno ad uno i suoi assassini. Tratto dal romanzo di Cornel Woolrich (firmato come William Irish), un noir sottile e inquietante, quasi un omaggio di François Truffaut al maestro Hitchcock (confermato dalla scelta di Bernard Herrmann, musicista preferito del regista inglese, come autore delle musiche del film). Curiosamente, tra i film meno amati dallo stesso Truffaut tra quelli da lui diretti.
(andrea tagliacozzo)

South Kensington

Londra è la città più italiana d’Europa. Giovani neolaureati che lavorano nella City, rampanti colletti bianchi, studenti fuori corso che imparano l’inglese, nullafacenti ricchi che saltano il servizio militare lontano da casa. In questo contesto si sviluppa la storia di South Kensinghton , film natalizio dei fratelli Vanzina. Il conte, in disgrazia, Nicholas Brett (Rupert Everett) affitta camere a un rampante colletto bianco romano (Enrico Brignano) e a un ragazzo napoletano (Giampaolo Morelli), spesato dai genitori albergatori per imparare l’inglese. Brignano è alla ricerca dell’amore eterno, mentre Morelli riesce a fingersi miliardario con la bella e ricca Camilla Fox (Elle Macpherson). Dopo i soliti colpi di scena che complicano temporaneamente le vicende, tutto si risolve con il solito happy end. Banale, scontato, prevedibile, a volte irritante, ma per fortuna non pecoreccio. Questa volta i Vanzina Bros evitano almeno la volgarità, ma producono il solito filmetto di Natale che, almeno ogni tanto, strappa qualche sana risata. A reggere il gioco comico è sicuramente Enrico Brignano, che davanti alla cinepresa mantiene la sua proverbiale verve. (andrea amato)

La mandragola

Per conquistare la bellissima Lucrezia, sposa a un ingenuo notaio, Callimaco assicura di poterla guarire dalla sterilità somministrandole la mandragola. Ma c’è un problema: il primo che giacerà con una donna che ha assunto la mandragola, ne morirà… Più che un parente del
Brancaleone
, lo si direbbe un progenitore delle
Ubalde
, se non fosse che la sopraffina eleganza registica di Lattuada – qui davvero al suo massimo – lo consegna a tutt’altro livello. Lattuada, insieme al più morboso Bertolucci, è forse l’unico vero regista erotico del nostro cinema. Qui l’opulento corpo della Schiaffino è alluso e velato, agito metonimicamente (fianchi e ombelico che sostituiscono una visione d’insieme sempre negata) in una maliziosa gara con la macchina da presa. Il film mantiene il fondo di nera cupezza della commedia di Machiavelli, trasformandola semmai in una sorta di malinconia (evidente soprattutto nel personaggio di fra’ Timoteo, interpretato da uno spettrale Totò pre-Pasolini che sembra disegnato da Goya o da Daumier). E la curiosità sta proprio – come sempre negli adattamenti di Lattuada – nel contrasto tra il testo (in questo caso, tra la sua misoginia/misantropia) e il basso continuo dello sguardo sensuale del regista.
(emiliano morreale)

Concorrenza sleale

Roma, dalle parti del Vaticano, 1938. Accanto all’antica sartoria di Umberto Melchiorri apre il merciaio Leone Simeoni. Vende vestiti confezionati e dozzinali, ha uno stile spregiudicato, coi clienti ci sa fare. È ebreo. Col vicino è subito concorrenza spietata: ma quando gli effetti delle leggi razziali cominciano a farsi sentire, Umberto passa dalla parte giusta.

Fin dalle prime immagini (un bimbo che sembra tanto uno sceneggiatore fa un riassunto dello stato dei personaggi e dell’intera Italia nel 1938), il nuovo film di Scola materializza i peggiori timori della vigilia: didascalico, lento, farcito fino a scoppiare di zeppe narrative, dominato da due gigioni che rimangono altrettante macchiette. Si può capire l’indignazione e la voglia di comunicare alle giovani generazioni, ma tutto ciò non giustifica la demagogia (il fratello scemo e parassita che diventa fascista in quanto scemo e parassita) e la sciatteria (i personaggi si perdono per strada, e si ha l’impressione che interi blocchi narrativi siano stati rimossi all’ultimo momento). Il resto, a partire dal solito valzerino di Trovajoli, è risaputo. Ma lo spettatore, sebbene provato, sfotte pur sempre con dolore. Fa male pensare che il regista di questo film sia lo stesso del capolavoro
Una giornata particolare
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(emiliano morreale)