Fantasmi da Marte di John Carpenter

In un futuro molto vicino Marte è stato colonizzato, ma gli omicidi di massa dilagano in alcuni insediamenti. La gente viene posseduta da vendicativi fantasmi marziani. Tutto è nelle mani di una poliziotta e di un criminale incallito pronti a combatterli. Ordinario, prevedibile e noioso. Senza molta fantasia, le persone possedute dai marziani hanno tutte un look punk/grunge. In sostanza non è altro che il remake di Distretto 13 — Le brigate della morte dello stesso Carpenter. Panavision.

Rogue – Il solitario

L’agente dell’ FBI Jack Crawford fa coppia fissa con il collega asiatico John Lone. Quest’ultimo, però, viene ucciso insieme con la sua famiglia da uno spietato e misterioso killer, detto Rogue il solitario. Jack comincia una caccia senza tregua all’assassino del suo amico, ma Rogue compare solo te anni dopo nel bel mezzo di una sanguinosa guerra di mafia tra i due boss Chang e Shiro. Quando si troverà faccia a faccia con il nemico, Crawford vedrà che niente è come sembra.

The one

Chiassoso e impacciato “action” d’arti marziali simile a un videogame. Jet Li fa la parte di un cattivo che imperversa ovunque in un universo parallelo, uccidendo i suoi alter ego e assorbendo la loro energia: il suo ultimo antagonista rimasto è un tranquillo avvocato di Los Angeles. Il momento clou della resa dei conti è fin troppo prevedibile. Super 35.

Snatch-Lo strappo

Franky «Quattrodita» e i suoi uomini eseguono una rapina da manuale ad Anversa. Il cospicuo bottino è una partita di diamanti, tra cui una pietra di inestimabile valore destinata al boss Avi. Prima di raggiungere quest’ultimo a New York, Franky si ferma a Londra per smerciare parte dei preziosi, ma il soggiorno si rivela più pericoloso del previsto. Con il precedente
Lock & Stock-Pazzi scatenati
– un ironico crime movie sulla scia di Tarantino – l’inglese Guy Ritchie era riuscito a suscitare entusiasmi in patria e negli Stati Uniti. Entusiasmi probabilmente non giustificati, anche a giudicare da questa sua seconda fatica: una discutibile rimasticatura del primo film, realizzata con i soldi degli americani e la benedizione della sua celebre consorte, la cantante Madonna. Non sembra nemmeno privo di talento il giovanotto, ma è tanto terribilmente presuntuoso che finisce per prendersi troppo sul serio, nonostante il tono della pellicola consigli il contrario. Come se un onesto calciatore di serie A – mettiamo un Pancaro o un Tacchinardi – si credesse improvvisamente d’essere diventato Maradona. Un dribbling ogni tanto l’azzecca pure, ma poi finisce per marcarsi da solo o segnare nella propria porta.

È il caso di Guy Ritchie, che si crede Tarantino – perché scrive dialoghi arguti e mette in scena macchiette divertenti – ma, al contrario del collega d’Oltreoceano, è incapace di dare una struttura decente al suo raccontino. E non serve aggiungere di tanto in tanto inserti da videoclip per vincere la noia. Per non parlare degli stereotipi razzisti – ebrei, zingari, russi, neri e chi più ne ha più ne metta – all’insegna del politically incorrect: ma le intenzioni sono ironiche, per carità, e più che offensivo o fastidioso il nostro amico finisce solo per risultare stupido. Quasi quanto il suo film.
(andrea tagliacozzo)

Crank

Chev Chelios (Jason Statham), un killer che vuole abbandonare la vita criminale per sistemarsi con la fidanzata Eve, scopre che il suo rivale Ricky Verona gli ha iniettato un veleno particolare: per evitare che si arresti il battito cardiaco, deve mantenere alto il suo tasso di adrenalina. Senza potersi fermare, cercherà di rintracciare il nemico e di trovare un antidoto per salvarsi.

Death Race

In un futuro molto vicino la tv, come il mondo, si è fatta estremamente violenta. Ora va di moda una gara automobilistica estrema in cui i partecipanti sono dei detenuti per omicidio. Automobili truccate, brutti ceffi in gabbia e co-piloti in gonnella si uniscono in una super reality chiamato Death Race. Le regole sono semplici: vinci cinque gare e ti guadagni la libertà.

Jensen Ames (Jason Statham) è un ex piolota NASCAR finito dentro per aver commesso un presunto omicidio: il massacro della sua famiglia. Obbligato ad indossare la maschera a Frankenstein, uno dei preferiti del pubblico di Death Race, ad Ames viene chiesto di scegliere tra due semplici opzioni dalla spietata Warden Hennessey: infilarsi la tuta e gareggiare o non rivedere mai più suo figlio.

In The Name Of The King

La vita di un semplice contadino e gran lavoratore di nome Farmer sta per cambiare per sempre. Una banda di assassini, i Krug – brutali energumeni guidati da un demoniaco stregone – arriva a Stonebridge, dando inizio a un vortice di violenza: saccheggiano il villaggio, uccidono alcuni abitanti, tra cui anche il figlio di Farmer, e rapiscono sua moglie Solana. Farmer, pur essendo sempre stato pacifico e amorevole, spinto dal dolore, decide di vendicarsi e, assieme al suo mentore Norick e suo cognato Bastian, si muove all’inseguimento dell’esercito Krug per liberare Solana.

The Italian Job

Los Angeles. L’astuto ladro Charlie e il suo amico di vecchia data John, sfuggito alla libertà vigilata, decidono di riunire un gruppo di fidati professionisti del mestiere e organizzare un colpo a Venezia. Obiettivo: rubare una cassaforte contenente trentacinque milioni di dollari in lingotti d’oro. Il colpo riesce ma al momento della spartizione Steve, uno dei componenti della banda, organizza un’imboscata e si impadronisce di tutto il denaro, uccidendo John e credendo di essersi sbarazzato di tutti gli altri. Un anno dopo, Charlie e Stella, figlia di John nonché esperta in scasso, ritrovano Steve e meditano un piano per vendicarsi…

Nato come remake del cult
Colpo all’italiana,
così venne tradotto in Italia l’omonimo film del 1969,
The Italian Job
è una piacevole sorpresa che l’estate riserva agli amanti del genere. Qualcuno ricorderà il Micheal Caine della pellicola d’annata che allora si cimentava con un memorabile colpo a Torino (da cui il titolo) ma poco o nulla ritroverà nel film in questo momento sul grande schermo. Il regista F. Gary Gray conferma l’innegabile abilità di
director
già emersa nel particolarissimo
Il negoziatore
raccontando l’organizzazione del colpo, il consumarsi del tradimento, la meditata vendetta e l’immancabile colpo di scena finale, il tutto condito da una buona dose di ironia e da un montaggio inedito, quantomeno per una produzione hollywoodiana che evita i ritmi nevrotici cui lo spettatore odierno si sta suo malgrado abituando. Non mancano gli effetti speciali del caso, utilizzati in scene costruite appositamente per catturare l’attenzione e creare suspance (come peraltro richiede il genere degli
heist
movie che tanto successo sta avendo negli ultimi tempi) e di fronte al lungo inseguimento (accompagnato dalle musiche dei Pink Floyd) in cui sono state utilizzate ben trentadue Mini Cooper coloratissime e abilmente truccate (gentilmente offerte dalla Bmw), si rimane letteralmente senza fiato.
The Italian Job
è un film che non ha paura di cambiare ritmo e stile a ogni snodo del racconto e che trova il suo punto di forza in una sceneggiatura a tratti divertente e divertita, anche se la sensazione è quella di trovarsi più di fronte a una commedia condita di omicidi e rapine che a un thriller dai risvolti drammatici. La validità della troppo breve prova di Donald Sutherland (John) era scontata, ma accanto a lui ci sono un perfido Edward Norton (Steve), come al solito bravissimo nell’interpretare personaggi sgradevoli e totalmente privi di etica e morale (come già accaduto in
Schegge di paura
e
Fight Club)
e la bionda Charlize Theron, mai così bella e in grado di bucare lo schermo con una sola occhiata. Buone notizie, insomma, per tutti coloro che amano il cinema scacciapensieri e che vanno in sala con l’intento di divertirsi ma non si accontentano di assistere a due ore di effetti speciali. Una bella storia, un film piacevole, non un evento.
(emilia de bartolomeis)