Vatel

Il principe di Condé cerca di recuperare il credito perduto organizzando tre giorni di grandi festeggiamenti per celebrare il passaggio di Luigi XIV nelle sue terre. Si affida a Francois Vatel, il più grande maestro di cerimonie dell’epoca che, fra problemi di ogni tipo, organizza tutto alla perfezione. Fin dalla sequenza d’apertura, Vatel si presenta come un movimento inesausto di cose, persone e sguardi. Mentre la macchina da presa percorre i lussuosi ambienti del castello del principe, sfilano tanti personaggi indaffarati senza un motivo e, sullo sfondo, una teoria di suppellettili annuncia il tema del film (sbalordire attraverso lo sfarzo). Tutta questa agitazione sembra il frutto di una paura più che di una precisa volontà. Come i personaggi alla corte del re di Francia, Roland Joffé sembra preda delle bizze di un pubblico dalle non ben definite forme e dai gusti tanto instabili che solo un pot-pourri di immagini ed effetti può soddisfare. Perfetto emblema del superfluo al cinema, Vatel – un Depardieu, maestro di cerimonie al servizio di un principe che deve stupire un re per salvarsi dai debiti (la panoplia di autorità sembra ricalcare il numero padroni che l’operazione ha avuto) – è una buona immagine del ruolo che il cinema della Gaumont arriva a ritagliarsi. Come a dire: l’imitazione della peggior Hollywood.
(carlo chatrian)

Appassionate

Napoli, 1929: Michele uccide la moglie che lo tradisce dopo aver visto un film.
Napoli, oggi: Rosa sogna, ascoltando canzoni alla radio, un amore che non giunge mai, convinta che il padre sia morto. Caterina, sua sorella, ammazza l’ex amante che si è sposato con un’altra. Maddalena, una prostituta che ha assistito alla scena, sconvolta, decide di cambiare vita: uccide un suo cliente e poi si consegna ai carabinieri. In carcere conosce Caterina. Intanto, in una masseria di campagna, la Madonna delle Galline sorge dalla terra. Nonostante le polemiche e le ironie che hanno accolto il film di Tonino De Bernardi,
Appassionate
è e resta un capolavoro, uno dei pochi partoriti dal cinema italiano negli ultimi anni. De Bernardi possiede il dono di girare con una leggerezza sensuale e inusitata, nella quale sembrano ritrovarsi le illuminazioni rosselliniane, il realismo magico di Kiarostami e la plasticità del miglior cinema portoghese. A tutto ciò aggiunge una fame di vita che gli permette di riprendere i corpi incantandosi dinnanzi al loro splendore carnale. De Bernardi filma a frammenti, eppure tutto si muove fluido e generoso, congiungendosi con le lacrime dello spettatore nel luogo dove il cinema è situato ancora all’altezza del cuore. Sarebbe curioso, infine, abbinare
Appassionate
a
Rosatigre
, pellicola nella quale De Bernardi ritorna a Napoli ritraendola con un’urgenza e una furia che si decantano in una sorta di action painting del gesto filmante.
(giona a. nazzaro)

Una lunga, lunga, lunga notte d’amore

Il film è diviso in sei episodi, tutti ambientati durante la notte del 21 dicembre. Marcello, giornalista in crisi, incontra una ragazza francese alla stazione di Torino. La giovane e provocante Irene scappa di casa, inseguita dai messaggi al telefonino del consorte. L’estetista Egle sta per sposarsi, ma trascorre un’intensa notte d’amore con Gabriele, dipendente gay innamorato di lei. L’ansiosa Carla, che intrattiene una relazione con lo sposato Alfonso, tormenta la sua vicina Cristina con mille ossessioni. Teresa, ventenne con l’hobby della radiotrasmittente, conosce Andrea, un ragazzo appassionato di vela. Infine un bastardino si innamora di una barboncina tenuta in ostaggio dalla sua padrona isterica.

Undici anni dopo
Basta! Ci faccio un film
, Emmer ritorna dietro la macchina da presa. «Scritto e filmato da Luciano Emmer», affermano i titoli di coda. E non può non far piacere questo riaffermare la centralità di una soggettività che si schiera e prende posizione, che si dichiara ed esce allo scoperto. E probabilmente è proprio questa la dimensione più autentica di
Una lunga, lunga, lunga notte d’amore
: un diario intimo polifonico che si focalizza sugli smarrimenti minimi del cuore. Purtroppo, nonostante il tratto volutamente naif di Emmer (l’episodio dei cani), il film denuncia una sfasatura drammatica tra intenzioni, desiderio di perdersi e programmaticità dell’assunto – l’insostenibile pesantezza di amori solo sognati, desiderati – che raramente riesce a farsi anche commozione e progetto di cinema.

Le premesse per una pellicola volutamente sgrammaticata, libera, in grado di intercettare battiti del cuore e fremiti di seduzioni c’erano tutte, ma è come se fossero state inibite dalla consapevolezza di Emmer di dover realizzare una minuscola operina dalle ambizioni inversamente proporzionali alle sue dimensioni. A tutto ciò si aggiunga una sceneggiatura decisamente «troppo scritta» e didascalica. In questo modo, del film di Emmer si finisce per apprezzare solo le nobili intenzioni. Nonostante Jacques Brel.
(giona a. nazzaro)