Quel che resta del giorno

Un film frigido del frigidissimo Ivory, ma uno dei meno fastidiosi, uno di quelli in cui l’analisi di una classe riesce a soverchiare il fascino dei drappeggi e delle cerimonie. Da un romanzo di Kazuo Ishiguro, la storia del maggiordomo di un politico inglese attraverso i decenni. La riuscita dell’operazione (che comunque non è davvero all’altezza di un Pinter-Losey) sta nell’aderenza tra lo stile ingessato del regista e quello ancor più ingessato del personaggio. Ma, soprattutto, in quella che rimane tra le più belle interpretazioni di Anthony Hopkins, tutta minimi lampi inquieti sotto una superficie quasi metallica. Certo, il film è molto monotono nella sua unica scelta di regia, è cupo e opprimente, ma la tensione e il disagio che trasmette sono avvertibili. Anche se – magari – il cinema è un’altra cosa. Ben otto, comunque, le nomination da parte dell’Academy. (emiliano morreale)

Mr. & Mrs. Bridge

Da due novelle di Evan S. Connell, Mrs. Bridge , del ’59, e Mr. Bridge , scritto dieci anni più tardi. La vicenda è ambientata a Kansas City, negli anni Quaranta, dove i coniugi Harriet e India Bridge vivono assieme ai tre figli. Lei, ingenua e un po’ infantile, è completamente dominata dall’autoritario marito. Stilisticamente calligrafico e curatissimo fino alla leziosità, in puro stile Ivory, un film decisamente involuto che alla lunga mostra un po’ la corda e finisce per annoiare. Ma la Woodward, sempre eccellente, ottenne una meritata nomination all’Oscar. (andrea tagliacozzo)

Schiavi di New York

A New York, la svampita Eleonor, correttrice di bozze di una rivista, convive con Stash, un pittore geloso e nevrotico. Attorno alla coppia, gravitano una serie di strani personaggi, quasi tutti appartenenti al mondo artistico newyorkese. Brutto scivolone di James Ivory, solitamente impeccabile (benché eternamente imballato nello stile) nei suoi film in costume, che si smarrisce alle prese con un soggetto d’ambientazione contemporanea. Tama Janowitz, autrice della sceneggiatura e dei racconti dai quali è stato tratto il film, fa una fugace apparizione nel ruolo di Abby. (andrea tagliacozzo)

Calore e polvere

Due donne inglesi con sessant’anni di differenza — la Scacchi e la Christie, sua pronipote — si innamorano dell’India e della sua gente fino a restarne gravide. Nonostante ciò, resteranno estranee a un Paese che non riescono a comprendere. Un mélo intelligente, sorretto da solide interpretazioni. La sceneggiatura porta la firma di Ruth Prawer Jhabvala, che adatta il proprio romanzo.

Quartet

Parigi, 1927. La giovane Marya, sposata con Stephan, si ritrova sola e sul lastrico quando il marito viene arrestato per ricettazione. Accetta quindi l’ospitalità offertale dagli Heidler, una ricca coppia di coniugi inglesi di mezza età. Mister Heidler s’innamora di Marya a prima vista. Dramma della decadenza e del cambiamento, fin troppo accademico nella sua ricercatezza formale, basato su un romanzo di Jean Rhys. Isabella Adjani premiata a Cannes, nomination alla Palma d’Oro al film. (andrea tagliacozzo)

I bostoniani

Trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Henry James. Sullo sfondo dell’emergente movimento femminista, le passioni di una giovane donna divisa tra il fascino sottile che la lega a una sua matura amica e il più accettabile rapporto che le propone un aitante avvocato. Il film, che tecnicamente sembra un preludio alle atmosfere del successivo Camera con vista , è talmente raffinato da risultare quasi stucchevole. Il ritmo troppo lento, tra l’altro, non aiuta. Eccellente comunque il cast, con la Redgrave in particolare evidenza. (andrea tagliacozzo)

Camera con vista

Agli inizi del Novecento, una ricca e giovane inglese, in visita a Firenze, s’innamora di un connazionale di più modeste origini. Una volta tornati in Inghilterra, le differenze sociali sembrano porre un insormontabile ostacolo alla loro unione. Confezione impeccabile per uno dei migliori (anche se assai sopravvalutato) film di James Ivory, interpretato da un cast a dir poco eccellente (a partire da Maggie Smith). Oscar 1986 alla sceneggiatura non originale (tratta da un romanzo di E.M. Forster), alle scenografie e ai costumi; altre quattro nomination e una pioggia di premi. Ivory tornerà nuovamente ad attingere da un’opera dello scrittore inglese per il successivo Maurice. (andrea tagliacozzo)

Le divorce – Americane a Parigi

Un cast di tutto rispetto si trova in difficoltà in questa “comedy of manners” assai esile sulla condizione sessuale e sentimentale di un’inesperta americana a Parigi (Hudson) e della di lei sorella (Watts), incinta e abbandonata. Un sacco di complicazioni nella trama non aggiungono molto, e l’opportunità di sondare le differenze culturali fra americani e francesi va sprecata. La sceneggiatura di Ivory e Ruth Prawer Jhabvala è tratta dall’apprezzato romanzo di Diane Johnson. Panavision.

Jefferson in Paris

Mentre ha l’incarico di ambasciatore degli Stati Uniti in Francia nel decennio 1780-90, Thomas Jefferson (Nolte), vedovo, incomincia con l’innamorarsi di un’inglese di origine italiana (Scacchi), ma poi si sente attratto verso una giovane schiava di colore (Newton) che fa parte del suo personale domestico; nel frattempo, sua figlia, dotata di una forte volontà, sembra voler essere l’unica donna della sua vita. La storia è raccontata in flashback da Jones, nella parte di un uomo di colore libero che sostiene di essere figlio di Jefferson. Dramma ambizioso, ben strutturato ma lungo e lento.

Soltanto se tu vuoi

Storia sincera ma poco coinvolgente di una rockstar (York) che va in India per imparare a suonare il sitar e a meditare da un guru (Dutt). Il regista Ivory indugia sullo stile di vita e gli scenari indiani; Rita Tushingham provvede ai momenti più leggeri che sono i benvenuti in una pellicola che procede lenta.

Gli europei

Meticolosa trasposizione cinematografico del romanzo di Henry James, che riproduce vividamente la vita nel New England del XIX secolo, quando l’arrivo di due cugini stranieri mettono in crisi la facciata austera e apparentemente tranquilla di una semplice famiglia americana. Volutamente veloce, ma molto godibile. Una nomination agli Oscar per i costumi.

La figlia di un soldato non piange mai

La storia picaresca di una famiglia di espatriati americani che vive a Parigi negli anni Sessanta e Settanta e di quello che accade quando tornano a casa. Kristofferson è eccellente nella parte di un romanziere virile e altrettanto bravi la Sobieski e Bradford in quella dei figli, che passano attraverso varie crisi adolescenziali, ma il film perde tensione quando si sposta in America e diventa molto più banale. Basato su un romanzo autobiografico di Kaylie Jones, figlia dello scrittore James Jones.

Surviving Picasso

Pablo Picasso usa le donne e poi le getta via, ma una giovane artista azzarda lo stesso una relazione con lui, sicura che questa volta sarà diverso. La McElhone al suo esordio è molto brava nella parte della “vittima” compiacente, ma è la prova carismatica di Hopkins nel ruolo dell’egocentrico artista che ne fa un film da vedere. Bisogna però essere disposti ad accettare la mancanza di accenti europei, nonché l’assenza di vere opere di Picasso.

Quella sera dorata

Omar Razaghi studia all’Università del Colorado e la sua borsa di studio dipende dalla stesura della biografia di Jules Gund, scrittore sudamericano autore di un unico, venerato romanzo. Poichè gli eredi di Gund sono contrari al progetto, Omar viene convinto dalla compagna a raggiungerli nella loro tenuta in Uruguay, per tentare di ottenerne l’approvazione.

Al suo arrivo, tuttavia, troverà una serie di situazioni bizzarre e imprevedibili, ordite dagli stravaganti famigliari dello scrittore: Adam, il fratello cinico e raffinato, Caroline, la vedova orgogliosa, e Arden, la giovane amante che da Gund ha avuto una figlia. La presenza del ragazzo finisce per alterare il precario equilibrio della famiglia, facendo riemergere un passato di intrighi e segreti, ma è lo stesso Omar a dover ripensare la propria vita quando nasce l’amore con la bella Arden.

Party selvaggio

Sconnessa rievocazione della Hollywood del 1920 con Coco nei panni del comico Fatty Arbuckle che tiene un party stravagante per tentare di salvare la sua disastrosa carriera. Il film ha dei punti di forza ben definiti (notevoli le interpretazioni) ma proprio non funziona. Basato su una narrazione di Joseph Moncure March; tagliato dal distributore e ultimamente restaurato da Ivory con aggiunte fino a 107 minuti.

Casa Howard

Sontuoso ed emozionante adattamento di un romanzo di E.M. Forster sulle distinzioni di classe e su ciò che avviene quando i membri di differenti strati sociali si scontrano nell’Inghilterra del 1910. La Thompson ha vinto un Oscar per la sua eccellente interpretazione di una giovane donna coraggiosa e indipendente, sedotta con delicatezza da Hopkins, un uomo di successo la cui parvenza sociale nasconde una natura ricca di insidie e persino crudele. Straordinario sotto ogni aspetto: altri Oscar alla sceneggiatura (di Ruth Prawer Jhabvala), alla scenografia e ai costumi. Nomination anche alla regia e come miglior film. Simon Callow compare non accreditato nel ruolo di un docente universitario. 

Maurice

Produzione della Merchant-Ivory tipicamente elaborata da un’opera letteraria (di E. M. Forster) sulla formazione di un giovane inglese negli anni Dieci, che si trova a confrontarsi con la propria omosessualità. Realizzato con cura ed estremamente ben recitato… ma troppo lungo. Helena Bonham Carter appare in un cammeo. Una nomination agli Oscar per i costumi.

The Golden Bowl

Ivory, Ivory, Ivory… repetita iuvant? Non sempre. O almeno non per l’ultima fatica del regista americano naturalizzato inglese, che subito dopo La figlia di un soldato non piange mai – e per l’ennesima volta – porta sullo schermo l’ossessione delle sue origini: il rapporto tra raffinatezza europea e pragmatismo americano, tra scaltrezza dei primi e innocenza dei secondi. Il film racconta l’intricata storia di due matrimoni intrecciati tra loro in maniera complessa e quasi incestuosa, il primo dei quali «animato» dalla figura enigmatica di Adam Verve, miliardario americano, raffinato mecenate che cerca di costruire un museo in una qualunque American City. Film di maniera, stilisticamente perfetto, formalmente ineccepibile, interpretato divinamente: ma senza vita, morto (appunto) come un pezzo da museo. E tutto il meglio viene dal romanzo dell’intramontabile Henry James da cui è tratto. (dario zonta)