Qualcuno da odiare

Da un romanzo di James Clavell. Nel 1945, nell’isola di Singapore, il caporale dell’esercito americano King, detenuto in un campo di concentramento giapponese, traffica con i propri carcerieri per alleviare le pene della prigionia. Il suo comportamento gli aliena le simpatie di un rigido ufficiale inglese, il tenente Grey, responsabile dei prigionieri alleati. Buono il disegno psicologico orchestrato dal regista Bryan Forbes. Il personaggio interpretato da George Segal sembrerebbe ispirato al protagonista di
Stalag 17
, il classico di Billy Wilder ambientato in un campo di prigionia nazista.
(andrea tagliacozzo)

Quel che resta del giorno

Un film frigido del frigidissimo Ivory, ma uno dei meno fastidiosi, uno di quelli in cui l’analisi di una classe riesce a soverchiare il fascino dei drappeggi e delle cerimonie. Da un romanzo di Kazuo Ishiguro, la storia del maggiordomo di un politico inglese attraverso i decenni. La riuscita dell’operazione (che comunque non è davvero all’altezza di un Pinter-Losey) sta nell’aderenza tra lo stile ingessato del regista e quello ancor più ingessato del personaggio. Ma, soprattutto, in quella che rimane tra le più belle interpretazioni di Anthony Hopkins, tutta minimi lampi inquieti sotto una superficie quasi metallica. Certo, il film è molto monotono nella sua unica scelta di regia, è cupo e opprimente, ma la tensione e il disagio che trasmette sono avvertibili. Anche se – magari – il cinema è un’altra cosa. Ben otto, comunque, le nomination da parte dell’Academy. (emiliano morreale)

Passaggio in India

L’ultimo film di David Lean, regista di successi come
Lawrence d’Arabia
, tratto da un romanzo di E.M. Forster. Nel 1920, l’anziana signora Moore raggiunge il figlio in India, accompagnata dalla giovane fidanzata del giovane, Adela. Durante un gita guidata da Aziz, medico indiano, Adela accusa ingiustamente questi di averla violentata. Suggestivo e spettacolare, come quasi tutti i lavori di Lean, lucido e incisivo nonostante l’età avanzata (77 anni). A colpire è soprattutto l’analisi puntuale del rapporto inconciliabile tra gli inglesi colonizzatori e gli indiani colonizzati. L’ottima Peggy Ashcroft, nel ruolo della signora Moore, vinse l’Oscar 1984 come migliore attrice non protagonista, così come la colonna sonora di Maurice Jarre. Eccellente anche la Judy Davis.
(andrea tagliacozzo)

Addio al re

Nel 1942, caduta Singapore, un soldato americano diserta e raggiunge il Borneo, dove viene catturato dai dayak, una tribù di cacciatori di teste. Dopo essere riuscito a pacificare gli indigeni, il disertore ne diventa il re. Il film, costato circa diciassette milioni di dollari, è stato girato in dodici settimane nello stato di Sarawak, nel Borneo. Affascinante e imperfetto, come molti altri lavori di John Milius. Non poche le analogie con
Apocalypse Now
, scritto dieci anni prima dallo stesso Milius con Francis Ford Coppola.
(andrea tagliacozzo)

Investigazione letale

Bob, esperto in lingua e letteratura russa che lavora per i servizi segreti inglesi, trova la morte in circostanze misteriose. Suo padre Frank, poco convinto delle spiegazioni ufficiali, decide di vederci chiaro. Le indagini lo portano a contattare Mister Chapple, un alto esponente del servizio segreto, da tempo sospettato di lavorare in favore dei sovietici. Una buona spy-story, adattata per lo schermo da Julian Bond da una novella di John Hale e ottimamente interpretata dal compassato Michael Caine.
(andrea tagliacozzo)

La casa Russia

Il best-seller di John Le Carré adattato per il grande schermo dal commediografo e sceneggiatore Tom Stoppard. Un maturo editore inglese, costretto a diventare una spia per conto dei servizi segreti britannici e americani, va a Mosca per contattare la giovane Katya Orlova. La donna, che funge da tramite per un intellettuale in possesso di alcune preziose informazioni, rimane sentimentalmente coinvolta con l’editore. Ritmo lento e poca suspense per un atipico film di spionaggio in cui l’elemento più importante sembra essere la delicata storia d’amore tra i due i protagonisti.
(andrea tagliacozzo)

Misfatto bianco

Trasposizione cinematografica con immagini estremamente eleganti (ma fini a se stesse) dell’omonimo romanzo di James Fox. A Nairobi, durante la seconda guerra mondiale, incuranti delle sofferenze che i connazionali patiscono in Europa, alcuni nobili inglesi conducono una vita spensierata e corrotta. L’affascinante Lady Diana, moglie di Sir Delves Broughton, fa parlare di sé l’intera colonia britannica. Raffinato e interpretato da un ottimo cast d’attori, ma non del tutto riuscito.
(andrea tagliacozzo)

Greystoke, la leggenda di Tarzan

Il celebre romanzo di Edgard Rice Burroughs tradotto in immagini dal regista di
Momenti di gloria
. Verso la fine dell’Ottocento, i coniugi Greystoke fanno naufragio sulle coste occidentali dell’Africa. Pur scampando alla tragedia, la donna muore dando alla luce un bimbo, mentre il marito viene ucciso da un enorme gorilla. Il neonato, rimasto solo, viene allevato da un branco di scimmie. Elegante ma freddo, il film tenta di restituire una versione realistica della leggenda di Tarzan con risultati alterni e pochi momenti emozionanti. Al suo esordio sul grande schermo, Christopher Lambert è al solito statico, ma adatto al ruolo. Nella versione originale, la MacDowell è stata doppiata da Glenn Close. Scritto da Michael Austin e Robert Towne (con lo pseudonimo P.H. Vazak).
(andrea tagliacozzo)

Alta stagione

Una coppia di coniugi inglesi si trova a Rodi per una vacanza: lei viene sedotta dal giovane Jimmy, mentre lui s’innamora di Katherine, una fotografa trasferitasi da poco sull’isola. Confezione impeccabile, ma in definitiva poca sostanza. Fiacco esordio alla regia di Clare Peploe, moglie di Bernardo Bertolucci. La Peploe ha scritto la sceneggiatura con il fratello Mark (già autore, assieme a Bertolucci ed Enzo Ungari, del copione de
L’ultimo imperatore
). Tra gli interpreti compare anche un giovane Kenneth Branagh.
(andrea tagliacozzo)

The Golden Bowl

Ivory, Ivory, Ivory… repetita iuvant? Non sempre. O almeno non per l’ultima fatica del regista americano naturalizzato inglese, che subito dopo La figlia di un soldato non piange mai – e per l’ennesima volta – porta sullo schermo l’ossessione delle sue origini: il rapporto tra raffinatezza europea e pragmatismo americano, tra scaltrezza dei primi e innocenza dei secondi. Il film racconta l’intricata storia di due matrimoni intrecciati tra loro in maniera complessa e quasi incestuosa, il primo dei quali «animato» dalla figura enigmatica di Adam Verve, miliardario americano, raffinato mecenate che cerca di costruire un museo in una qualunque American City. Film di maniera, stilisticamente perfetto, formalmente ineccepibile, interpretato divinamente: ma senza vita, morto (appunto) come un pezzo da museo. E tutto il meglio viene dal romanzo dell’intramontabile Henry James da cui è tratto. (dario zonta)