Ecstasy Generation

Uno di quei film migliori del titolo italiano. Uno di quei film odiati dalla maggior parte dei critici. Araki, dopo la militanza gay e le provocazioni di Doom Generation , e prima del ripiegamento di Splendidi amori , trova l’equilibrio tra la rabbia, la commedia folle e l’incubo pop dai colori caramella. In un universo popolato da star di telefilm in ruoli suicidi (Kathleen Robertson di Beverly Hills, 90210 è una lesbica sadica, Jason Simmons di Baywatch è uno stupratore con la faccia da bravo ragazzo), il tenero James Duval è in cerca d’amore. Ma la sua ragazza (Rachel True) non vuole rapporti impegnativi, e il biondo Montgomery (Nathan Bexton) viene rapito da una creatura aliena. Con il meccanismo di una sit-com impazzita, Araki descrive un mondo allo sfascio, mescolando il compiacimento a un sarcasmo disperato. E toglie allo spettatore ogni certezza, lasciandolo con una nostalgia struggente. (alberto pezzotta)

Fuori in 60 secondi

Un famoso ladro di automobili di lusso (Cage), da tempo fuori dal giro, è costretto a riprendere l’attività per evitare al fratello (Ribisi) una brutta fine; il mandante è un supercattivo senza pietà (Eccleston). Per aiutare il fratello, accetta l’ultima missione: rubare 50 automobili in un colpo solo… Ispirato a una pellicola del 1974 (
Rollercar, sessanta secondi e vai!
di H.B. Halicki),
Fuori in 60
secondi è un filmone fracassone che cade nel peccato più grave per un lavoro di questo tipo: la noia. Strano, ma non si riesce più a trovare un giocattolone ad azzeramento generale di cervello capace di divertire senza offendere la decenza.
Fuori in 60 secondi
cerca disperatamente di cogliere lo spirito leggero di molti heist movies degli anni Sessanta e Settanta, ma ruzzola perché pretende anche di essere aggiornato ai tempi. Quindi via con una musica assordante e mod (tra Moby e Groove Armada, più un orripilante pezzo dei Cult) e con una galleria di facce finte da far paura (a parte Cage, che aggrotta le sopracciglia quando deve fare il pensoso, Angelina Jolie sembra Anna Oxa, Eccleston un ballerino scappato da
Tante scuse
, James Duval sbalzato direttamente da
Totally F***ed Up
di Araki, Robert Duvall e Delroy Lindo vecchi e imbarazzati, per non parlare dell’apparizione spaventosa di Grace Zabriskie, distrutta; Vinnie Jones è un buzzurro simpatico, ma soltanto perché non dice una parola). I personaggi sono tirati e buttati via, e i dialoghi delle sequenze «intimistiche» da far rabbrividire. Scott Rosenberg, che firma lo script, non ha mai più ritrovato la quasi-perfezione della sceneggiatura di
Cosa fare a Denver quando sei morto
, anche se
Generazione perfetta
non fa così schifo come molti affermano: evidentemente ci siamo persi pure lui. Il delirante inseguimento tra la polizia e Cage nel pre-finale non è da buttare, perché Sena non è Michael Bay (per fortuna), ma è il solo momento in cui ci si sveglia: per il resto non ci sono altro che le battute idiote dei membri della banda, che chiamati per il colpo se ne escono regolarmente con «Ormai sono fuori, mi spiace» e poi accettano tutti. La notte in cui finalmente si rubano le auto è eccitante quanto un cerotto. Qualsiasi tentazione di leggere questa bufala alla luce di passioni metalliche, erotismo meccanico o simili è da ghigliottina. (
pier maria bocchi
)

Totally F***ed Up

Ritratto secco e godardiano di un gruppo di adolescenti annoiati e alienati di Los Angeles. Si espongono e parlano di sesso, relazioni, genitori: il loro linguaggio è fitto di espressioni come “grossomatic” e “gagorama”. E sono gay, quindi non manca mai l’avversione all’omofobia. Non male, ma comunque un passo indietro rispetto a The Living End, il film di Araki che aveva spaccato. Araki è autore di sceneggiatura, montaggio, fotografia ed è anche co-produttore.

Donnie Darko

Già la storia in sé è insolita, dal fascino rapinoso, quasi una sfida logica contagiosa: siamo nell’ottobre del 1988 in un’imprecisata cittadina della provincia americana, con ville ricche, strade pulite e campi di golf che sembra richiamare la città finta di
The Truman Show);
Donnie Darko (Jake Gyllenhaal) è un adolescente dall’intelligenza vivissima e dal nome di supereroe (gli dirà la sua ragazza), refrattario alla dilagante ipocrisia del mondo che lo circonda. In cura da un’analista per le sue frequenti allucinazioni, in rotta con i genitori con cui non dialoga, incompreso a scuola, non può confessare a nessuno che spesso la notte lo visita un coniglio che gli annuncia l’imminente fine del mondo e gli ordina di fare alcune cose.

Proprio in una di queste notti sonnambule scampa a un incidente inspiegabile (un reattore di boeing cade sulla sua stanza) e da allora comincia ad avere strane visioni.
Donnie fronteggia una duplice realtà con due tipi di problemi diversi. Da un lato il suo rigetto della superficialità (come quella dei suoi amici che sognano orge dei Puffi) e del fondamentalismo che lo circondano (incarnato dalla professoressa di ginnastica, fanatica adepta di una setta new age il cui guru, Patrick Swayze, predica una crescita lineare e manichea dalla rabbia all’amore); dall’altro gli inquietanti interrogativi su ciò che il coniglio vuole, e la paura della nuova dimensione del futuro schiusagli dalla rivelazione. Scoprirà che una ex professoressa di scienze della sua scuola ha scritto un libro,
The Philosophy Of Time Travel,
in cui vengono descritte esperienze identiche alle sue e avanzate teorie sul viaggio nel tempo che lo aiuteranno a capire.

L’unica cosa bella sembra essere per Donnie la tenera storia sbocciata con una nuova compagna di classe, Gretchen (Jena Malone), fuggita dal patrigno violento e convinta di vivere con la tragedia nel sangue. Ma il tempo stringe: il coniglio vuole che Donnie incendi la casa del guru (i vigili del fuoco vi scopriranno un’alcova per torture pedofile); la psicologa, allarmata dalle rivelazioni di Donnie sotto ipnosi, teme che il ragazzo faccia qualche sciocchezza; e lui, all’alba del giorno fatidico, dopo la tragedia consumatasi la notte prima, capirà come un universo tangente può incontrare quello primario e cambiarlo in meglio.

Se la sceneggiatura (dello stesso Kelly) incanta, non sono da meno i dialoghi (attenzione a quello fra Donnie e il suo professore di scienze su Dio e il destino, o con la psicologa sulla fine del mondo) e l’uso delle canzoni (con brani di INXS, Tears For Fears, Duran Duran), i cui testi fungono da contrappunto esplicativo di significati non detti. Geniale è il montaggio per opposizioni concettuali (Donnie e Gretchen che saltano felici nel giardino e poi lui dalla psicologa a parlare della solitudine davanti alla morte; il balletto scolastico delle piccole lolite organizzato dal guru pedofilo mentre Donnie ne brucia la casa) che sembra essere la cifra visiva del giovane regista. Il quale reinventa una struttura narrativa tipicamente made in Usa – viaggiare nel tempo per sistemare il presente (vedi
Ritorno al futuro) –
innestandovi citazioni da
E.T.
(la corsa in bici verso l’incontro risolutivo) a Kieslowski (la carrellata finale e catartica di tutti i personaggi come in
Film Blu),
mischiando il fantastico al romanticismo, la metafisica a un’ironia sociale sferzante.

Cinema giovane, fresco, di grande inventiva ed empatico per ogni fascia di pubblico. Un capolavoro di nuova generazione, che riscrive molti canoni creandone uno multiplo e indefinibile. Al momento la migliore definizione di cosa sia
Donnie Darko
l’ha data lo stesso regista: «Magari
Donnie Darko
è la storia di Holden Caulfield risuscitato nel 1988 dallo spirito di Phillip K. Dick, che inventava di continuo storie di schizofrenia e abuso di sostanze in grado di infrangere le barriere dello spazio e del tempo? O si tratta di una black comedy che presagisce l’impatto delle elezioni presidenziali del 1988? In primo luogo, ho voluto fare un film che deve essere visto e digerito più volte». Vedere per credere.
(salvatore vitellino)