Maverick

Aggiornamento svogliato della serie televisiva degli anni Sessanta ricordata con affetto che si avvalle fortemente del fascino individuale per portare avanti una storia che si trascina troppo lenta e troppo a lungo. Gibson è divertente nei panni dell’abile baro delle carte a caccia di piatti ricchi a poker e il cast è pieno di facce familiari dal mondo dei western televisivi d’annata e della musica country contemporanea. Cercate un paio di cammei delle star dei film precedenti del regista Donner. Garner, che recitò nella vecchia serie tv, qui fa un maresciallo. Sceneggiatura di William Goldman. Panavision.

Sister Act 2 – Più svitata che mai

Affabile sciocchezzuola che poco credibilmente ripropone la Goldberg in mezzo alle suore, ad allenare le studentesse partecipanti a una gara di canto, con il cattivo Coburn che trama per far chiudere la scuola. Anche se qualcuno degli autori forse ha visto troppe volte Le campane di Santa Maria, questo inutile sequel vi lascia con il sorriso sulle labbra, grazie a un esaltante finale in musica e alla sequenza dei titoli di coda che è la cosa migliore del film. Molto lento all’inizio.

Sciarada

A Parigi, una ragazza americana apprende che il marito, dal quale stava per divorziare, è morto in circostanze misteriose. Uno sconosciuto aiuta la giovane a sfuggire ad alcuni brutti ceffi che cercano di recuperare un’ingente somma trafugata anni prima dal consorte. Un intricatissimo giallorosa, divertente, ironico, ma anche ricco di suspense, con un insolito Walter Matthau nella parte del cattivo. Straordinari anche gli altri due protagonisti, con un Cary Grant attempato ma in grande forma. Elegante la regia di Stanley Donen. (andrea tagliacozzo)

Stringi i denti e vai

Nel 1908, un giornale del West organizza una corsa di resistenza a cavallo su un percorso, quasi sempre accidentato, lungo 800 miglia. Alla gara, oltre a sei uomini, partecipa anche una donna, che intende servirsi della corsa per liberare il marito, condannato ai lavori forzati. Il regista Richard Brooks – che aveva già affrontato il genere western nel ’56 con L’ultima caccia e dieci anni più tardi con I professionisti – si rifà alla grande tradizione dei film d’avventura con esiti a dir poco notevoli, in alcune sequenze addirittura entusiasmanti. Eccellente l’intero cast. (andrea tagliacozzo)

La seconda guerra civile americana

La seconda guerra civile americana dimostra come Joe Dante sia il più intelligente e caustico cineasta statunitense della generazione cresciuta negli anni della guerra fredda. Benché ampiamente rimaneggiato dall’emittente televisiva Hbo che lo produce, il film resta uno dei grandi capolavori degli anni Novanta. Di sicuro la più perfida satira sul conflitto tra capitalismo e povertà, nonché un’impareggiabile riflessione sul fallimento del melting pot americano. Da La seconda guerra civile americana si potrebbero tranquillamente ricavare elementi per sbeffeggiare le tendenze separatiste che con esiti tragici (come nei Balcani) o ridicoli (come nel Nord Italia) hanno caratterizzato la geopolitica della fine del XX secolo e messo in discussione l’ottimismo della globalizzazione. Non mancano naturalmente, come nei migliori film di Dante, bordate alla vocazione guerrafondaia e fascistoide dei militari, alla demenzialità isolazionista della politica o al rimbecillimento collettivo alimentato dai network televisivi. Lo spunto narrativo? Uno degli stati americani (l’Idaho), per protesta contro il flusso di immigrati, è pronto alla secessione. E sarà guerra senza quartiere, come diceva Archer, l’emissario dei Gorgonauti di Small Soldiers . Semplicemente geniale. (anton giulio mancino)

L’albero della vendetta

Forse il capolavoro di Budd Boetticher, scritto dal più competente sceneggiatore con il quale abbia mai collaborato, Burt Kennedy (in seguito regista in proprio di alcuni film di solido mestiere). Il tema della vendetta, come nel più celebre Sentieri selvaggi di John Ford, diviene un’ossessione funesta che spinge il protagonista Randolph Scott, un ex sceriffo cui è stata trucidata la moglie, a perdere la possibilità di ricostruirsi una famiglia con una donna resa vedova dai pellerossa. Straordinariamente cinico e privo di smancerie, duro e altrettanto implacabile, il film resta uno dei più realistici e austeri del periodo, grazie all’interpretazione del coriaceo Randolph Scott e alle ottime caratterizzazioni di due autentici animali cinematografici destinati alla fama: James Coburn e Lee Van Cleef. (anton giulio mancino)