La Passione di Cristo

Impossibile parlare di un film come
La Passione di Cristo
senza tenere conto delle polemiche che ne hanno preceduto l’arrivo nelle sale. Esiste forse uno spettatore che andrà al cinema con la mente sgombra dai giudizi espressi, fin dalla scorsa estate, da commentatori più o meno autorevoli? Davvero si tratta di un film antisemita? I fatti si sono realmente svolti come Gibson ha deciso di raccontarli? Girato fra Cinecittà e i Sassi di Matera, dove Pasolini realizzò il suo
Il Vangelo secondo Matteo,
il film è recitato in latino e aramaico, la lingua parlata da Gesù Cristo. Una scelta che da un lato ne rende ostica, nonostante i sottotitoli, la fruizione da parte dello spettatore ma dall’altra sottolinea l’intenzione dichiaratamente filologica di Gibson. «Andò proprio così», pare abbia detto Papa Giovanni Paolo II, una notizia però smentita dal suo portavoce Joaquin Navarro-Valls, che ha sottolineato che il Pontefice «non esprime giudizi pubblici su opere artistiche», pur riconoscendo che il film è «una trasposizione cinematografica del fatto storico secondo il racconto evangelico». Non vi sono, in effetti, evidenti discrepanze tra i Vangeli e il racconto di Gibson. Quel che manca è però una spiegazione del senso di quanto rappresentato: le sofferenze di Cristo occupano la gran parte della pellicola, mentre la risurrezione, confinata in pochi minuti, non gode assolutamente dello stesso risalto dato alle frustate inferte al figlio di Dio. E le accuse di antisemitismo? Dopo un primo montaggio e alcune successive e riservatissime anteprime, il regista ha deciso di eliminare dal montaggio definitivo la scena in cui il sommo sacerdote Caifa, di fronte alla crocifissione, pronuncia la frase «il suo sangue sia su di noi e sui nostri figli». Una decisione che dimostra come Gibson si sia effettivamente reso conto del rischio di essere accusato di antisemitismo. Alcuni critici hanno però fatto notare come gli ebrei descritti nel film rispecchino l’iconografia e l’immaginario dell’antisemitismo medievale. «Dire che il film è antisemita equivale ad affermare che lo sono anche i Vangeli», ha ribattuto Navarro-Valls. Una polemica infinita che di sicuro ha contribuito ad accrescere in maniera esponenziale l’interesse per la pellicola. Gibson ha già ampiamente recuperato i 25 milioni di dollari sborsati di tasca propria per realizzare il film: al 30 marzo, nei soli Stati Uniti, l’incasso complessivo è di 317 milioni di dollari. Sotto l’aspetto più strettamente tecnico vanno apprezzati il perfezionismo del regista, che è giunto a spendere 350mila euro per un robot con le sembianze di Jim Caviezel (Gesù Cristo), utilizzato nelle giornate più fredde, durante le quali l’attore non avrebbe potuto resistere seminudo per ore, e la bella fotografia di Caleb Deschanel, cui Gibson ha chiesto di riprodurre le tonalità di Caravaggio. Tutt’altro che disprezzabile, infine, la prova dei molti attori italiani che hanno partecipato al progetto, da Rosalinda Celentano (Satana) a Luca Lionello (Giuda), da Claudia Gerini (la moglie di Pilato) all’ottimo Sergio Rubini (il buon ladrone).
(maurizio zoja)

Cavalcando con il diavolo

Lungo il confine tra il Missouri e il Kansas, la Guerra di secessione si combatte tra i Jayhawkers, fedeli all’Unione, e i Bushwhackers, confederati irregolari. Tra questi c’è anche il giovanissmo Jake Roedel, che diventa adulto tra massacri, agguati e azioni di guerriglia. Accolto sfavorevolmente negli Stati Uniti,
Cavalcando con il diavolo
– penultimo film del taiwanese Ang Lee, tratto da un romanzo di Daniel Woodrell – è stato scorciato dalla distribuzione dagli originari 136 minuti agli attuali 115. Formulare giudizi sarebbe quindi improprio. Ciò che si può intuire è che Lee conferma la sua natura di regista buono per tutti le stagioni: un professional (ma niente di più) che si sarebbe trovato bene nella Hollywood degli anni d’oro. Per il resto,
Cavalcando con il diavolo
riprende interi segmenti da
I cavalieri dalle lunghe ombre
di Walter Hill (c’è perfino un Bushwhacker con la guancia bucata da un proiettile come Keith Carradine), tenta affondi che nelle intenzioni guardano a Michael Cimino, ma poi si perde in un’illustrazione innocua e senza vigore che, a dispetto del sangue versato, non depone granché a favore di Lee. Si salva Jonathan Rhys-Meyers, psicopatico lungocrinito obnubilato dalla guerra: ma è un po’ poco, nonostante il film (quel che ne resta) non si lasci seguire con fatica.
(giona a. nazzaro)

Un sogno per domani

L’insegnante di scienze sociali Eugene Simonet, dal volto completamente deturpato, assegna alla sua scolaresca un tema: pensare a una cosa che non va e tentare di porvi rimedio. Il piccolo Trevor prende alla lettera Simonet e invita a casa Jerry, barbone tossicodipendente che vive in una discarica. Arlene, madre di Trevor, che prova in tutti i modi di dimenticare il vizio del bere, si precipita a scuola per far sentire le sue lamentele. In realtà il piccolo Trevor ha messo in atto una vera e propria strategia esponenziale della bontà: fare un favore e chiedere al destinatario di passarlo ad altre tre persone e così via. Per vie del tutto misteriose, tra i beneficiari di questa strategia c’è anche il giornalista Chris Chandler.

Nonostante gli arabeschi di uno script degno di una qualsiasi delle fiction Rai (con tutte le prevedibili sorprese al posto giusto in modo che non sorprendano nessuno), il terzo film di Mimi Leder conferma tutto ciò che di negativo si era intuito sul suo conto dopo
The Peacekeeper
e
Deep Impact
. La Leder è probabilmente la cineasta più genuinamente pornografica attualmente in circolazione: il modo in cui tratta emozioni e sentimenti tentando sempre di evidenziarne il plusvalore spettacolare, lo sguardo colmo di ricatti con il quale filma gli ultimi o gli svantaggiati, meriterebbero il disprezzo più feroce se tutto ciò si accompagnasse a una sorta di malafede ideologica (cosa di cui invece, a causa della propria sconvolgente banalità, pare addirittura incapace).

La Leder sembra essere infatti la prima vittima del suo mediocre sistema di pensiero. Nel suo mondo, nel quale la «bontà» è l’unica arma attraverso la quale gli umiliati e gli offesi possono dire la loro, lei – per onorarli – si inventa nel finale un dolly orribile e osceno, che pare una via di mezzo fra l’estetica del Giubileo e un matrimonio di massa del reverendo Moon (senza contare la «trucidata» della morte del povero Haley Joel Osment). Insomma: un film orribile più che detestabile, inguardabile più che pessimo.
(giona a. nazzaro)