Ultimatum alla Terra

La celebre scienziata Helen Benson (Jennifer Connelly) si ritrova faccia a faccia con un alieno chiamato Klaatu (Keanu Reeves), che ha viaggiato nell’universo per avvertire l’umanità di un’imminente crisi globale. Quando delle forze che sfuggono al controllo di Helen ritengono ostile l’extraterrestre e gli negano la possibilità di parlare ai leader del mondo come aveva richiesto, lei e il figliastro Jacob (Jaden Smith), con cui è in cattivi rapporti, scoprono rapidamente le conseguenze mortali della frase di Klaatu, che si reputa “un amico della Terra”. Ora Helen deve trovare un modo di convincere questa entità che è stata inviata per distruggerci che l’umanità in realtà merita di essere salvata. Ma potrebbe essere troppo tardi. Il processo ha avuto inizio.

La ricerca della felicità

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Non c’è bisogno di scomodare Toqueville, o Jefferson, o Mark Twain per convincersi della fondatezza del Sogno Americano: uno degli ultimi fortunati a realizzarlo, tale Chris Gardner, ha scritto un libro per illustrare la sua parabola (prontamente pubblicato in Italia dalla Fandango) e il duo internazionale Gabriele Muccino-Will Smith l’ha tradotta in un fortunatissimo film. In Italia se nasci o finisci per la strada, rischi di restarci adattandoti alle circostanze: in fondo è sempre meglio di un lavoro che ti costringe a telefonare per ore e ore a degli sconosciuti, o a urlare numeri e cifre sul capo di altri urlatori, mentre fuori scorre la vita, c’è san Francisco con i suoi tram, le sue luci, il mare.

In America, se sei determinato, fiducioso, ottimista e non permetti a nessuno “di distruggere il tuo sogno”, questo si può avverare. Puoi quindi diventare un ricchissimo broker: quel colletto bianco che negli anni Sessanta i figli dei fiori avevano ripudiato e che, negli anni Ottanta tristemente reaganiani, era tornato in forza e variato magari in yuppy.

In America spesso felicità vuol dire solo ricchezza: è l’unico motivo per cui questo film, così oratoriale, da oratorio in realtà non è. Pur avendone tutti i requisiti (amore, speranza, fiducia, pazienza) è sfacciatamente pedestre e terrestre anche se, verso il finale, una funzione con tanto di cantante gospel e reverendo televisivo riattiva la formuletta statunitense-passepartout “In God We Trust”.

Due parole sulla trama, che probabilmente tutti conoscono. Un giovane venditore di un’apparecchiatura medica difficile a piazzare, faticosa a portare, è in crisi: ha un delizioso figlio di cinque anni, una moglie sgradevole e lagnosa e versa in serie difficoltà economiche. In breve, viene sfrattato dall’appartamento perché non riesce a pagare l’affitto, la moglie lo abbandona (e lo spettatore sospira di sollievo perché è brutta cattiva e castrante) e di degrado in degrado lui e il figlioletto diventano homeless, dormono dove trovano, perfino nei bagni pubblici. Però, casualmente, il protagonista desta la curiosità e la fiducia di un ricco broker, che gli offre la possibilità di fare un praticantato in una società finanziaria, un incarico non retribuito alla fine del quale, dopo vari mesi, solo uno dei tanti praticanti, verrà assunto. E noi sappiamo che sarà lui a vincere, per cui siamo tutti contenti e tranquilli e anche un po’ annoiati di quelle traversie tutto sommato zuccherose: col bambino sempre allegro, fidente nel padre, riccioluto e pulito-pulito, e Smith/Chris anche lui inamidato nonostante le notti insonni passate a studiare e dormire dove capita, magari sui sedili della metropolitana notturna, mentre intorno i colleghi o superiori non si accorgono di nulla o fingono di non vedere l’occultata sofferenza della sua dignità. Negli ultimi minuti del film, dopo tanto soffrire, la felicità degli anni Ottanta si spalanca davanti al protagonista, e didascalie fuori scena ci raccontano la fortuna economica di Chris Gardner.

Perché il film può annoiare profondamente? Forse per il motivo per cui ha molti è piaciuto e piacerà: il suo appartenere a quegli
exempla ficta
che, se azzerano ogni sorpresa, tuttavia ripagano del grado di partecipazione sofferta con la vittoria finale. Quanto al film in sé e per sé, è un buon prodotto di artigianato hollywoodiano; una sceneggiatura che semplifica e riduce abilmente, una scenografia che elegantemente ripropone la San Francisco anni Ottanta, dove ancora si fumava negli uffici – mentre non si allude mai alla libertà sessuale, che c’era, perché ancora non era arrivata la calamità dell’Aids: non si allude perché nel film, forse per colpa del piccolo riccetto, il protagonista non scopa mai né con la moglie né con altre; mentre nel libro, che ho sfogliato, si scopa e molto.

La critica americana ha parlato di
Muccinian Touch,
ma francamente il tocco qui è soprattutto di Will Smith, che tramuta tutto in oro, sia nelle vesti di cantante che di bad boy che in ruoli drammatici come questo. Tutto il film è costruito ossessivamente su di lui e suo figlio (suo figlio anche nella realtà), fino a ridurre a semplice contorno sfocato figuranti e comparse, luoghi o ambienti specifici: non c’è spazio per uscire da quel duo filiale e paterno che ha infiniti esemplari in letteratura e cinema. E per il quale si citano Chaplin e Vittorio De Sica, ma in realtà si trova soltanto, in una scena intollerabile per melensaggine, un omaggio al Benigni de

La vita è bella.

Piacerà il film in Italia? Sbancherà il botteghino come in America? Probabilmente sì. La macchina della propaganda si è messa in moto alla grande. La sera dell’anteprima, giovedì 11 gennaio, Will Smith e Gabbriele Muccino rubavano la scena nei Tg agli ineffabili efferati coniugi di Erba.
(piero gelli)

Karate Kid – La leggenda continua

Dre Parker (Jaden Smith), un dodicenne di Detroit, è costretto a trasferirsi in Cina a causa del lavoro della madre (Taraji P. Henson). In breve tempo Dre inizia a simpatizzare per la sua compagna di classe Mei Yin, ma le differenze culturali rendono questa amicizia difficile. A peggiorare le cose c’è Cheng, un bullo, compagno di classe di Dre, prodigio del kung fu, che si ingelosisce per i sentimenti di Dre nei confronti dell’amica comune. Senza amici, in una paese straniero, Dre non si sente a suo agio se non con Mr. Han (Jackie Chan), il responsabile della manutenzione del suo condominio, che segretamente è anche maestro di kung fu. Man mano che Han insegna al ragazzo che il kung fu non è una disciplina solo di pugni e abilità, ma anche di maturità e calma, Dre capisce che affrontare i bulli sarà l’avventura della sua vita.