Sulle mie labbra

Una ragazza parzialmente sorda e tenuta in scarsa considerazione che lavora in un ufficio assume un teppista ex carcerato come suo assistente, e diventano complici in un crimine. Questo thriller feticista psicosessuale su un grosso colpo non ha neanche un personaggio piacevole, ma è così pieno di svolte inaspettate e colpi di scena che vi catturerà. Cassel e la Devos sono bravi da paura nel ruolo dei perversi reietti. Audiard è anche co-sceneggiatore. 

Tutti i battiti del mio cuore

Thomas (Romain Duris), ha seguito le orme del padre nelle speculazioni immobiliari in società con due trentenni come lui; comprano stabili fatiscenti e occupati nei vari angoli di Parigi e li rivendono. Thomas si prende cura del padre, imbroglione mezzo fallito che ricompare dopo lunghe assenze per farsi aiutare negli affari andati male; la disponibilità forse nasconde un malcelato rancore legato alla morte della madre (suicida?), un tempo pianista affermata. Thomas è giovane, belloccio (Duris è acclamato come il nuovo Delon dai francesi) inquieto e arrabbiato col mondo: passa le serate nei bar a bere con i due soci e a sfrattare a mazzate i sans papier insediati nei suoi stabili, copre i tradimenti del socio dongiovanni e intanto ne ama segretamente la moglie tradita. Finché casualmente, una sera, non incontra il vecchio agente di sua madre che lo convince a riprendere l’esercizio del pianoforte (che Thomas ha interrotto da anni) e a prepararsi per una audizione. Sarà perché è stanco del caos in cui vive, sarà perché nella perfetta bellezza, nell’ordinato equilibrio della Toccata in Mi minore di Bach che esegue fino allo stremo trova requie la sua implacabile inquietudine, Thomas si lancia in questa sfida e nella promessa di nuova vita cui allude in lontananza. Trova un’insegnante cinese che parla solo cinese e con lei, puntualmente, ogni giorno, a discapito della sua attività, si chiude in un mondo di sacrificio, costanza e rabbiosa ossessione per il traguardo, prova e riprova comunicando con la pianista solo con i fraseggi. Ma la tragedia incombe e arriva col padre, gli affari precipitano e tutto il suo mondo implode. Lo salverà solo la musica.
Di certo ad Audiard non fa difetto lo stile, fluido nel suo essere sincopato e nevrotico, nei movimenti di camera a spalla, nei passaggi musicali della bella colonna sonora di Alexandre Desplat, dalle sezioni della Toccata di Bach alle avvolgenti sonorità elettroniche che ovattano il riemergere ai suoni della vita reale. I temi sono tanti e complessi (forse troppi per un film che deve decidere cosa vuole essere): rapporto padre figlio, con la sua voglia di riscatto e l’eredità di uno stesso destino; la musica come antidoto all’incomunicabilità e alla violenza; i generi che si contrappuntano, con un basso continuo di noir, con inserti di romanticismo disperato e fughe verso il valore salvifico dell’arte. Purtroppo stavolta la coppia Audiard-Benaquista non centra l’obiettivo come nel suo precedente Sulle mie labbra (2001): l’idea, allora unica e felice, si frammenta qui in una miscela di ingredienti tutto sommato noti e lasciati irrisolti e il fallimento malinconico di Thomas sembra quasi un corto circuito di una storia che prometteva di meglio; la definizione dei personaggi è funzionale ai cliché utili alla storia stessa e come tali restano, bidimensionali e sbrigativi; il «senso» finale resta ambiguo e non tanto in un’accezione morale che lascia un senso di incompletezza, ma piuttosto per una incongruità che non ha saputo coniugare il noir con qualcosa che non è riuscito a emergere. E tutto il film ne paga lo scotto. (salvatore vitellino)

Il profeta

Condannato a sei anni di carcere, il 19enne Malik El Djebena non sa né leggere né scrivere. In prigione, preso di mira dal leader della gang corsa del carcere, Malik è costretto a svolgere numerose ‘missioni’, che gli meriteranno la fiducia del boss. Il giovane è coraggioso e impara alla svelta, ma non esiterà a mettere a punto un suo piano segreto.

Partendo dalle convenzioni del cinema carcerario e ampliandole fino a trasformarlo in un vero “romanzo di formazione”, Audiard ci offre il ritratto senza speranza e senza concessioni dell’iniziazione alla malavita di un paria della società. Girato con uno stile nervoso e minimalista, il film illustra l’universo disperato della prigione, dove vige solo la legge del più forte. Al suo interno Malik cerca di barcamenarsi, ogni volta facendo un passo avanti nella comprensione  del potere e delle regole che lo guidano, e contemporaneamente cancellando i sensi di colpa che lo rincorrono in una serie di scene troppo programmaticamente “fantastiche” (in cui si trova a dialogare con l’uomo che ha ucciso e che ha dato il via alla sua carriera criminale in carcere). Da vedere assolutamente in originale, dove si mescolano corso, francese e arabo e non nella versione doppiata che appiattisce tutto. Gran Premio della giuria a Cannes, nove César su tredici nomination.