Rush Hour – Missione Parigi

L’ambasciatore cinese negli Stati Uniti sta per svelare agli americani e al mondo il segreto delle Triadi, l’organizzazione criminale più spietata e potente della Terra, che non ha la minima intenzione di subire in silenzio un tale affronto che ne comprometterebbe i destini. Un attentato durante la conferenza stampa lo riduce in fin di vita e fa capire che per fronteggiare la terribile minaccia non basta la semplice polizia ma ci vuole la super-squadra formata dal detective Carter e dall’ispettore Lee. Dopo Los Angeles e Hong Kong dei primi due capitoli della saga Rush hour le indagini della coppia più esplosiva dopo Nitro e Glicerina (e ovviamente dopo Jake ed Elwood Blues) si trasferiscono a Parigi, dove i due affronteranno i pericoli più insidiosi e le ragazze più ammalianti per salvare la figlia dell’ambasciatore, la propria vita e i destini del mondo.

Pallottole cinesi

Una guardia cinese deve salvare una prinicipessa rapita nel Far West. Diventerà amico degli indiani… Jackie se l’era legata al dito quando nel 1997 Jet Li aveva girato Once upon a Time in China and America di Sammo Hung. Il kung-fu nel Far West! Mi avete rubato l’idea! E adesso mostra che cosa è capace di fare lui. Ma Jackie è stanco. Non ha più né il fisico né le idee. E non sembra neanche troppo furbo (non si dice generoso). Perché si sceglie un regista-ombra, anonimo. E una spalla letteralmente invisibile, un biondone di cui non ci si ricorda neanche la faccia. Evidentemente era stato geloso di Chris Tucker, suo partner in Rush Hour , popolarissimo negli Usa. Risultato: un terzo degli incassi di Rush Hour . E un film tre volte più brutto. Gli indiani buoni, i cinesi schiavi che costruiscono le ferrovie, la principessa da salvare che decide di aiutare il popolo. Le battute anacronistiche su John Wayne. Non una traccia di ironia. Non un barlume di meraviglia nelle coreografie. Gli Usa fanno molto male a Jackie Chan. (alberto pezzotta)

Karate Kid – La leggenda continua

Dre Parker (Jaden Smith), un dodicenne di Detroit, è costretto a trasferirsi in Cina a causa del lavoro della madre (Taraji P. Henson). In breve tempo Dre inizia a simpatizzare per la sua compagna di classe Mei Yin, ma le differenze culturali rendono questa amicizia difficile. A peggiorare le cose c’è Cheng, un bullo, compagno di classe di Dre, prodigio del kung fu, che si ingelosisce per i sentimenti di Dre nei confronti dell’amica comune. Senza amici, in una paese straniero, Dre non si sente a suo agio se non con Mr. Han (Jackie Chan), il responsabile della manutenzione del suo condominio, che segretamente è anche maestro di kung fu. Man mano che Han insegna al ragazzo che il kung fu non è una disciplina solo di pugni e abilità, ma anche di maturità e calma, Dre capisce che affrontare i bulli sarà l’avventura della sua vita.

Mr. Nice Guy

Jackie, un abilissimo cuoco cinese, per salvare una fanciulla inseguita da una banda di criminali finisce nel mirino di uno spietato narcotrafficante. Ma ovviamente, nonostante le mille difficoltà e peripezie, Jackie riesce a sgominare i malvagi a colpi di prodezze acrobatiche e kung fu. Proviamo a dar retta ai detrattori: i film di Jackie Chan sono tutti uguali. Vero: basta leggere uno straccio di trama per rendersene conto. Poi, quando Jackie entra in scena, tutto cambia. Saranno anche meri canovacci le storie, ma lo spettacolo che offre il corpo di Jackie, sempre alla ricerca di nuove prove cui sottoporsi, rappresenta un baluardo-limite della concezione baziniana del cinema. Ciascun film viene trasformato da Jackie Chan in un’inchiesta sulle proprie potenzialità, in un documento sullo stato e sul divenire del proprio corpo. Si tratta di un percorso appassionante, che si è sviluppato coerentemente sin dalle primissime pellicole con Lo Wei (ma, rispettando Chan, escludiamo il pessimo
Pallottole cinesi
); cinema performativo, nel suo estremismo umanista e documentario («Filmo solo quello che riesco a fare»). Chan sembra quasi voler abolire il diaframma che separa profilmico e set per continuare a praticare (unico dopo Buster Keaton) un cinema del rischio, che scaturisce dal conflitto del corpo con lo spazio e gli oggetti: il che evidenzia la modernità del suo progetto cinematografico.
(giona a. nazzaro)