L’uomo senza ombra

Dopo John Carpenter, anche Paul Verhoeven si cimenta con un remake libero del classico di James Whale, L’uomo invisibile . Stavolta il regista olandese ha buon gioco nel far slittare sul piano erotico l’intero plot del film originale, finendo nuovamente dalle parti di Basic Instinct : non a caso il brillante scienziato Sebastian Caine (Kevin Bacon), appena sperimentato su se stesso il siero dell’invisibilità, sembra interessato a sfruttarlo esclusivamente in chiave sessuale, riuscendo così a palpeggiare, spiare o violentare tutti i personaggi femminili che lo circondano (dall’ex compagna Elisabeth Shue a un’avvenente vicina di casa).
Anche se non vengono taciute le componenti filosofiche della vicenda (l’Uomo Invisibile, incarnazione aggiornata e yuppie del «dottore pazzo», si sente investito da un’onnipotenza divina e traduce l’invisibilità in liberazione dai vincoli della morale comune), il film è in realtà un chiaro esempio di rilettura postmoderna di un modello collaudato: molto debitore, in questo, nei confronti de La mosca , il rifacimento cronenberghiano de L’esperimento del dottor K . Le cose migliori vengono dagli effetti speciali che, soprattutto nella prima parte, offrono una lezione aperta di anatomia. Poi L’uomo senza ombra si trasforma in un vero e proprio psycho-thriller alla Venerdì 13, con tanto di maniaco omicida mascherato, consentendo a Verhoeven di dare libero sfogo a quella passione per la violenza esplicita che costituisce uno dei tratti maggiormente riconoscibili del suo cinema. (anton giulio mancino)