La diva Julia

Lo schema è quello classico delle
moralities,
lo scontro generazionale e i meccanismi della scalata al successo nell’ambiente teatrale. Nel cinema esiste un capolavoro, la cui referenza è d’obbligo: si tratta di
Eva contro Eva
del 1950, diretto da Joseph L. Mankiewicz: una celebre matura attrice, interpretata da un’indimenticabile Bette Davis, si vede soffiare il ruolo dalla sua giovane e ipocrita segretaria (Ann Baxter). Il film ebbe un tale successo che negli anni Settanta ne fu ricavato un musical,
Applause,
interpretato da Lauren Bacall.

Tutto questo lungo preambolo per affermare che
La diva Julia,
dell’ottimo Istvàn Szabò, segue tutt’altra strada, perché il modello qui è letterario e si rifà fedelmente al romanzo di Somerset Maugham, pubblicato in Inghilterra nel 1935 con il titolo di
Theatre
e, in Italia, nella collezione Medusa della Mondadori, uscì nel 1938 come
Ritratto d’attrice,
ancor oggi rintracciabile in qualche bancarella. Ma non conviene, perché l’Adelphi l’ha ristampato in un’ottima traduzione, oggi anche in edizione economica, col titolo che il film ha ripreso. Maugham conosceva alla perfezione l’ambiente teatrale londinese del suo tempo e, probabilmente quel ritratto di Julia che descrive con tanta finezza psicologica e humour si ispira a un modello reale, così come sono reali i contorni, i personaggi e i luoghi intorno a lei. La moralità, nello scanzonato, acuto ma navigato viveur Maugham, si risolve in un’amabile, per lo meno in questo romanzo, satira del puritanesimo inglese, un retaggio vittoriano-edoardiano, sopportato come una maschera di comodo: tutto è ammesso, purché non faccia scandalo.

Contrariamente al film di Mankiewicz, più duro nel giudicare la società americana, qui trionfano la furbizia e la saggezza/sagacia della maturità: la bella e stagionata Julia, che al culmine del successo teatrale s’innamora perdutamente di un giovane troppo intraprendente, che la tradisce con un’attricetta, riuscirà con un vero e proprio
coup de théâtre
col trionfare dell’infido amante e della squinzia che lui le ha messo tra i piedi. E il divertimento è assicurato, per lo spettatore, grazie anche alla sceneggiatura, calibratissima, di Ronald Harwood, vera forza del film, alle deliziose musiche d’epoca (molto Cole Porter), all’interpretazione magnifica di Annette Bening (cui presta voce italiana Mariangela Melato) e di Jeremy Irons, alla perfetta archeologica ricostruzione ambientale del regista, il quale, senza metterci troppo di suo, segue abilmente la strada ben percorsa da altri: in altre parole, più che di Szabò sembra un film di James Ivory.
(piero gelli)
                                              

A torto o a ragione

Berlino, la guerra è appena finita, gli alleati sono i nuovi padroni della città e la priorità di tutti è quella di denazificare la Germania. Il Maggiore Steve Arnold (Harvey Keitel) ha ricevuto l’ordine di interrogare lo stimato direttore d’orchestra tedesco Wilhelm Furtwängler (Stellan Skarsgård) e raccogliere le prove che lo vedrebbero implicato come simpatizzante nazista. Nel 1933, dopo la presa del potere di Hitler, molti artisti ebrei furono costretti ad abbandonare la Germania. Altri, per protesta, scelsero volontariamente la strada dell’esilio. Furtwängler decise di restare. Da qui l’accusa di fiancheggiare il regime nazista. Se da una parte Furtwängler aiutò a mettere in salvo molti musicisti ebrei, dall’altra rappresentò una delle più ragguardevoli personalità del mondo della cultura nazista. Riferito a un episodio storico reale, il film si sviluppa sul duello verbale e psicologico tra l’interrogato e l’interrogante. Le ragioni del liberatore americano e la difesa dell’artista tedesco. La questione della responsabilità politica dell’artista in un regime totalitario è tuttora aperta: se sia giusto restare e servire il proprio paese o abbandonare la propria patria. Alla fine entrambe le posizioni vacillano. Un film forse troppo lento, ben interpretato, ma poco approfondito al punto di vista psicologico.
(andrea amato)