Il buio nella mente

A Saint-Malo la famiglia Lelièvre assume una nuova governante, Sophie (Sandrine Bonnaire). Irreprensibile nella conduzione delle faccende domestiche, la donna appare assolutamente impenetrabile agli occhi della famiglia alto borghese, persa peraltro nelle proprie meschinità quotidiane. L’unica persona in paese con cui Sophie riesce a legare è la bizzarra postina Jeanne (Isabelle Huppert). Ma questo legame non è troppo benaccetto ai Lelièvre, e la violenza è pronta a esplodere. Sono oramai più di quarant’anni che Claude Chabrol descrive con pazienza entomologica e crudeltà da aracnide le vicende della Francia rurale e provinciale, concentrandosi sull’astratta ottusità dei meccanismi sociali del volto meno noto di una nazione spesso identificata con il cosmopolitismo della propria capitale. Ma è qui che la Francia di Vichy trova le sue radici. Ed è questa immutabilità, troppo spesso ammantata di un velo di nuova fattura, ciò contro cui si scaglia l’astio rivoluzionario di Jeanne e Sophie. Odio immotivato e freddo e puntuale nella sua scansione. Il titolo originale infatti è
La Cérémonie
, e rivela tutta la fulgida lucidità di una successione di atti, scontati eppure finalizzati, e di comportamenti in apparenza normali, ma posseduti da una violenza inespressa, unico motore di un’esistenza ormai privata dell’ideologia del conflitto di classe.
Il buio nella mente
conferma nel migliore dei modi l’assoluta intangibilità del magistero di Chabrol, che assomma un’opera all’altra, una variazione all’altra con la leggerezza dei
Lieder
di Schubert e la gravità delle sonate di Chopin.
(francesco pitassio)

Home

Marthe, Michel e i loro tre figli vivono isolati lungo un’autostrada costruita da anni ma mai inaugurata. Quando però l’autostrada viene messa in funzione e migliaia di macchine iniziano a sfrecciarvi, la famiglia attraversa numerose difficoltà, ma insieme riuscirà a superarle.

Gabrielle

Cosa si nasconde dietro una coppia apparentemente felice? Quali sono le dinamiche che uniscono e separano due persone? Questi i temi affrontati in Gabrielle, pellicola ambientata nei primi del ‘900 per la regia di Patrice Chéreau, già autore di Intimacy. Da un racconto di Joseph Conrad, The Return , il film ripercorre la storia di Harvey (Pascal Greggory), editore di successo, insieme con la moglie Gabrielle (Isabelle Huppert). La vita coniugale dei due sembra trascorrere serena fino a quando, un giorno, Gabrielle abbandona Harvey mettendo in crisi il loro matrimonio.

I cancelli del cielo

Nel 1870, nel Wyoming, gli avvocati James e Billy, ex compagni di corso ad Harvard, si ritrovano su fronti opposti: il primo, diventato sceriffo, difende gli immigrati provenienti dell’Est europeo che aspirano a un pezzo di terra da coltivare, mentre il secondo cura gli interessi dei potenti allevatori di bestiame che li vorrebbero sopprimere. Il film fu un fiasco di proporzioni colossali e mandò in rovina la United Artist che lo aveva prodotto. Il risultato finale, però, è quasi ingiudicabile, dato che del film ne esistono numerose versioni (tra le quali una da 219 minuti, mentre l’originale arrivava fino a 325). Quel poco che ne resta è sicuramente notevole. Una nomination agli Oscar. (andrea tagliacozzo)

Grazie per la cioccolata

La Svizzera del cioccolato. La Svizzera apolide delle cliniche di lusso e delle spider lungo il lago di Lemano. La Svizzera, isola ricca nel cuore dell’Europa unita. Come spesso accade nei gialli firmati da Claude Chabrol, sono gli elementi di contorno a fornire dei dettagli fondamentali alla comprensione del progetto.
Grazie per la cioccolata
è la storia di un veleno nascosto nello zucchero, di persone che si scoprono diverse, che vivono la separazione tra i loro pensieri e le loro azioni. Anche qui, come nelle opere precedenti del regista francese, esiste un mistero (una morte e una nascita poco chiare). Qualcosa verrà scoperto (le cause della morte) e qualcosa (lo scambio dei figli) resterà insoluto. O forse si dissolverà con l’aria nuova del mattino. Compiendo un giro intorno all’enigma, le identità (parlando di nascita e morte si ricade inevitabilmente su questo fenomeno fondatore) non si svelano. Le due famiglie (quella del cioccolato e quella della clinica), le loro relazioni e i loro pericolosi incroci mostrano qualche segreto, qualche smagliatura nella confezione elegante in cui sono avvolti. I rispettivi figli potrebbero essere davvero stati scambiati all’atto della nascita; in fondo poco importa: ogni uomo mostra quello stesso fondo di perversità che contraddistingue la figura di Isabelle Huppert (straniera che accoglie gli amici a casa propria quasi a possederli, donna che avvelena lentamente le persone che ama, quasi per restare con il ricordo doloroso della loro esistenza e della loro fine).
Grazie per la cioccolata
è in se stesso un film sulle perversità, sulle deviazioni che la vita compie, per fatalità o premeditazione (sarà goffaggine o piano calcolato la caduta del cioccolato da cui tutto il mistero si dipana?). La stessa musica, la marcia funebre di Liszt che accompagna il film (è suonata dal musicista famoso e dall’allieva-figlia ideale) è un’altra forma di perversione. Una musica da lutto che va suonata come se fosse una parata, con vigore e senza le malinconie leggere e sinuose del gioco di polso. Questo è anche il programma seguito da Chabrol.
Grazie per la cioccolata
denota una regia pura, semplice e implacabile. Tutti i movimenti di macchina, i cambi di piano, gli stacchi di montaggio sembrano rispondere alla legge dell’economia. Tutto segue un percorso definito e tutto svia dalla comprensione del medesimo. Col passare degli anni ci si rende conto che Chabrol non costruisce gialli a tasselli da completare, ma opere piene. All’apparenza concave e invece pericolosamente ricurve verso l’esterno. Come un gorgo che ti inghiotte.
(carlo chatrian)

Madame Bovary

Emma, giovane e irrequieta moglie di un medico di provincia, flirta dapprima con l’assistente di un notaio, Leon, quindi diviene l’amante del marchese Boulanger. Il romanzo di Gustave Flaubert ha avuto numerose trasposizioni cinematografiche, tra le quali una celebre diretta nel 1949 da Vincente Minnelli. Questa di Chabrol, dal canto suo, non brilla certo per originalità, anche se non manca di buoni momenti e si giova della mano sicura del regista. Brava comunque la Huppert, già diretta dal regista nello splendido
Un affare di donne
.
(andrea tagliacozzo)

Il tempo dei lupi

Giunta nella sua casa di villeggiatura, una famigliola borghese la trova occupata da sconosciuti, che subito uccidono il padre. Per la madre (una Huppert sottotono) e i due figli comincia così un’odissea surreale in una campagna che, colpita da un inspiegabile disastro, sembra ritornata all’anno zero (mancano acqua, cibo, luce e trasporti). Approdati in uno scalo merci abbandonato, che ospita altri «superstiti», i tre sopravvivranno con un’umanità espropriata di sé, nell’attesa collettiva di un fantomatico treno che li porti via.

Dopo una partenza analoga al suo
Funny games
(la serenità familiare spezzata dalla violenza di intrusi), questa volta Haneke sceglie di mirare alto e mettere in scena (si è forse ispirato come metafora e idea di fondo al romanzo
Cecità
di Saramago?) quel che resta dell’uomo in un mondo da «day after». Ma le premesse non vengono sviluppate, perché non basta adottare il punto di vista degli oggetti e della natura indifferente, o descrivere con crudezza l’abbrutimento sociale nel crollo dell’ordine, quando sono in ballo i grandi temi morali e filosofici di simili tragedie. Il rischio è che i personaggi risultino senza spessore e, pur nell’assurdità della storia, senza credibilità. Così il film finisce per sembrare l’osservazione «neutrale» di un esperimento antropologico non riuscito. Lo conferma il finale aperto, spiraglio di speranza per lo spettatore, ma che sa di escamotage, usato dal regista per sbrogliare una matassa che non sapeva più come trattare. Estraniante e solo per volenterosi.

(salvatore vitellino)

8 donne e un mistero

Natale 1950, in una magione dispersa nella campagna francese, sommersa dalla neve, sette donne si apprestano a passare tutte insieme le feste: la nonna inferma, la zia zitella e acida, la padrona di casa madre di due figlie, la governante e la cameriera. Al piano di sopra c’è il capofamiglia Marcel, uomo d’affari. In tarda mattinata la cameriera scopre il corpo di Marcel accoltellato a morte nel suo letto. Le sette donne diventano le sospettate del delitto e a loro si aggiunge Pierrette, sorella della vittima, donna affascinante dalla vita poco chiara. Tutte hanno un movente, tutte nascondono qualcosa, nessuna se ne può andare dalla casa. Fino a quando…
Otto donne e un mistero,
tratto da una piéce teatrale di Robert Thomas degli anni Sessanta, è un thriller classico, una giallo in perfetto stile Agatha Christie, una commedia musicale alla Vincente Minelli e un film con forti tratti umoristici e surreali. Questo frullato di generi dà vita a una pellicola piacevole, girata molto bene e recitata magistralmente dal meglio del cinema francese al femminile. Lotta di classe, trasgressioni sessuali, squallore famigliare, il tutto vissuto con la mentalità anni Cinquanta, ma visto con la giusta ironia dei nostri tempi. Una giornata surreale per capire le donne, tra sconcertanti rivelazioni e piccole vendette. Esilaranti le interpretazioni delle canzoni e i balletti delle protagoniste e da non perdere il bacio saffico tra la Ardant e la Deneuve. Trent’anni fa avrebbe fatto scalpore, oggi fa sorridere.
(andrea amato)

La finestra della camera da letto

Mentre si trova nell’appartamento dell’amante, Sylvia assiste all’aggressione di una ragazza. Quest’ultima riesce fortunatamente a salvarsi. Quella stessa notte, un’altra giovane viene invece uccisa in analoghe circostanze. Per far catturare, senza compromettersi, l’aggressore e probabile autore anche del secondo delitto, Sylvia fornisce indicazioni utili a Terry, l’amante, che si propone come testimone oculare. Discreto omaggio al grande Hitchcock, ben congegnato, avvincente, anche se irrimediabilmente derivativo. Curtis Hanson continuerà a realizzare thriller interessanti ma poco originali, fino ad arrivare al grande successo dieci anni più tardi con l’ottimo

L.A. Confidential.
(andrea tagliacozzo)

L’amore nascosto

Danielle è una donna ricoverata in una clinica privata dopo il terzo tentativo di suicidio. Odia sua figlia Sophie, con la quale non è mai riuscita a costruire un rapporto e per questo si è inflitta un silenzio inviolabile, autorelegandosi in un mondo chiuso e sterile, senza reazioni, senza bisogni, senza futuro. La psichiatra che l’ha in cura però non vuole rassegnarsi a perderla e la convince a tentare almeno di mettere per iscritto i suoi pensieri. Tratto dal romazo Madre e ossa di Danielle Girard edito da Baldini Castoldi Dalai editore

Ma mère

Allevato dai nonni, l’adolescente Pierre ha sviluppato una sconfinata venerazione per la madre. Quest’ultima è tutt’altro che un esempio di moralità e durante un soggiorno alle Canarie decide di rivelare al figlio la propria vera natura, iniziandolo ai piaceri della perversione e cancellando l’immagine che il ragazzo si era costruito durante gli anni di lontananza dalla madre.

Tratto dall’omonima opera incompiuta e postuma di Georges Bataille, il primo capitolo della carriera cinematografica di Christophe Honoré, anch’egli scrittore, arriva sugli schermi italiani preceduta dalle furibonde polemiche scatenatesi in Francia dopo l’esclusione della pellicola dall’ultimo Festival di Cannes. Una decisone motivata dal tema scabroso affrontato dal film, si potrebbe pensare. Molto più probabilmente i selezionatori della rassegna hanno ritenuto l’opera assai poco adatta al confronto con concorrenti di tutt’altro spessore. Nonostante un’ottima Isabelle Huppert,
Ma mère
è infatti ben poca cosa: noioso e affossato da dialoghi spesso improbabili, il film si trascina stancamente verso una conclusione assai prevedibile. Unica nota positiva, oltre alla prova della già citata Huppert, la presenza del giovanissimo Louis Garrel, già protagonista di
The Dreamers
di Bernardo Bertolucci e attore di sicuro avvenire.
(maurizio zoja)

Il figlio di due madri o la commedia dell’innocenza

Un bambino che decide di cambiare la sua mamma, una madre che ha perso il proprio ed una che lo trascura un po’, un padre assente ed uno zio che ne fa le veci. Attorno a questi elementi da dramma borghese Ruiz mette in piedi un’altro dei suoi affascinanti mondi paralleli. Più che al sistema dei personaggi (la cui psicologia e la cui definizione sociale è lasciata completamente indefinita), è alle modalità di rappresentazione e di messa in scena che il regista guarda. Con perfetta assonanza alle idee di Massimo Bontempelli, Ruiz dispone un racconto in cui sostanzialmente è l’identità (nostra e della realtà con cui ci confrontiamo) ad essere messa in discussione. Nel film una figura ritorna spesso: quella del movimento di macchina che non assume un punto di vista (non si fa soggettiva) ma rovescia le posizioni in campo (facendo partecipare lo spettatore a una realtà polimorfa). La panoramica più di una volta sostituisce il meccanismo del campo/fuori campo e, legando i due interlocutori in un solo movimento, li fa anche partecipare della realtà dell’altro. O meglio, li priva della solida posizione di chi ha un punto solido e fisso da cui guardare il reale. Il film di Ruiz privilegia invece lo scambio, il movimento sinuoso e conturbante (viene in mente la grazia notturna di Jeanne Balibar, la sua voce e la sua andatura sono parte integrante di questo progetto tanto quanto l’espressione smarrita e assente di Isabelle Huppert). Un movimento che porta lo spettatore ad assumere posizioni opposte nell’arco della stessa ripresa. In un certo senso, innocenza vuol dire anche questo: lasciarsi sedurre dalle argomentazioni e dai punti di vista dell’altro, fino ad assumerli. Un po’ come accade ai protagonisti di questa storia: tutti preda di un meccanismo che li supera e li avvolge. Così è il bambino, che riprende il mondo come lo vede lui, come lo vede il suo amico immaginario-reale Alexandre, come lo vedrebbe il suo alter-ego morto Paul… Un regista naif disposto a lasciare la mdp in mano al soggetto ripreso; un regista che si fa attore, che accetta di entrare nel gioco delle parti, nella ronde dei personaggi dei loro ruoli. La
comédie de l’innocence
lascia da parte la linearità della detection che spingerebbe lo spettatore alla ricostruzione dei moventi e delle dinamiche che avvengono tra Camille e la sue due mamme, Isabelle e Ariane. Il gioco dell’innocenza vuole che i calcoli, le spiegazioni, la psicanalisi e il calcolo delle probabilità vengano estromessi. Non si dà spiegazione e non c’è spiegazione da dare nella storia e nel desiderio di Camille e delle sue mamme. Ruiz stesso ce lo suggerisce in maniera più delicata, allontanandosi dalla scena con dei carrelli indietro o riprendendola da lontano (fuori dalle finestre della casa o dietro ai personaggi nel parco). Quasi fosse un passante che, per caso, nota la scena. E di colpo inventa una storia.

(
carlo chatrian
)

I santissimi

Depardieu e Dewaere sono due rozzi delinquenti che si comportano come ragazzini nonostante l’età: commettono crimini insignificanti, terrorizzano e si dividono le donne. Spassosa, spigliata e a tratti poetica disamina sull’alienazione. La Moreau compare per poco nelle vesti di una ex-truffatrice che se la intende coi due ragazzi.