Zorba il greco

Versione riflessiva e gustosa del racconto di Nikos Kazantzakis. Quinn è entusiasmante nei panni del personaggio del titolo, un robusto contadino, mentre Bates è un intellettuale inglese suo compagno. La Kedrova vinse un Oscar per la sua interpretazione di una prostituta morente, al pari della fotografia (di Walter Lassally) e delle scenografie. Indimenticabile la colonna sonora di Mikis Theodorakis. Sceneggiato dal regista. In seguito diede origine a un musical di Broadway. Due premi in totale dall’Academy e altre quattro nomination.

I cannoni di Navarone

In Grecia, durante la seconda guerra mondiale, a un commando alleato viene affidato il difficile compito di attaccare e distruggere una batteria di cannoni tedesca piazzata su un’isoletta, all’imbocco di uno stretto. Spettacolare film bellico tratto dall’omonimo romanzo di Alistair MacLean, ben costruito intorno a un cast d’eccezione. Grande successo di pubblico, tutto sommato ampiamente meritato. Premio Oscar 1961 per gli effetti speciali e due nominations per il film e per la sceneggiatura non originale (di Carl Foreman).
(andrea tagliacozzo)

Ifigenia

Adattamento ambizioso, ma con una regia troppo invadente, dell’Efigenia in Aulide di Euripide, in cui Agamennone si convince che, per ottenere una vittoria militare, dovrà sacrificare sua figlia Efigenia (Interpretata in maniera impressionante dalla giovane Papamoskou). Gli elementi del dramma forte sono presenti, ma Cacoyannis opta per inquadrature sbalorditive piuttosto che concentrarsi sul cuore della storia. Una nomination agli Oscar.

Z – L’orgia del potere

Oscar per il miglior film straniero e per il montaggio, basato su fatti realmente accaduti e incentrato sull’assassinio politico di Montand e sulle sue agghiaccianti conseguenze. Troppo parlato, apprezzabile più per la sua attualità che non per le qualità cinematografiche, ma comunque avvincente. Buona la recitazione.

Le troiane

La tragedia di Euripide sulla promessa delle donne di Troia dopo la sconfitta dell’esercito della città riceve qui un trattamento sorprendentemente piatto (per quanto fedele), anche se nessun film che metta insieme quattro attrici così grandi può essere totalmente liquidato.

La legge del capestro

Jeremy è un famigerato allevatore del Wyoming abituato a fare giustizia sommaria, impiccando chiunque commetta illegalità ai suoi danni. Il giovane Steve lo aiuta a salvarsi da un imboscata e l’allevatore, riconoscente, lo assume nel suo ranch. Un buon western psicologico tratto da un racconto di Jack Schaefer. Nello stesso anno James Cagney – che qui sostituisce Spencer Tracy, destinato al ruolo prima di litigare con il regista Robert Wise – girò un altro famoso western,
All’ombra del patibolo
, diretto da Nicholas Ray.
(andrea tagliacozzo)

Assisi Underground

Tratto dal romanzo dello stesso regista, «Assisi clandestina». Ad Assisi nel 1943, il vescovo tenta di salvare il maggior numero di ebrei dalle persecuzioni naziste. Chiama ad aiutarlo nell’impresa un giovane e coraggioso frate francescano che, con l’aiuto di un amico tipografo, fa stampare dei falsi documenti di riconoscimento. Cast d’esportazione (ma incolore) al servizio di una regia paratelevisiva (altrettanto incolore). Particina per Alessandra Mussolini.
(andrea tagliacozzo)

Un film parlato

Esiste, anzi esisteva una «mediterraneità» che per secoli ha unificato lingua e culture diverse, nate però da un unico grembo. Parafrasando Predrag Matvejevic, Manoel de Oliveira filma una stupefacente parabola, per capire a fondo la quale si devono attendere gli ultimi cinque minuti che ne ribaltano la prospettiva e, innanzi tutto, bisogna recuperare la nostra sepolta «naivetè», ovverosia la capacità di tornare a vedere la realtà come se fosse la prima volta, come fossimo bambini. Ed è infatti con gli occhi di una bimba di otto anni che, per buona parte del film, vengono colte le immagini dei luoghi topici della nostra civiltà.

Una giovane professoressa universitaria di storia coglie l’occasione di ritrovarsi a Bombay col marito, pilota di linee aree civili, per fare una crociera e visitare con la figlia Maria Joana tutti quei luoghi che lei finora ha conosciuto solo sui libri. Si parte da Lisbona e dalla sua Torre di Belèm, si scorge Ceuta lontana, si scende a Marsiglia, a Napoli si visitano le rovine di Pompei, poi Atene e il suo Partenone, Istanbul, l’Egitto e le sue piramidi e infine Aden, come ultima tappa, dopo la quale il viaggio si interrompe e non vi racconto perché. Durante queste soste «turistiche», scandite dal primo piano della prua della nave che solca il mare, salgono a bordo tre donne in carriera, una francese (Catherine Deneuve), ricca donna d’affari, un’italiana (Stefania Sandrelli), ex-modella famosa e una greca (Irene Papas), attrice e cantante. Il comandante della nave (John Malkovich) gentiluomo e charmeur, americano ma di origine polacca, le invita come ospite alla sua tavola cui, in un secondo momento, si aggregheranno anche la professoressa e la piccola figlia.

Questa seconda parte del film, prima della sorpresa finale, è costruita quasi come un’unica sequenza, con pochi stacchi di macchina, spesso fissa, come nel grande Ozu, ed è un solo inno – sotto la forma di una conversazione anche sempliciotta, quasi banale, da chiacchiera da tavola – alla nostra civiltà in declino, una civiltà fondata sui valori della cultura greca, dove tutti si capiscono pur parlando lingue diverse, perché la cultura unifica nella diversità democratica, dove tutte le opinioni sono accette, dove l’educazione, la gentilezza, l’arte di intrattenere predominano. Ci si rende conto che a quel tavolo siede un’umanità in via di estinzione, che la nave è una narrenschift, se si sostituiscono ai narren, ai folli, quei superstiti laudatores di valori non più in commercio. Con il suo modo essenziale, forse un po’ tanto semplicistico, ma disarmante, incantato e struggente di raccontare, il «grande vecchio» del cinema riesce ancora una volta a commuoverci e a lasciarci, grazie alla sequenza finale, con l’animo ulcerato e sgomento.
(piero gelli)

Tutto in una notte

Un ingegnere, afflitto da una fastidiosa insonnia, scopre che la moglie lo tradisce. Durante un viaggio notturno a bordo della sua auto, l’uomo aiuta una ragazza a sfuggire da quattro pericolosi killer. Episodio apparentemente minore della filmografia di John Landis – decisamente lontano da capolavori come
The Blues Brothers
e
Un lupo mannaro americano a Londra
– anche se l’inimitabile stile del regista è ancora ben riconoscibile. Come in molti altri lavori di Landis, amici e colleghi del regista appaiono a sorpresa in piccoli ruoli cameo (tra questi si riconoscono David Bowie e Roger Vadim). Lo stesso Landis compare nei panni di uno dei killer iraniani (è quello imbranatissimo che in un inseguimento si tira la porta in faccia).
(andrea tagliacozzo)

La stirpe degli dei

Dopo aver portato a termine una delicata missione a Cuba, un agente francese della CIA apprende da un collega americano che nella sede di Parigi agisce un gruppo di traditori denominato Topaz. Dall’omonimo romanzo di Leon Uris, un film minore di Alfred Hitchcock, appesantito dall’ingarbugliata sceneggiatura di Samuel Taylor. Il regista girò altri due finali alternativi che poi decise di scartare (le scene in questione si possono trovare nella versione su laser disc distribuita negli Stati Uniti).
(andrea tagliacozzo)

Alta stagione

Una coppia di coniugi inglesi si trova a Rodi per una vacanza: lei viene sedotta dal giovane Jimmy, mentre lui s’innamora di Katherine, una fotografa trasferitasi da poco sull’isola. Confezione impeccabile, ma in definitiva poca sostanza. Fiacco esordio alla regia di Clare Peploe, moglie di Bernardo Bertolucci. La Peploe ha scritto la sceneggiatura con il fratello Mark (già autore, assieme a Bertolucci ed Enzo Ungari, del copione de
L’ultimo imperatore
). Tra gli interpreti compare anche un giovane Kenneth Branagh.
(andrea tagliacozzo)