Il giardino delle vergini suicide

Tratto da un romanzo di culto dei primi anni Novanta (Jeffrey Eugenides, «Le vergini suicide», Mondadori), esce – a più di un anno dalla presentazione a Cannes – il primo lungometraggio di Sofia Coppola. Sottovalutato dalla critica e destinato al tritatutto degli esperti (televisivi e non), Il giardino delle vergini suicide è uno dei film sugli adolescenti più disperati e autentici mai realizzati.
Provincia americana, anni Settanta: cinque sorelle bionde, belle e misteriose sono l’oggetto del desiderio dei compagni di scuola, che ne spiano i movimenti e ne studiano i comportamenti. La tragedia annunciata arriva subito, con la più piccola che dapprima cerca di uccidersi e alla fine ci riesce, segnando tutto lo svolgimento della storia fino alla luttuosa chiusura. In mezzo, un teen-ager movie esistenzialista e vagamente allucinato che, a dispetto del tono indiziario della narrazione, rinuncia a offrire una vera spiegazione dell’accaduto. I misteri rimangono irrisolti e la curiosità dei ragazzi cui è affidata la narrazione inappagata. Non c’è niente da capire nel suicidio delle cinque sorelle Lisbon, niente che possa essere ricondotto a un coerente sistema causale. È vero, la madre è un’arpia bigotta e il padre un vecchio ragazzo inconcludente e debole, il ridicolo Dominic si innamora vanamente di un’altra e il bel Trip Fontaine fugge dopo una notte d’amore, ma tutto questo non basta. Tutte le piste sono false, tutte le ipotesi parziali. Il malessere che affligge mortalmente queste ragazze viene dall’interno, come il cancro che mina gli olmi del viale e il sangue mestruale che periodicamente esce dal loro corpo. Ma non si va oltre, e sorge il sospetto che anche questa simbologia non faccia altro che aggiungere un ulteriore tassello allo scacco del narratore.
Il mistero, doloroso e tragico, dell’adolescenza rimane insondabile, e anche il film resiste all’interpretazione. L’unica chiave – ma non si tratta di una chiave d’accesso, bensì piuttosto della dichiarazione di un’esclusione – è data da Cecilia, che allo psicanalista (colui che di mestiere interpreta la psiche) dichiara: «È evidente che lei non è mai stato una ragazzina di tredici anni». Questa battuta, nella sua disarmante ovvietà, riassume il senso del film e spiega la distanza cui tutti – adulti e spettatori – vengono tenuti. La tragedia adolescenziale di non poter condividere l’esperienza si traduce, nel film di Sofia Coppola, nella dimostrazione della vanità di ogni racconto. La logica viene sconfitta e rimane soltanto il dolore. (luca mosso)

Lost In Translation

Due americani a Tokyo. Lui è Bob Harris, una star del cinema giunta in Giappone per girare uno spot pubblicitario per una marca di whisky. Lei è Charlotte, a Tokyo per accompagnare il marito fotografo. Lui è sposato da venticinque anni e ha due bambini. Lei si è appena laureata e sposata. Inizialmente hanno in comune l’hotel e l’insonnia. Per questo si incontrano al bar dell’albergo: diventano amici, girano Tokio di notte, si divertono come matti, riscoprono la gioia di vivere.
Spesso i figli d’arte si portano sulle spalle il macigno del loro cognome importante. Devono combattere contro inevitabili paragoni e spesso finiscono per perdere il confronto. Invece Sofia Coppola, dopo il positivo esordio de Il giardino delle vergini suicide, conferma con Lost In Translation il suo talento e si costruisce un percorso artistico indipendente da quello del padre Francis Ford. Questa ragazza laureata in Storia dell’arte al California Institute of the Arts possiede un gusto del colore e della luce non comuni, di forte ispirazione pop. Il film racconta dell’incontro di due solitudini. Un uomo e una donna riescono ad essere amici senza bisogno di fare sesso. Tokyo diventa il loro piccolo paradiso perduto, un’isola di tempo dove dividere e aggiungere momenti alle loro esistenze. Non è un deserto, ma un caos di luci, locali, odori e sapori, grattacieli e taxi a ogni angolo di strada. La tristezza arriva nel vuoto delle loro stanze d’albergo. Lei lasciata troppo spesso sola dal marito senza progetti per il futuro. Lui pacco commerciale portato qua e là dall’ufficio stampa giapponese. Notevole anche la colonna sonora: si va da Scarborough Fair di Simon e Garfunkel a God Save The Queen dei Sex Pistols, da More Than This di Brian Ferry a Brass in Pocket dei Pretenders. Molte canzoni sono cantate in versione jazz da Catherine Lambert, che nel film interpreta la cantante del piano bar dell’hotel. Altre volte la Coppola si diverte a proporle in karaoke, facendo cantare gli attori a una festa. Preziosa è stata la collaborazione di Kevin Shields dei My Bloody Valentine, una delle band preferite dalla regista, che ha scritto i brani originali per il film. Oscar 2004 come migliore sceneggiatura originale. (francesco marchetti)