Il diario di Bridget Jones

A Londra, la trentenne Bridget Jones, da troppo tempo single, decide di dare una radicale svolta alla sua esistenza: dovrà al più presto dimagrire, affermarsi professionalmente e, soprattutto, riuscire a trovare l’uomo della sua vita. Bridget si ritrova a dover scegliere tra le attenzioni dell’affascinante ma inaffidabile Daniel Cleaver, suo boss alla casa editrice dove lavora, e quelle dell’amico di famiglia Mark Darcy, avvocato di grande fama, belloccio ma apparentemente impettito e scostante. Tratto dal best-seller di Helen Fielding (che ha scritto anche la sceneggiatura con la collaborazione di Andrew Davies e Richard Curtis), il film di Sharon Maguire (al suo esordio registico) è piacevole, ben confezionato, ma quasi sempre prevedibile. Prevedibilmente divertente, verrebbe da dire: visto il tono della pellicola, infatti, gag e situazioni sono ampiamente anticipabili, senza per questo togliere nulla alla gradevolezza dell’insieme. Per merito, bisogna precisarlo, non tanto della regia della Maguire – priva di grandi invenzioni – quanto della solida produzione (dell’inglese Working Title, specializzata in successi commerciali come
Quattro matrimoni e un funerale
e
Notting Hill
) e dell’ottimo cast: Renée Zellweger, con notevole sprezzo del ridicolo, non esita a mostrarsi in situazioni assurde e abiti succinti, nonostante i chili in più acquisiti per esigenze di copione, e attraversa il film come un autentico ciclone; Hugh Grant, solitamente antipatico nel suo tipico aplomb britannico, è stavolta perfettamente a suo agio nei panni del dongiovanni mascalzone e, paradossalmente, ci acquista in simpatia, a dispetto delle credenziali opposte del suo personaggio; infine Colin Firth, attore affidabile ma fino ad ora piuttosto anonimo (alzi la mano chi si ricorda che faccia ha), è la vera sorpresa del film, completamente disarmante e vulnerabile nel ruolo di Mark Darcy (cognome preso in prestito da un personaggio di
Orgoglio e pregiudizio
di Jane Austen, interpretato in Tv dallo stesso Firth). Peccato, quindi, che gli autori non siano riusciti ad aggirare l’insidiosa trappola del già visto. Con qualche sforzo in più in sede di sceneggiatura e regia si potevano raggiungere gli ottimi risultati di
Alta Fedeltà
(altra produzione Working Title), film al quale, in un modo o nell’altro,
Il diario di Bridget Jones
può essere in parte accostato.
(andrea tagliacozzo)

Che pasticcio Bridget Jones!

Seconda puntata delle avventure sentimentali di Bridget Jones. Fidanzata più o meno felicemente con l’avvocato Mark Darcy ma gelosissima di una sua affascinante collaboratrice, riprende a frequentare per motivi professionali l’intrigante Daniel Cleaver, che l’aveva sedotta nell’episodio precedente. Dopo essersi cacciata in pasticci di ogni genere, tornerà tra le braccia del suo Mark. Riuscirà a sposarlo?

Squadra che vince non si cambia. La regola aurea degli allenatori di calcio è stata applicata quasi alla lettera anche per il sequel de

Il diario di Bridget Jones,
tratto dal secondo romanzo di Helen Fielding dedicato all’eroina di tutte le single desiderose di mutare il loro status. È cambiata solo la regista: Beeban Kidron ha sostituito Sharon Maguire. Chissà, forse è stata questa non secondaria variazione a rendere assai poco interessante la seconda puntata di una commedia il cui primo episodio, pur senza essere un capolavoro, poteva tranquillamente essere classificato alla voce «riuscito film d’evasione». Prevedibile, ripetitivo e sostanzialmente inutile, questo sequel si salva dal totale naufragio soltanto grazie alle buone interpretazioni di Renée Zellweger, quasi irriconoscibile grazie a una dieta ipercalorica che le ha permesso di ingrassare per riempire di nuovo i panni del suo personaggio più noto, e di uno Hugh Grant come sempre a suo agio nel ruolo del simpatico mascalzone. Colin Firth, dal canto suo, continua a recitare con diligenza la parte del bravo ragazzo impettito e noiosetto. Assolutamente da evitare per chi non ha gradito il primo episodio, gli altri acquistino il biglietto a proprio rischio e pericolo.
(maurizio zoja)