Onde

Una ragazza che lavora in un esercizio commerciale all’aeroporto è preda di un complesso di inferiorità che le causa difficoltà nei rapporti interpersonali, in particolare con gli esponenti del sesso opposto. Una macchia violacea sul viso, una «voglia», la rende – a suo modo di pensare – indesiderabile per chiunque. Fino a quando non incontra Luca, un musicista sensibile e non vedente. Con lui Francesca riesce a costruire un rapporto di amicizia che sfocia in amore. Ma il «difetto» della ragazza ha lasciato un segno profondo nella sua psiche e la storia con Luca prenderà una piega im

Io ballo da sola

Lucy torna nella villa in Toscana dove è cresciuta per scoprire chi è il suo vero padre. In una comunità internazionale di ricchi annoiati, troverà invece l’amore. Bertolucci torna a raccontare una storia italiana dopo quindici anni, con aria distesa e occhio giovanissimo. Riunisce un cast bizzarro da vecchio cinefilo (da Jeremy Irons a Jean Marais a Stefania Sandrelli) e filma con curiosità lo schiudersi della bellezza nel corpo di Liv Tyler. Libero dalle sovrastrutture ideologiche che altrove lo ingabbiano, dà libero sfogo a un piacere di raccontare che si è visto in poche altre pellicole del decennio. Un film solare, un film di morte. E una descrizione di ricchi intellettuali che ad alcuni ha ricordato addirittura La regola del gioco di Renoir. Un film giovane, da conservare per i decenni a venire. (emiliano morreale)

Amorfù

Elena è una giovane psichiatra che sta completando la specializzazione sotto la supervisione del suo professore e mentore, Franco, direttore di una comunità di recupero per disadattati e
matti.
Qui la giovane donna si imbatte in Fausto, un estroso musicista, instabile ma con evidenti segni di normalità. Subito e istintivamente, Elena decide di aiutarlo. Ben presto Fausto diventa un paziente speciale per cui la donna si rende conto di provare sentimenti che vanno oltre il semplice rapporto psicoterapeuta-malato. I due, dopo la fuga del ragazzo dalla comunità, si trovano in breve a vivere insieme ma Fausto, finalmente libero, trova nella realtà di coppia una prigione assai più difficile da sopportare.

Quarto lungometraggio di Emanuela Piovano, questo
Amorfù
tocca temi cari alla giovane regista torinese: il disadattamento e la difficoltà dei
matti
a vivere nella cosiddetta normalità. La patologia contiene in sé diversi aspetti naturali e coloro che stanno ai margini della società, in realtà, non sono poi così malati. Questo il messaggio principale di un film nel quale il racconto di una storia d’amore tra una psichiatra e il suo paziente diventa il pretesto per confrontare due mondi non troppo distanti. Nessuno è realmente malato, e tutti lo sono. Di fatto la Piovano non propone nulla di nuovo sia dal punto di vista tematico che da quello strettamente cinematografico. Non mancano spunti di impatto emotivo (Fausto che gioca a fare l’equilibrista stagliandosi su un cielo terso), ma la sceneggiatura e, in parte, l’interpretazione dei protagonisti appaiono forzatamente irreali e, a tratti, snervanti. Il risultato è un’opera fatta di alti e bassi, che non riesce a rendere fino in fondo l’incomunicabilità tra i personaggi. Sonia Bergamasco, già protagonista de
La meglio gioventù
di Marco Tullio Giordana, conferma le sue capacità di interprete
istericamente drammatica,
tutta scatti e pianti improvvisi, cui ha abituato il pubblico. Nei panni di Elena tocca anche momenti di intensità emotiva ma senza convincere fino in fondo, probabilmente per la presenza al suo fianco di Ignazio Oliva. L’attore, già visto in
Io ballo da sola
di Bernardo Bertolucci, non trova nel ruolo di Fausto la giusta dimensione per rendere la patologia del suo personaggio. Tra grida isteriche, attacchi d’ansia e toni fin troppo sommessi, ritrae un
matto
che quasi nulla ha di convincente. Nel film, oltre al bravo Luigi Diberti, sono presenti i gradevoli cammei di Mita Medici, Barbara Mautino, Paolo De Vita e Bruno Gambarotta, nei panni degli altri pazienti della comunità. Né storia d’amore né ritratto di una patologia: l’intento della regista non è chiaro nemmeno quando in sala si riaccendono le luci.
(emilia de bartolomeis)

La canarina assassinata

Uno spregiudicato produttore cinematografico trova come perfetta e molto economica location per il suo nuovo film una splendida villa, abitata dalla fascinosa proprietaria e dal suo enigmatico maggiordomo. Dal momento dell’arrivo nella villa della troupe, la finzione e la realtà cominciano a mescolarsi: i “cinematografari” non sono capitati lì per caso, dietro la loro presenza si cela una vendetta in attesa di essere consumata, e che puntualmente si compie… ma di nuovo non è facile distinguere la realtà dalla finzione.

L’ultima lezione

La notte del 14 aprile 1987 il professor Federico Caffè, uno dei più grandi economisti italiani, scompare misteriosamente senza lasciare tracce.
Due suoi ex allievi sperano di ritrovarlo…
Un’occasione mancata. Eppure è una storia ricca di spunti, quella dell’economista Federico Caffè scomparso a Roma una sera dell’aprile ‘87 (nel 1999 il Tribunale di Roma ne ha dichiarato la morte presunta), dopo aver lasciato in perfetto, quasi maniacale ordine la casa. Con sé forse un libro, mancante dalla sua biblioteca, di Leonardo Sciascia su una sparizione analoga, quella del fisico Ettore Majorana. Caffè, antifascista con simpatie azioniste, consulente di Bankitalia, docente di politica economica e finanziaria alla Sapienza, era keynesiano e convinto sostenitore dello Stato sociale, di un mercato e di una Borsa sotto controllo; un uomo controcorrente in quel clima degli anni Ottanta, così sensibile alle ricette economiche reaganiane e thatcheriane. Insomma tanta materia interessante che attende di essere plasmata, ma il film non va oltre un ritratto fedele, quasi scolastico dell’economista. Solo il talento dell’attore Roberto Herlitzka, con la sua recitazione trattenuta, svolta per sottrazioni, prova a scavare nella psicologia del personaggio, ma il debole impianto narrativo non lo aiuta.

Il film del giovane Rosi, 37 anni, infatti non ha un vero centro narrativo, oscilla tra la mielosa storia d’amore dei due ex studenti del professore e la cronaca della scomparsa di Caffè, e ancora tra le reazioni del mondo accademico e dei suoi allievi e la raggiunta maturità del giovane Andrea, che recupera il lascito intellettuale del suo docente. Un film che, nonostante le dichiarazioni d’intenti del regista – «la vicenda Caffè era per me il detonatore, il contesto per raccontare altre vicende più comuni e a me più vicine…» – fin dalle battute iniziali non ha il coraggio di abbandonare la cronaca e l’eccessivo didascalismo. Così uno dei tanti «misteri» d’Italia o più probabilmente il mistero tutto privato di un uomo ferito da accadimenti personali e non (la morte della madre, il suicidio di Primo Levi, l’uccisione dell’amico e allievo Enzo Tarantelli da parte delle Brigate Rosse) rimane inesplorato, appena accennato. C’era in nuce la possibilità di un giallo psicologico, perché accontentarsi di una trama incolore? Timori di un esordiente?
(stefano stefanutto rosa)