Grido di libertà

Film commovente e travolgente che descrive la figura dell’attivista sudafricano Steve Biko (ben interpretato da Washington) e della sua amicizia con il (battagliero) redattore di quotidiano Donald Woods (Kline). Purtroppo la seconda parte del film, se non si conta il personaggio di Biko, perde slancio: si sofferma per troppo tempo, infatti, sulla fuga dal Sudafrica messa in atto da Kline e famiglia ma, ingegnosamente, vengono inseriti i flashback di Biko che fanno riprendere filo e ritmo alla narrazione. Sceneggiatura di John Briley. Esiste una versione allungata di 23 minuti, realizzata per permettere alla televisione di dividere il film in due parti. 

M. Butterfly

Un Cronenberg sorprendentemente debole e convenzionale adatta il lavoro teatrale vincitore del Tony di David Henry Hwang sulla relazione stranamente lunga fra un diplomatico francese e una diva/spia cinese che riesce a nascondergli di essere un uomo. I primi piani svelano spudoratamente la mascolinità di Lone. È sintomatico che le trame politiche e perfino lo stanco matrimonio di Irons risultino più avvincenti dello stratagemma principale.

From hell – La vera storia di Jack lo squartatore

Un giallo ambientato nella Londra vittoriana di fine Ottocento, che rievoca lo spettro di Jack lo Squartatore già visitato da diversi registi. Un tenace ispettore di polizia cerca di far luce su cinque delitti che scuotono il quartiere di White Chapel, ambiguo ritrovo per prostitute e uomini di malaffare. Le indagini del serial killer prendono una piega inaspettata conducendo un catatonico Johnny Depp nell’ambiente della famiglia reale, dove, tra reticenze e minacce, emerge una spaventosa verità: il colpevole si cela all’interno di una fantomatica setta segreta che compie riti esoterici, raccogliendo adepti tra i principali rappresentanti della corte vittoriana. Un’ipotesi originale e ardita che trae spunto da un fumetto
From the Hell
di Campbell- More. Peccato che Allen e Albert Hughes, i due registi del film, abbiano sprecato una potenziale ottima trama travestendola con panni non suoi, forse per ingraziarsi il pubblico giovanile: dialoghi dallo spessore fumettisco, inquadrature funamboliche, immagini virate in rosso o accelerate, dettagli splatter, tutto sembrerebbe infatti ricollegarsi ai must stilistici che hanno fatto la fortuna dei vari Tarantino. L’approssimazione con cui la storia è stata impostata emerge chiaramente da una scelta discutibile dei costumi e dalla creazione di scenografia, per lo più ritoccata pesantemente al computer, che ci ridona l’immagine di una Londra cartonata. L’interpretazione di Johnny Depp, l’ispettore oppiomane, è assolutamente da dimenticare: l’attore americano si muove come un manichino vestito dall’ultimo grido che spende la maggior parte del proprio tempo a rimirarsi nel ruolo, ormai stantìo (ha quasi quarant’anni) del bohemien maudit.
(cristiano biondo)

Marat/Sade

Adattamento agghiacciante del lavoro teatrale di Peter Weiss sulla “recitazione” messo in scena dagli internati di un manicomio francese, sotto la direzione del marchese de Sade. L’atmosfera terrificante è così vivida che sembra che gli attori vi alitino sul collo. Regia brillante di Brook. Non per gli stomaci deboli. Sceneggiatura di Adrian Mitchell. Debutto cinematografico per la Jackson.

Incognito

Un falsario di quadri (Patric), impegnato a lavorare su un Rembrandt, si reca in Europa e si innamora di un’esperta d’arte (Jacob) che è la più importante autorità al mondo per quanto riguarda il pittore olandese: la costringerà a fuggire con lui dopo essere stato accusato di omicidio. Il film ha ambizioni di thriller hitchcockiano, ma è stato a malapena distribuito. Ian Holm appare non accreditato.

La carica dei 102

Scontati tre anni di carcere a causa delle malefatte commesse nel primo episodio, Crudelia DeMon sembra essere un’altra persona. Ricondizionata dal dottor Pavlov, non odia più i cani: anzi, si è trasformata nel più strenue difensore della causa cinofila. Il problema, non previsto dall’insigne Pavlov, è che il Big Ben ha il potere di decondizionare coloro che sono stati curati con la sua terapia. Il che, considerato che i fatti si svolgono a Londra, non è proprio una cosuccia da niente… Stephen Herek, regista del capostipite, aveva suo malgrado già detto tutto a proposito dell’adattamento live action dei classici cartoon Disney: meglio lasciar perdere se non si desidera rischiare la classica «brutta figura». Kevin Lima, regista del buon
In vacanze con Pippo
e del non disprezzabile
Tarzan
, almeno sulla carta sembrava garantire qualcosa di più del pessimo Herek. Errore: anche
La carica dei 102
è una «brutta figura». Nonostante i suoi precedenti lavori si concentrassero con grande acume (e divertimento) sull’antropomorfizzazione del cartoon, non gli riesce il giochino inverso: cartoonizzare la carne (d’altronde già Bugs Bunny – in
The Bugs Bunny Movie
– citava Charlie Chaplin, il quale a proposito dei Looney Tunes affermava: «Come possiamo competere con loro? Questi non hanno bisogno di tirare il fiato!»). Probabilmente è questo il motivo per cui tutto il film è attraversato da una malsana vena grottesca, che denuncia implacabilmente il disagio del regista con la materia narrativa. La stilizzazione dei personaggi è talmente esasperata che, lungi dal favorire una deriva iperrealistica, finisce per accontentarsi della più vieta stereotipizzazione. I buoni sono irritantemente buoni, i cattivi sono banalmente sopra le righe. Il banchetto canino potrebbe benissimo essere frutto di un’indigestione di Ken Russell, ma certo non permette al film di elevarsi al di sopra delle proprie carenze.

Il finale (la classica reazione a catena ambientata in una fabbrica, tipica dei cartoon), replica di quello del film di Herek, vede Glenn Close sottoporsi a un altro terrificante tour de force di umiliazioni fisiche (con tanto di sputo canino), ma non possiede nemmeno un’oncia dell’inventiva grafica di un film sbagliato – ma se non altro energico – come
Un topolino sotto sfratto
. Senza contare che è veramente deprimente vedere Depardieu rendersi così ridicolo. Irritante poi il sopravvalutato Paolantoni che – figurarsi! – doppiando in napoletano il pappagallo Garibaldi riesce a strappare gli unici sorrisi del film (ma è pochissima roba). Chissà perché i cosiddetti produttori di «film per bambini» continuano a pensare che i bambini siano mediamente più idioti di un idiota adulto medio.
(giona a. nazzaro)