White Noise

La tranquilla vita altoborghese dell’architetto Johnathan Rivers (Michael Keaton) viene improvvisamente scossa da un dramma: la seconda moglie Anna (Chandra West), scrittrice di successo, cade vittima di un maniaco omicida. Dopo la morte della moglie, Johnathan scopre di poter comunicare con il mondo dei defunti grazie ai cosiddetti EVP (Electronic Voice Phenomenons), messaggi trasmessi dall’aldilà che possono essere captati tramite radio, registratori e altri apparecchi elettronici di uso comune. Con un paziente lavoro di ricerca, che diventa ben presto la sua ossessione, Johnathan riesce quindi a mettersi in contatto con lo spirito di Anna, che gli affida una missione: fermare l’assassino che l’ha uccisa prima che faccia altre vittime.

L’
horror
hollywoodiano sembra vivere un momento di stallo: da qualche anno è raro vedere film «di paura» di buon livello. A tirare la carretta dell’orrore sono ormai gli orientali, molto più bravi quando si tratta di creare atmosfere inquietanti e situazioni spaventose. Vedere, per credere, pellicole come
The Grudge
, possibilmente nella versione originale, intitolata
Ju-On
.

Gli americani cercano di difendersi come possono, cercando di trovare qualche idea originale su cui porre le fondamenta per costruire incubi credibili. Nel caso di
White Noise
, l’approccio originale c’è: la faccenda degli EVP può risultare interessante per lo spettatore, e stimolarlo magari ad approfondire le proprie ricerche sul fenomeno (noi l’abbiamo fatto, e ci siamo piuttosto divertiti; vi segnaliamo quindi

un sito
che permette di ascoltare la voce dei morti.

Il problema del film di Geoffrey Sax è che, al di là degli EVP, si tratta di una storia di fantasmi piuttosto scialba, con uno svolgimento banalotto che manca di scene madri anche solo vagamente definibili come spaventose. Si può entrare al cinema senza troppi patemi, perché
White Noise
non fa paura. Il problema è che non arriva quasi neanche a emozionare lo spettatore medio; la trama prevedibile e un cast di attori non certo di primo livello, di cui Michael Keaton dovrebbe costituire la punta di diamante, contribuiscono a esaltarne la mediocrità. 

Uno spunto che poteva sicuramente condurre più lontano è stato malamente sprecato. Peccato. Consigliato solo a chi è interessato all’argomento EVP.
(michele serra)

Oliver Twist

Charles Dickens e Roman Polanski: sulla carta l’accoppiata sembrava vincente: il sadismo necrofilo dello scrittore inglese con la necrofilia sadica del regista polacco: roba da far venire l’acquolina in bocca, da leccarsi i baffi.

Invece, per le oltre due ore che dura il film, si passa da un’attesa speranzosa a una strisciante progressiva sbadigliosa noia. Certo, il fanciullo prescelto dal regista come protagonista ha l’espressività di un polpo e meriterebbe di essere picchiato e maltrattato più di quanto già non gli capita. Ma il guaio non sta lì. E intanto ci si chiede:
Mais ou sont les neiges d’antan?
Dove è finito il regista magistrale de
Il coltello nell’acqua
(1962), di
Repulsion
(1965), di
Rosemary’s Baby
(1968), per citarne solo alcuni?

Forse troppi anni sono passati e Polanski è uscito dal giro, forse i quattrini scarseggiano insieme al coraggio; così lui punta su uno spettacolone per famiglie televisive e, magari, il pubblico gli darà ragione. Ma ne dubito: a chi interessano oggi i patemi d’un orfanello legnoso, impostato e antipatico? La soluzione avrebbe potuto correre solo sul filo del «grottesco», su cui entrambi, scrittore e regista, la sanno lunga. E il
grotesque,
si sa, dopo gli sberleffi di Wilde e la sufficienza di Huxley, è la chiave che ha permesso di rileggere e recuperare tutta la grandezza di Dickens; e rimando per questo alle pagine magistrali di Giorgio Manganelli. In ogni caso, di tutti i romanzi dickensiani in cui si narrano le peripezie di orfanelli seviziatissimi,
Oliver Twist
è il più tetro e il più filantropicamente didattico – nell’intenzione di insegnare ai lettori quale sia la scuola di delinquenza dei ragazzi di strada, oppure di quali nequizie e ipocrisie si travesta la classe borghese per sfruttarli – proprio per questo, Polanski, per lo meno il Polanski degli anni Sessanta e Settanta, avrebbe saputo rileggerlo e ritrovare in filigrana attuali consonanze, e non limitarsi a un’illustrazione pedissequa, senz’altro ben decorata, con tanti richiami all’oleografia ottocentesca e alle incisioni delle prime edizioni, figurativamente efficace ma adagiata sulla sicurezza di un prodotto per tutti. Perfino fastidiosamente ipocritamente
politically correct.

Uno dei personaggi più celebri e memorabili del romanzo è l’ebreo Fagin, il sinistro ricettatore con la sua banda di ragazzi. Una figura della potenza e della forza dell’
Ebreo di Malta
di Marlowe, o di Shylock dello shakespeariano
Mercante di Venezia,
o dell’Isacco dell’
Ivanhoe
di Walter Scott. Nel film, superbamente interpretato da Ben Kingsley, non si allude mai alla sua ebraicità, nel timore di accuse di antisemitismo. Inoltre, quello che nuoce a Polanski sono gli inevitabili confronti, perché Oliver Twist, dal dopoguerra a oggi ha avuto almeno tre versioni cinematografiche. http://www.delcinema.it/hdoc/presfilmografie.asp?xml=leavventurediolivertwist La prima, del 1948, in bianco e nero, è di David Lean (con un grande Guinness nel ruolo di Fagin), ed è la migliore. Poi nel 1968 Carol Reed girò la versione del musical (Fagin era Hugh Griffith); infine, per la regia di Clive Doner, un’altra edizione modestissima nel 1982, comunque più svelta e sapida del film di Polanski.

Che segue la vicenda con aderenza al testo, sacrificando però l’agnizione finale per semplificare, col risultato che tante allusioni al
deja-vu
di molti personaggi rimangono come sospese. Insomma, a parte alcuni momenti iniziali, come le scene dell’ospizio e la caratterizzazione apolide di ben Kingsley, la pellicola (come si diceva ai tempi del fascio), è una muffa da dimenticare volentieri.
(piero gelli)

Una vita esagerata

Commedia nera su un custode che rapisce la figlia del suo ex capo, un’ereditiera viziata che trova la vita una noia. Nel frattempo due emissari dal Paradiso (Hunter e Lindo) devono trovare il modo di fare innamorare queste due anime predestinate. I fan delle piacevoli star forse saranno più clementi degli altri nei confronti di questa bizzarra, a tratti divertente produzione dal team di Piccoli omicidi fra amici e Trainspotting. Super 35.