Frankenstein di Mary Shelley

Versione “fedele” ma ampiamente deludente della saga di Frankenstein. Più energico del necessario, con la macchina da presa che non sta mai ferma. Branagh ci permette di capire la personalità del dottor Frankenstein, ma la storia deraglia una volta che la creatura viene lasciata libera. Ulteriormente appesantito dalla cornice narrativa con il capitano di mare Quinn. Il mostro di De Niro rimane molto… deniresco, e fa sentire la nostalgia di Karloff (e perfino di Peter Boyle).

Alien – The Director’s Cut

Dopo aver fatto tappa su un pianeta sconosciuto, su cui è stata attirata a causa di una falsa richiesta d’aiuto, l’astronave Nostromo prosegue nel suo viaggio. Quest’ultimo viene però funestato dalla presenza a bordo di un alieno, incubatosi all’interno del corpo di uno dei membri dell’equipaggio. La mostruosa creatura stermina a uno a uno tutti gli astronauti, l’unica a opporre resistenza è Helen Ripley, un coraggioso ufficiale in seconda.

Ventiquattro anni dopo la sua prima uscita nelle sale, uno dei capolavori di Ridley Scott torna sul grande schermo con circa cinque minuti di scene inedite e una colonna sonora ricostruita su sei piste in surround. Dopo decine di passaggi televisivi, il ritorno di
Alien
nei cinema fornisce l’occasione, soprattutto ai più giovani, di visionare sul grande schermo uno dei migliori film di fantascienza della storia del cinema. «Per vedere
Alien
come si deve bisogna vederlo nel buio della sala», ha detto lo stesso Ridley Scott, aggiungendo che la nuova edizione del suo secondo film è stata l’occasione per aggiustare dettagli che, rivedendo il film a distanza di tanto tempo, gli erano sembrati passibili di miglioramento. Tra le sequenze inedite, la scena in cui Ripley (Sigourney Weaver) scopre i resti di due compagni morti e uno scontro fisico della stessa Ripley con Lambert (Veronica Cartwright). Niente di rivoluzionario, insomma. La versione
director’s cut
di
Alien
non ha quindi la stessa portata di quella realizzata nel 1991 su
Blade Runner.
In quel caso il diverso finale e l’eliminazione del commento
off
contribuirono a creare un film diverso rispetto all’originale. In questo caso invece l’operazione serve «soltanto» a riportare nelle sale un film nato e realizzato per il grande schermo, la cui visione cinematografica non teme confronti nemmeno con il più sofisticato dvd.
(maurizio zoja)

Lord Of War

Yuri Orlov (Nicholas Cage) è un giovane ucraino trasferitosi a New York con i genitori e il fratello Vitaly (Jared Leto). Resta affascinato dalle armi durante un attentato e comincia così a dedicarsi, anima e corpo, alla lucrosa professione del traffico di pistole e mitragliatori. Insieme al fratello ribelle, batte tutte le zone di guerra utili alla sua «frusciante» causa, dalla fine degli anni Settanta fino alla caduta del muro di Berlino, nel 1989, e oltre, momento più propizio per fare affari con i vari dittatori di tutto il pianeta. In poco tempo diventa uno tra i più grandi trafficanti internazionali d’armi, anche grazie a un canale preferenziale al di là dell’ex cortina di ferro che gli garantisce ogni armamento pensabile a prezzi stracciati. All’apice del successo personale conquista la bellissima modella Ava Fontaine (Bridget Moynahan), la donna dei suoi sogni, e la sposa tenendole però nascosta la sua vera professione. Yuri dovrà poi vedersela con Jack Valentine (Ethan Hawke), un agente dell’Interpol che cercherà di metterlo al fresco e fargli fare i conti con la propria coscienza.

Andrew Niccol
(Simone, Gattaca)
presenta una pellicola dalle molteplici ripercussioni etiche, affrontando una tematica difficile come il commercio internazionale d’armi, raccontato attraverso gli occhi di uno dei suoi artefici e principali beneficiari: il trafficante. Sceglie di farlo con la buona interpretazione di un Nicholas Cage che dosa bene la spirito cinico e quello etico del suo personaggio e di un Jared Leto perfetto nel dar vita al fratello sbandato del protagonista, emblema della debolezza umana. Ma dopo un ottimo incipit con la soggettiva della vita di un proiettile, dalla produzione all’atroce utilizzo, il film si perde in uno zig zag, non sempre entusismante, di grottesca ironia e slanci moralistici. Poco incisiva e alla lunga anche noiosa risulta poi l’onnipresenza della voce narrante fuori campo che, anche se dovuta (visto che il racconto è ispirato a una storia vera), avrebbe potuto essere meglio utilizzata. Un’occasione mancata per realizzare un film di denuncia e analisi profonda e non solo di facile e a tratti scontato intrattenimento, nonostante la regia di Andrew Niccol già autore dell’originale script di
The Truman Show.
La performance defilata di Ethan Hawke fa da cornice a una pellicola al limite dell’anonimo. In puro stile hollywoodiano.
(mario vanni degli onesti)

Il signore degli anelli – La compagnia dell’anello

Frodo è un hobbit, cugino di Bilbo Baggins, l’ultimo possessore dell’anello del male del Sire Sauron, che vuole gettare nell’oscurità la Terra di Mezzo. Frodo deve distruggere l’anello nell’unico posto possibile, il vulcano Fato. Per arrivarci ha bisogno dell’aiuto di nani, elfi, maghi e hobbit. I nemici sono orchi, goblin, maghi cattivi e spiriti malvagi. In questo primo film, il primo di una trilogia che si completerà nel Natale 2003, si spiega l’antefatto e parte del cammino di Frodo.
Abbastanza fedele al libro di Tolkien nella trama, Il signore degli anelli è un’operazione mastodontica: ben nove ore di film previste, per un budget di 600 miliardi di lire. Mai era stata pensata un’opera del genere, con migliaia di comparse ed effetti speciali da togliere il fiato. Ma dietro tutta quest’operazione cinematografica e commerciale, forse l’eccesso di azione e violenza toglie un po’ della poesia del libro che ha cresciuto molte generazioni e 50 milioni di persone in tutto il mondo. L’ambientazione, gli effetti speciali, il cast sono tutte cose perfette ed esteticamente insuperabili, ma il fatto di lasciare incompiuto il film (in attesa degli altri due episodi) e la lunghezza della pellicola (quasi tre ore), in cui si possono contare decine di combattimenti truculenti, forse finiscono per nauseare lo spettatore. Risulta così molto difficile esprimere un giudizio completo su un’opera incompleta. In attesa del dicembre 2003, rimane comunque il consiglio di andare al cinema a vederlo, se non altro per la spettacolarità delle scene. (andrea amato)

Ballando con uno sconosciuto

La storia vera di Ruth Ellis che, accusata dell’omicidio di un giovane di nobili origini, fu l’ultima donna a essere stata giustiziata in Gran Bretagna, quattordici anni prima dell’abolizione della pena di morte. All’epoca molto apprezzato dalla critica, il film è realizzato con proverbiale classe britannica: recitazione, fotografia e décor sono impeccabili. Il risultato, comunque, è irrimediabilmente gelido e raramente coinvolgente, a dispetto dell’ottima prova di Miranda Richardson, qualche anno più tardi candidata all’Oscar come migliore attrice non protagonista con
Il danno
.
(andrea tagliacozzo)

S.O.S. Titanic

Ricostruzione della famosa tragedia avvenuta nell’ormai lontano 12 aprile del 1912. Con a bordo più di duemila persone, il transatlantico Titanic parte da Southampton e fa rotta verso New York per il viaggio inaugurale. Nonostante all’ufficio telegrafico arrivino notizie di ghiacci alla deriva, la nave procede a pieno ritmo. Palese l’origine televisiva del film.
(andrea tagliacozzo)

Il pasto nudo

Al culmine della maturità creativa, oramai uscito dai limiti del genere horror, dopo due capolavori ambigui e teorici come La mosca e Inseparabili (a ripensarci, forse due tra i film americani più belli degli anni Ottanta), David Cronenberg si rivolge a un classico underground come Il pasto nudo , e nell’adattarlo rinuncia a ogni linearità narrativa e a ogni verosimiglianza. I fan di Cronenberg (tra cui chi scrive) preferiscono appunto quei film algidi e oscuri, oppure il delirio di Videodrome , e d’altra parte non c’è dubbio che il testo abbia messo in soggezione il regista (forse a torto, ché non è detto che ai posteri Burroughs debba risultare superiore a Cronenberg). Ma è certo uno dei suoi lavori più espliciti, coraggiosi e ambiziosi, vero pozzo di San Patrizio delle ossessioni di un autore e di un decennio di cinema, una manna per teorici e semiologi. E alcuni momenti onirici e molte trovate sono degne del Cronenberg migliore. (emiliano morreale)

L’alba del giorno dopo

Agghiacciante. Roland Emmerich, regista di
Independence Day, Godzilla e Stargate,
sforna una pellicola fatalmente indirizzata verso le vette delle classifiche. Siamo dichiaratamente nel genere catastrofico ma se in
Independence Day e Godzilla
erano forze ultraterrene a scatenare l’apocalisse, in
The Day After Tomorrow
siamo noi tutti, coi nostri inquinamenti, a scatenare una nuova glaciazione che ricopre in quarantott’ore tutto l’emisfero nord del pianeta con una spessa coltre gelata. Ma procediamo con ordine…

Il professor Jack Hall (Dennis Quaid), paleoclimatologo, è convinto che la Terra sia sull’orlo di una nuova glaciazione per effetto dell’improvviso distacco di una placca antartica estesa quanto il Rhode Island. I fatti gli danno ragione. Nuova Delhi viene paralizzata da un’eccezionale nevicata, tremendi uragani squassano i grattacieli di Los Angeles, Tokyo è bombardata da chicchi di grandine grandi come ananas. Ed è solo l’inizio della fine: New York, dove il figlio del professor Hall (Jake Gyllenhaal) si trova con alcuni compagni di liceo per una gara di abilità, viene sommersa da uno
tsunami,
un’onda gigantesca, restando poi intrappolata nel ghiaccio. Contro ogni raccomandazione, Jack parte al salvamento del figlio, mentre il mondo intero corre ai ripari come può e i popoli del nord del mondo premono sulle frontiere del sud per salvarsi dalla stretta mortale del gelo.

Dopo aver scomodato alieni e mostri, il regista di origine tedesca Roland Emmerich scommette ancora sulle emozioni forti, scodellando una parabola apocalittico-ambientalista che ripropone il tema
dell’armageddon
climatico. Ciò che più sgomenta non sono le atmosfere cupe e raggelate, gli effetti speciali e la tensione dell’azione, ma la consapevolezza che, benché nella finzione tutto risulti volutamente velocizzato, i processi di riscaldamento globale e di scioglimento delle calotte polari sono davvero in atto. In altre parole, se questo è l’andazzo globale, ci toccherà (toccherà
a noi)
– ed è l’unica scena del film che salviamo a futura memoria – andare a bussare alle porte dei popoli del sud del mondo e pregarli di prenderci con loro anche se extracomunitari privi di permesso di soggiorno. Agghiacciante (ma istruttivo). Nelle sale dal 28 maggio.

(enzo fragassi)

Amleto

Amleto, principe di Danimarca, sospetta che il padre sia stato assassinato dallo zio con la complicità della madre. Per potersi vendicare e agire con maggiore libertà, Amleto si finge pazzo. Versione «muscolare» della tragedia di William Shakespeare, interpretata da un energico Mel Gibson. L’ottimo cast – nel quale spicca la straordinaria Glenn Close – sopperisce alle consuete debolezze della regia di Zeffirelli, che aveva già affrontato Shakespeare negli anni Sessanta realizzando altri due classici del Bardo come Giulietta e Romeo e La bisbetica domata. (andrea tagliacozzo)

I vestiti nuovi dell’imperatore

Il cinema è finzione, tutto è possibile, anche che Napoleone non sia morto a Sant’Elena.
I vestiti nuovi dell’imperatore
, infatti, racconta la «vera» storia dell’imperatore francese che, sostituito da un sosia nel suo esilio, rientra a Parigi per risalire al potere. Una serie di vicissitudini, però, complicano le cose e Napoleone, vestendo i panni di un «signor nessuno», vivrà gli ultimi anni della sua vita in maniera diversa. Strana operazione cinematografica, ben confezionata per regia, montaggio, fotografia, scenografie e costumi. Un bell’esercizio stilistico e un divertente gioco storico fatto di «se» e «ma». Il regista Alan Taylor e il produttore Uberto Pasolini tornano a lavorare insieme dai tempi di
Palookaville
, ma anche questa volta non ne esce un capolavoro.
(andrea amato)

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Tratto dall’omonimo romanzo di Erich Maria Remarque (già portato sul grande schermo nel 1930 da Lewis Milestone con il titolo
All’Ovest niente di nuovo
), il film narra la storia di un gruppo di studenti austriaci, tra i quali il sensibile Paul, che nel 1914 partono volontari per la guerra, scoprendone tutti gli orrori. Il budget limitato e lo stile paratelevisivo annacquano i buoni propositi del testo originale di Remarque. Delbert Mann torna a dirigere Borgnine dopo molto anni dal successo di
Marty
, che nel ’55 valse ai due un meritato Oscar (al primo per la regia, al secondo come miglior attore).
(andrea tagliacozzo)

Il dolce domani

Un tenace avvocato si reca in una città del Canada rimasta sconvolta dall’incidente di uno scuolabus in cui sono morti molti bambini, e cerca di convincere i genitori ad assumerlo per far causa a chiunque possa essere il responsabile, ammesso che qualcuno lo sia. Intanto, cerca di affrontare il suo difficile rapporto con la figlia drogata. Egoyan applica il proprio approccio calmo ed ellittico al romanzo di Russell Banks e crea un film inquietante e difficile da dimenticare, anche se non per tutti i gusti. Holm è semplicemente superbo. Panavision. Due nomination agli Oscar (Regia e Sceneggiatura Non Originale).

Un’altra donna

A New York, Marion, cinquantenne laureata in filosofia, prende in affitto un appartamento per terminare il suo ultimo libro. La donna si accorge casualmente di poter udire distintamente le voci dell’appartamento accanto dove è situato lo studio di uno psicanalista. Marion, già in crisi con se stessa, si ritrova ad ascoltare le confessioni di una giovane paziente. Il migliore dei drammi diretti da Woody Allen, difficile, intenso e tormentato. Straordinaria Gena Rowlands. (andrea tagliacozzo)

Il mistero di Wetherby

Jean, una donna sola e dedita all’insegnamento, organizza nella sua villetta una cena con due coppie di amici, alla quale si presenta anche un giovanotto che, per uno strano equivoco, sia lei che gli altri credono un invitato. Il giorno dopo, il misterioso ospite viene rinvenuto cadavere. Il film, intrigante e ben diretto, vinse l’Orso d’oro al Festival di Berlino 1985, mentre Vanessa Redgrave, si aggiudicò il premio come miglior attrice. Da lodare anche il resto del cast.
(andrea tagliacozzo)

Prigioniero del passato

Dal primo romanzo di Rebecca West. Un reduce della prima guerra mondiale, ferito alla testa da una granata, torna a casa completamente privo della memoria. Tre donne lo attendono e cercano di guarirlo: la moglie Kitty, formale e poco affettuosa; la cugina Jenny, dolce zitella e Margareth, il primo amore. Eccellenti gli attori, mal serviti da una regia statica, accademica e poco originale. (andrea tagliacozzo)

From hell – La vera storia di Jack lo squartatore

Un giallo ambientato nella Londra vittoriana di fine Ottocento, che rievoca lo spettro di Jack lo Squartatore già visitato da diversi registi. Un tenace ispettore di polizia cerca di far luce su cinque delitti che scuotono il quartiere di White Chapel, ambiguo ritrovo per prostitute e uomini di malaffare. Le indagini del serial killer prendono una piega inaspettata conducendo un catatonico Johnny Depp nell’ambiente della famiglia reale, dove, tra reticenze e minacce, emerge una spaventosa verità: il colpevole si cela all’interno di una fantomatica setta segreta che compie riti esoterici, raccogliendo adepti tra i principali rappresentanti della corte vittoriana. Un’ipotesi originale e ardita che trae spunto da un fumetto
From the Hell
di Campbell- More. Peccato che Allen e Albert Hughes, i due registi del film, abbiano sprecato una potenziale ottima trama travestendola con panni non suoi, forse per ingraziarsi il pubblico giovanile: dialoghi dallo spessore fumettisco, inquadrature funamboliche, immagini virate in rosso o accelerate, dettagli splatter, tutto sembrerebbe infatti ricollegarsi ai must stilistici che hanno fatto la fortuna dei vari Tarantino. L’approssimazione con cui la storia è stata impostata emerge chiaramente da una scelta discutibile dei costumi e dalla creazione di scenografia, per lo più ritoccata pesantemente al computer, che ci ridona l’immagine di una Londra cartonata. L’interpretazione di Johnny Depp, l’ispettore oppiomane, è assolutamente da dimenticare: l’attore americano si muove come un manichino vestito dall’ultimo grido che spende la maggior parte del proprio tempo a rimirarsi nel ruolo, ormai stantìo (ha quasi quarant’anni) del bohemien maudit.
(cristiano biondo)

Il quinto elemento

Racconto esagerato e immaginifico ambientato nel XXIII secolo, in cui uno stanco tassista di Brooklyn si ritrova coinvolto da una strana donna che potrebbe salvare il mondo dalla distruzione. Una giostra visiva di immagini futuristiche, ma la caratteristica migliore del film è il suo senso dell’umorismo. Sfortunatamente, verso la fine diventa un po’ noioso e convenzionale, con il personaggio sopra le righe del presentatore radiofonico (Tucker) che si prende la ribalta. Concepito da Besson durante la sua adolescenza. Super 35.

O Jerusalem

La nascita del moderno Stato di Israele nel 1948 vista attraverso l’incontro e l’amicizia di due ragazzi ambiziosi e speranzosi, le prove della guerra, l’amore e la morte che li unisce e li separa. Un cammino faticoso, quello di Israele e della Palestina, raccontato seguendo i due protagonisti, uno arabo e l’altro ebreo, che è stato intrapreso cinquant’anni fa e non è ancora approdato a una convivenza duratura e stabile tra due popoli orgogliosi e stremati. Tratto dal bestseller omonimo di Larry Collins e Dominique Lapierre, un’opera dedicata a tutti coloro che si ostinano a cercare le ragioni di un conflitto e sognano la pace.

Greystoke, la leggenda di Tarzan

Il celebre romanzo di Edgard Rice Burroughs tradotto in immagini dal regista di
Momenti di gloria
. Verso la fine dell’Ottocento, i coniugi Greystoke fanno naufragio sulle coste occidentali dell’Africa. Pur scampando alla tragedia, la donna muore dando alla luce un bimbo, mentre il marito viene ucciso da un enorme gorilla. Il neonato, rimasto solo, viene allevato da un branco di scimmie. Elegante ma freddo, il film tenta di restituire una versione realistica della leggenda di Tarzan con risultati alterni e pochi momenti emozionanti. Al suo esordio sul grande schermo, Christopher Lambert è al solito statico, ma adatto al ruolo. Nella versione originale, la MacDowell è stata doppiata da Glenn Close. Scritto da Michael Austin e Robert Towne (con lo pseudonimo P.H. Vazak).
(andrea tagliacozzo)

Enrico V

Spettacolare rilettura della tragedia shakespeariana sul re guerriero, in cui Branagh (al suo incredibile debutto dietro la macchina da presa) infonde al testo originale una passione e un significato completamente nuovi. Rispetto al capolavoro di Olivier, si cambia completamente registro, ma il risultato è ugualmente impressionante: al termine del discorso che precede la battaglia di Agincourt, vien voglia d’arruolarsi all’istante. La superlativa colonna sonora è di Patrick Doyle. Il cast di supporto include la crema della scena teatrale e cinematografica britannica. Il film si è aggiudicato un Oscar per i costumi.

Alien

Seguendo un segnale radio, la nave spaziale Nostromo approda su un pianeta sconosciuto. Uno dei componenti dell’equipaggio, sceso in perlustrazione, viene assalito da una strana forma di vita. Riportato a bordo dell’astronave, l’uomo torna apparentemente in salute, ignorando d’essere stato fecondato dall’alieno. Ritmo lento ma tensione a mille in un piccolo classico del nuovo cinema di fantascienza, superato solo dall’adrenalinico seguito firmato sette anni più tardi da James Cameron. Decisamente inquietante, anche per il modo in cui il mostro si riproduce. La sceneggiatura è stata scritta, tra gli altri, da Walter Hill.
(andrea tagliacozzo)

Una vita esagerata

Commedia nera su un custode che rapisce la figlia del suo ex capo, un’ereditiera viziata che trova la vita una noia. Nel frattempo due emissari dal Paradiso (Hunter e Lindo) devono trovare il modo di fare innamorare queste due anime predestinate. I fan delle piacevoli star forse saranno più clementi degli altri nei confronti di questa bizzarra, a tratti divertente produzione dal team di Piccoli omicidi fra amici e Trainspotting. Super 35.

La mia vita a Garden State

Lontano da oltre un decennio dal suo paese natale, Andrew Largeman (Zach Braff), giovane abulico e narcotizzato dalla vita, torna a Garden State per il funerale della madre. Nell’arco di pochi giorni farà i conti con il padre, il passato e una manciata di inattesi bivi esistenziali.
Un film che parla di mondi: quello grande e illeggibile dell’esistenza umana, quelli dei luoghi come l’asfittica Garden State e quelli complessi, affascinanti e spesso incomunicanti di ciascun individuo. Un film di relazioni, che racconta quanto è frustrante o alienante per l’uomo essere inevitabilmente un animale sociale. Ciascuno si muove a modo suo, navigando a vista fra branchi di persone che non si toccano. Ogni tanto, imprevisti, ecco gli squarci nell’insensatezza, che si offrono sotto forma di persone che di colpo si riconoscono senza quasi la necessità di parlare. Nel frattempo il mondo intorno gioca con noi: incomprensibile in sé, a volte ironico, a volte triste. Ma sempre surreale, animato, in movimento.
Zach Braff scrive, dirige e interpreta la sua opera prima con la spavalderia dell’esordiente ambizioso e convinto di sé. Lo abbiamo lasciato medico ai primi ferri nella serie demenzial-esistenziale Scrubs, trasmessa da Mtv, e lo ritroviamo regista alle prime riprese su un set tutto suo. E non c’è che dire: vista la complessità di un esordio tutto sulle sue spalle e le pretese delle tematiche, Braff si muove spigliato e con discreto senso della misura.
Un film che non si lascia racchiudere in una formula: non è banalmente commerciale, non è soltanto surreale, non è noiosamente sofisticato. Ha qualcosa di tutti questi elementi, è un ibrido piuttosto originale e, in prospettiva, promettente. La proiezione inizia in modo intrigante e spiazzante fra aerei che sembrano precipitare e rubinetti che si azionano da soli. E si comincia da subito a oscillare fra sorrisi di cuore, ghigni a denti stretti e venature malinconiche: le atmosfere prendono possesso dello stomaco e giocano con lo spettatore per le due ore successive. Succede se si hanno occhi per guardare un film in cui la surrealtà è la normalità, esattamente nello stesso modo in cui la vita appare a molte persone. In verità c’è di che attingere anche per coloro che sulla vita e sul cinema hanno uno sguardo meno vago e sognante, visto che il racconto tocca temi esistenziali comuni, ha ritmo, è curioso. Solo, non è lo spirito migliore per cogliere ciò che il film, in profondità, cerca di dire.
Qua e là, soprattutto con lo scorrere della pellicola, Braff si ricorda della sua militanza a Mtv e scivola su alcune banalità nei dialoghi o su qualche ingenuità sentimentale. La sua recitazione è credibile e calzante, ma ancora acerba. Natalie Portman e Ian Holm sono buoni co-protagonisti, pur senza eccellere. Ma il film ha un’anima dall’inizio alla fine, emana calore, diverte, impegna. L’ossatura della trama – il ritorno in un luogo del passato, la ricerca interiore, la scoperta dell’amore – non è originalissima, ma lo stile e la visione del mondo che lo determina mostrano freschezza, partecipazione, voglia di rischiare. E in giro si trovano disseminate diverse piccole perle che compensano ampiamente qualche scivolone. Immagini, dialoghi, scene intrise di un senso non banale e di un’atmosfera straniante e poetica.
Una di quelle pellicole in cui lo stile e le unità narrative minime risaltano e brillano di luce propria, facendo passare in secondo piano le piccole furbizie (qualche «mossetta» registica, la colonna sonora ammiccante ma coerente) e qualche eccesso di tono. Un applauso non solo d’incoraggiamento per chi ha cercato nel 2004, da esordiente, di rileggere Il laureato . Cercando di raccontare con passione e suggestione una visione della vita non semplice da comunicare. Un tentativo che si gode e può lasciare traccia, confezionato con una stoffa grezza eppure morbida da un giovane sarto cui, meglio delle cuciture, riescono i ricami. (stefano plateo)

eXistenZ

Una pellicola assurda, ambientata in un prossimo futuro: una creatrice di giochi virtuali si trova intrappolata in una delle sue stesse invenzioni con un uomo che dovrebbe proteggerla. A un certo punto, i due si chiedono come fare per uscire dal gioco, ma per lo spettatore è molto più semplice uscire dal film. Cronenberg è anche co-sceneggiatore di questa stupida macchinazione.

Gli anni dell’avventura

Interessante resoconto dei primi anni della vita di Winston Churchill: dai giorni della scuola, passando per l’esperienza giornalistica in Africa, fino alla prima elezione al Parlamento. Una bella produzione, buone interpretazioni e stimolanti scene di battaglia. Sceneggiato e prodotto da Carl Foreman. Panavision.

The Day After Tomorrow – L’alba del giorno dopo

Quaid prova a convincere i suoi superiori a Washington (incluso un sosia di Dick Cheney) che i meteorologi sono nel giusto e che sta per verificarsi — a causa dell’effetto serra — una catastrofe su scala mondiale, con tutto il corollario di onde anomale, tornado, spostamenti dei ghiacci, ecc. Alla fine dovrà aprirsi la strada in una Manhattan alluvionata per salvare suo figlio (Gyllenhaal). I personaggi sono piacevoli, i dialoghi non stupidi e gli effetti spettacolari: in altre parole, un sano film catastrofico secondo la vecchia ricetta. Super 35.

The Aviator

Howard Hughes non poteva non colpire la fantasia di Martin Scorsese, sempre alla ricerca di «eroi» estremi, ambigui, ingordi, a metà strada tra l’imbroglio e l’intuizione, animati da buone intenzioni lastricate di nefandezze; eroi comunque del suo diorama cinematografico così passionale e referenziale.

Hughes, nato per volare, morì volando nel 1976 ma, oltre che aviatore, produttore e progettista di aerei era anche un magnate del petrolio, sicuro che qualsiasi pazza e costosa impresa avesse intrapreso, il suo petrolio l’avrebbe sostenuta. Da qui una sorta di oltraggiosa invincibilità.

Era anche un produttore cinematografico e un regista, personaggio di quella Hollywood Babilonia raccontata per epiche gesta di fortune e fallimenti, di amori effimeri ma chiacchieratissimi e di fattacci scandalosi. Finché visse, anche nell’isolamento totale degli ultimi anni, fu un protagonista di quel mondo.

Come regista lo si ricorda per aver per aver diretto e prodotti il film forse più dispendioso nella storia del cinema, “Angeli dell’inferno,” e il più sensuale per quei tempi, “Il mio corpo ti scalderà,” le cui riprese furono in realtà iniziate dal suo amico e grande regista Howard Hawks.

Intorno a questo personaggio sfaccettato di titanismo e infantilismo, di nevrosi e di ardimento, Scorsese ha costruito un film «classico», alla maniera di quel genere hollywoodiano che da sempre adora: “The Aviator” è questo, un costoso e sfarzoso divertimento, omaggio al pionierismo americano e a un’epoca che lo esaltava, nel cinema come nell’aviazione. Sono gli anni d’oro del ventennio che va dalla nascita del sonoro alla fine degli anni Quaranta ma anche il periodo che segna lo sviluppo dell’aviazione bellica e civile, di cui Hughes fu un audace propulsore.

Del resto, fin dal titolo, si capisce che Scorsese ha voluto privilegiare questo aspetto, più avventuroso e temerario, rispetto a quello del playboy e del tycoon cinematografico, pur presente soprattutto nella prima parte. Nella quale c’è tutto quel che fa mugolare di piacere i cinefili più maniacali: la censura di “Outlaw,” le notti folli del Sunset Boulevard, i club, le scazzottate, le attrici e le amanti come Jean Harlow, Katharine Hepburn, Lana Turner e quella Faith Domergue che lui lanciò soprattutto quando divenne il boss della RKO (ma il film si ferma prima) e che finì chissà come, dopo aver scritto il libro-scandalo “My Life With Howard Hughes,” nel 1972.

Poi il film si focalizza sulle imprese aviatorie, dalla costruzione di aerei giganti all’incidente di volo a Beverly Hills, dalla battaglia per la conquista di rotte transoceaniche alla causa intentatagli per truffa dal governo. Il regista segue lo schema classico e formalizzato delle vite romanzate ed «edificanti», ascesa, caduta e redenzione, e fabbrica un prodotto che funziona a meraviglia perché tutte le componenti contribuiscono alla sua riuscita: dalla sceneggiatura alle splendide scenografie (per cui Dante Ferretti e sua moglie Francesca Lo Schiavo hanno ricevuto una delle undici nomination all’Oscar assegnate a questo film), agli attori, alla musica, alle citazioni e via di seguito.

Naturalmente qualcosa va sacrificato al grande spettacolo: “The Aviator” è più avvincente che convincente, più sontuoso che profondo. La nevrosi di Hughes, per esempio, il suo lato oscuro, è tutto esteriorizzato e non per colpa di DiCaprio, interprete superbo. Sono le regole del sistema. Piccoli appunti, poche riserve per uno spettacolo tutto da godere. Si potrebbe anche prevedere un seguito, visto che il film si chiude con uno Hughes poco più che quarantenne, vincente e volante: nel 1966, disfatosi della RKO, vendute le azioni della TWA, il tycoon si rinchiuse in una penthouse suite del Desert Inn Hotel di Las Vegas e, protetto da cinque fedeli mormoni, non si fece più vedere da nessuno, fino alla morte, anch’essa piena di ombre e di dubbi e degna di un altro film.
(piero gelli)

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