Danger Zone – Fuga dal futuro

Un giovane pilota spaziale riceve l’ordine di addestrare alcune scimmie per una missione top secret. Solo in seguito viene a sapere che gli animali devono servire da cavie per esperimenti sugli effetti delle radiazioni atomiche. Un piacevole film per ragazzi al quale ben si adatta Matthew Broderick, già protagonista di
War Games
. Il chiaro messaggio ecologista, ben inserito nel contesto della storia, non toglie nulla al divertimento.
(andrea tagliacozzo)

Cast Away

Chuck Noland, energico executive in carriera della Federal Express, si ritrova naufrago su un’isola tanto splendida e incontaminata quanto deserta. Considerato morto, Chuck trascorre sull’isola quattro anni prima di ritornare alla civiltà. Sarebbe ingeneroso liquidare Cast Away come il fallimento di un progetto smisuratamente ambizioso. In realtà il film è solcato in profondità da tutte le ossessioni zemeckisiane e in primo luogo dalla riflessione sulle forme e la messinscena spaziale del tempo. Se l’analogia tra Forrest Gump e Chuck Noland è sin troppo scontata, è pur vero che il primo attraversa immobile il farsi della Storia, mentre il secondo – che presume di poter agire il Tempo – come per un contrappasso dantesco si trova a vivere in un loop temporale statico, infinito.
Ovviamente c’entra anche Robinson Crusoe e annessa parabola sull’homo faber (ed è la parte più debole del film). Forzando invece un pochino i termini della questione, si potrebbe infine considerare Cast Away come la seconda parte delle «scene da un matrimonio» zemeckisiane inaugurate da Le verità nascoste. Chuck, infatti, non vive con Kelly quando è con lei (lui insegue il Tempo…), per poi (soprav)vivere di un amore assoluto e assente durante il suo involontario esilio dal mondo. Tutto ciò che di appassionante pulsa in Cast Away è dovuto a questa dimensione coniugale: Zemeckis riesce a mettere in scena la vita di coppia riducendola di fatto all’immaginario di un uomo solo, costretto a non vivere. Non meraviglia quindi che l’apice del film sia proprio il ritorno di Chuck da Kelly, in assoluto una delle vertigini horror più inquietanti del cinema americano degli ultimi anni: Chuck perde tutto e non riconquista nulla. Per essere l’ultimo epigono del capitalismo Usa, si tratta di un bilancio a dir poco fallimentare. In definitiva sorge il sospetto che Cast Away sia la storia di un morto che risorge a una vita nuova suo malgrado e che poi tenti in tutti i modi di trarne una lezione utile. Ma lo sguardo che Hanks rivolge alla macchina da presa non ha nulla di confortante. (giona a. nazzaro)

Qualcosa è cambiato

Nicholoson, un uomo ossessionato e pieno di fobie, viene trascinato inaspettatamente nella vita di una cameriera e del suo vicino di casa omosessuale. Col passare del tempo, e contro la sua volontà, comincia ad affezionarsi a loro e a mostrare segni di umanità. Ottima commedia drammatica (scritta da Mark L. Andrus e Brooks), che accompagna lo spettatore attraverso un viaggio nei sentimenti. Risate e lacrime assicurate. Sia Nicholson che la Hunt hanno portato a casa l’Oscar per la loro interpretazione. Harold Ramis, Lawrence Kasdan, Shane Black e Todd Solondz fanno brevi apparizioni.

What Women Want

Il pubblicitario di successo Nick Marshall, divorziato e ora scapolo impenitente, maschilista e donnaiolo, trova sulla strada della promozione la rampante Darcy Maguire, assoldata per riconvertire l’agenzia al punto di vista femminile. Ma, causa un incidente elettrico, Nick acquisisce come per miracolo la dote di leggere nelle menti delle donne: in questo modo recupera il terreno perduto e soprattutto tiene testa alla capace Darcy. Lo spunto del film non è male, quasi da commedia sofisticata, e se fossimo stati nella Hollywood degli anni Quaranta probabilmente sarebbe stato affidato a Howard Hawks, magari a Frank Capra, meglio ancora se a Preston Sturges, e ne sarebbe venuta fuori una commedia pungente e deliziosa. Tant’è: negli anni 2000 il soggetto finisce invece nelle mani di Nancy Meyers, che non trova niente di meglio da fare che buttare tutto sulla farsa di grana grossa, in alcuni casi decisamente pesante, diretta senza grazia né stile. E per giunta lunga più di due ore. A salvarsi sono solo le canzoni di Frank Sinatra e Sammy Davis jr., e una sequenza in cui Mel Gibson balla da solo come un novello Fred Astaire. Un attore del suo calibro e della sua ironia avrebbe meritato di più.
(andrea tagliacozzo)

Il dottor T & le donne

L’ultimo lavoro di Robert Altman, classe 1925, è un film infantile e senile allo stesso tempo. Dr. T and the Women narra sui modi della sit-com americana la storia di un ginecologo di successo a Dallas, il dott. Sullivan Travis (Richard Gere), che ovunque vada è attorniato da donne: le pazienti, una moglie improvvisamente impazzita (Farrah Fawcett), una cognata con tre gemelle (Laura Dern), due figlie, il personale di ambulatorio, un’amante golfista… Nei più consueti e prevedibili modi altmaniani riconosciamo la stanchezza del cineasta: la giuliva e vociante comunità femminile della sequenza dei titoli di testa è la versione aggiornata e manierista del mondo mediatizzato da sempre protagonista dei film di Altman: pubblico e artisti di Nashville , circo americano di Anche gli uccelli uccidono , varia umanità losangelina di America oggi , frivolo ambiente della moda di Prét-à-porter … Ma è sufficiente rinchiudere venti persone in una stanza e farle parlare cacofonicamente insieme per avere un’intuizione di regia? Dopo vent’anni? In questo senso, anche la scelta di scenografie e linguaggio mutuati dalla tv, che in passato fece di Altman il grande fustigatore delle forme contemporanee della cultura americana, appare sempre più un’opzione di maniera, priva della propria finalità critica. Dr. T and the Women accelera e coreografa con grazia le forme e i tempi degli attori della sit-com. Nella direzione degli attori il cineasta di Kansas City mantiene una delle sue maggiori doti: eppure le battute pronunciate non sono meno telefonate, e la risata preregistrata è già tutta nei dialoghi. Allo stesso modo, il gioco di contrasti tra narrazione e tracce grafiche (cartelli, insegne) e fotografie sembra servire unicamente a stabilire dei percorsi facilitati nel film. Il registro del grottesco, ottenuto per deformazione e accrescimento dei caratteri dell’alta borghesia texana, è l’ennesimo capitolo di una galleria di caratteri della società sudista sempre meno graffianti, colpiti da zampate sempre più stanche…
Detto questo, Dr. T and the Women resta un film che nel proprio infantilismo ha le migliori qualità. Il film si apre con la divaricazione di una vagina: modo pecoreccio e ben metaforico di «entrare in un film». E in fin dei conti, Dr. T non è che questo: un costante scivolare tra le pareti di una femminilità avvolgente, che attornia il protagonista; una femminilità riportata ai dati primari del sesso. La stessa donna è destinata a regredire irrevocabilmente verso l’infanzia: la dea del focolare del dottor T, la moglie affetta dal complesso di Hastia, rifiuta la propria sessualità e ritorna bambina – come forse tutte le donne starnazzanti intorno al ginecologo. Il casting di Richard Gere appare come una riuscita boutade infantile, in cui attore e personaggio si scambiano con leggerezza un ruolo da american gigolo . La stessa altmaniana inquietudine per la progressiva culturalizzazione della natura, palesata da piani di paesaggi invasi da strumentazioni varie (ricordate i mulini de I protagonisti ? E i paesaggi di Conflitto di interessi ?), sembra non essere altro che un infantile peana per un’epoca che non è più… Il regista ha piuttosto inspiegabilmente – e certo, di nuovo, in maniera infantile – richiesto di non divulgare il finale del film, a suo giudizio sorprendente. Non contravverremo alla sua volontà. Ci limitiamo a notare il movimento semi-circolare, o meglio, la chiusura del cerchio che la conclusione compie. Come nei sogni di un bambino, tutti i conti tornano. Tranne quelli del film. (francesco pitassio)

Un sogno per domani

L’insegnante di scienze sociali Eugene Simonet, dal volto completamente deturpato, assegna alla sua scolaresca un tema: pensare a una cosa che non va e tentare di porvi rimedio. Il piccolo Trevor prende alla lettera Simonet e invita a casa Jerry, barbone tossicodipendente che vive in una discarica. Arlene, madre di Trevor, che prova in tutti i modi di dimenticare il vizio del bere, si precipita a scuola per far sentire le sue lamentele. In realtà il piccolo Trevor ha messo in atto una vera e propria strategia esponenziale della bontà: fare un favore e chiedere al destinatario di passarlo ad altre tre persone e così via. Per vie del tutto misteriose, tra i beneficiari di questa strategia c’è anche il giornalista Chris Chandler.

Nonostante gli arabeschi di uno script degno di una qualsiasi delle fiction Rai (con tutte le prevedibili sorprese al posto giusto in modo che non sorprendano nessuno), il terzo film di Mimi Leder conferma tutto ciò che di negativo si era intuito sul suo conto dopo
The Peacekeeper
e
Deep Impact
. La Leder è probabilmente la cineasta più genuinamente pornografica attualmente in circolazione: il modo in cui tratta emozioni e sentimenti tentando sempre di evidenziarne il plusvalore spettacolare, lo sguardo colmo di ricatti con il quale filma gli ultimi o gli svantaggiati, meriterebbero il disprezzo più feroce se tutto ciò si accompagnasse a una sorta di malafede ideologica (cosa di cui invece, a causa della propria sconvolgente banalità, pare addirittura incapace).

La Leder sembra essere infatti la prima vittima del suo mediocre sistema di pensiero. Nel suo mondo, nel quale la «bontà» è l’unica arma attraverso la quale gli umiliati e gli offesi possono dire la loro, lei – per onorarli – si inventa nel finale un dolly orribile e osceno, che pare una via di mezzo fra l’estetica del Giubileo e un matrimonio di massa del reverendo Moon (senza contare la «trucidata» della morte del povero Haley Joel Osment). Insomma: un film orribile più che detestabile, inguardabile più che pessimo.
(giona a. nazzaro)

Vendetta trasversale

Nei panni di uno sbirro di Chicago originario dei monti Appalachiani del Kentucky, Swayze affronta il boss con l’aiuto del fratellino montanaro Neeson. Una semplice vetrina per i protagonisti, con ambizioni alte e risultati modesti. Voi soggiornereste davvero in un hotel gestito da Pollard?

Le seduttrici

Mal congegnata versione del Ventaglio di Lady Windermere di Oscar Wilde (portato sullo schermo più e più volte durante gli anni), ambientata in Italia invece che in Inghilterra e negli anni Trenta del Novecento invece che a fine Ottocento. Alcuni personaggi dell’opera di Wilde, originariamente inglesi, sono qui americani. Tra questi Mrs. Erlynne (una Hunt completamente fuori ruolo), un’avventuriera piena di debiti che arriva ad Amalfi determinata a sedurre il ricco sfondato e fresco di matrimonio Robert Windermere (Umbers).

Bobby

Il 4 giugno 1968 all’Ambassador Hotel di Los Angeles c’è una trepidante attesa per l’arrivo del senatore Robert Kennedy, il probabile futuro presidente degli Stati Uniti. La vita delle persone dell’albergo è condizionata dall’evento. I preparativi degli addetti, i clienti, gli attivisti del Partito Democratico, gli invitati, i giornalisti: tutto ruota attorno al discorso che si terrà quella notte, pronunciato il quale Kennedy verrà ucciso. 

La maledizione dello Scorpione di Giada

CW Briggs è un investigatore di una compagnia assicurativa. È il 1940. All’improvviso arriva nella società una nuova dirigente, nonché amante del titolare della compagnia, che deve rimettere ordine negli uffici secondo metodi razionali e più moderni. Immediata antipatia tra i due. Durante uno spettacolo finiscono sul palco nelle mani di un ipnotizzatore. Sembra finita lì. In realtà, cominciano a verificarsi una serie di furti e il primo sospettato è proprio CW. Tutta colpa dello scorpione di giada che è servito per l’ipnosi. Naturalmente, tra i due colleghi che si detestano scoppia l’amore… Ultimo film di Woody Allen, garbato, carino, una battuta dietro l’altra (ma senza risate a crepapelle), ben fatto, dialogo filante, con accurate e seppiate ricostruzioni degli ambienti. Poi c’è la bellona seduttrice (Charlize Theron), c’è l’odiosa collega che sotto sotto è dolce (Helen Hunt e le sue smorfie), c’è un omettino, lo stesso Allen, che sembra sempre più gracile e indifeso, ma in realtà riesce a sfoderare armi alla Humphrey Bogart. Si ride, ma soprattutto si sorride. Una commedia classica sentimental-gialla senza trovate particolarmente originali né esilaranti. Comunque un film che mette di buon umore. Può essere abbastanza.