La caduta

In occasione dell’uscita di questo film, che racconta gli ultimi giorni di Hitler, la stampa e la televisione italiana stanno cercando come al solito di creare un evento, e siccome critici e storici cinematografici sono ormai relegati sempre più ai margini, i «pezzi» sono affidati a cronisti dello spettacolo che conoscono solo quello che gli è capitato di vedere nel corso dello loro breve e oziosa vita. Così strillano che per la prima volta la Germania analizza «il periodo più oscuro della sua storia» e per la prima volta mette in scena Hitler.

Il che è assolutamente falso, perché già nel 1955 il grande regista Georg Wilhelm Pabst, con la sceggiatura dello scrittore Eric Maria Remarque, aveva diretto
L’ultimo atto
, e cioè gli ultimi dieci giorni del dittatore e della sua corte; poi nel 1977, l’indimenticabile affascinante infinito (oltre sei ore)
Hitler, ein Film aus Deutchland
di Hans-Jurgen Syberberg, visto, ricordo, con la schiscetta appresso e termos di caffè. Poi si può citare anche un documentario contemporaneo (1977),
Hitler, una carriera,
di Christian Herrendoerfe, che è basato sulla biografia notissima anche in Italia di Joachim Fest, quello stesso Fest che «presiede» il film attuale di Oliver Hirschbiegel, che ha al suo attivo una schiera di attori notevoli e un outsider del calibro di Bruno Ganz, nel ruolo di un Fuhrer ormai via di testa.

Il regista, inizialmente, sembra prefiggersi di raccontare i giorni finali nel bunker attraverso gli occhi della giovanissima ultima segretaria, Traudi Junge, morta pochi anni fa. Tra l’altro, con grande efficacia, alla fine del film  vengono mostrati alcuni momenti in cui, ormai anziana, si giustifica e si accusa in un’intervista rilasciata alla televisione: «io non sapevo – dice – ma avrei dovuto capire». In realtà, Hirschbiegel – che sembra un modesto artigiano di fiction televisive più che un regista autoriale di film con un minimo di struttura o di stile coerenti – abbandona subito l’idea della soggettiva, del punto di vista del personaggio minore e la usa di tanto in tanto per mostrare la fanciulla a occhioni sgranati, a indicare l’orrore innocente e gira alla piatta carlona.

Il risultato è un buon polpettone da artigianato Cantù, di grana grossa, con buoni attori e dovizia di mezzi: così il successo è assicurato, per lo meno in Germania. E perfino un po’ di scandalo, artatamente creato. Si vocifera infatti che in Germania il film sia stato accusato di mostrare un Hitler troppo buono, troppo umano. Non è vero. Oquello che era, quello che racconta Fest, quello che abbiamo stravisto in tanti documentari: lui che accarezza il cane, che ride con amiche e amici, lui tenero con i bambini e iconografia simile. Purtroppo, il punto più basso del film consiste proprio nell’interpretazione di Bruno Ganz, il mitico attore che ricordiamo splendido interprete de
L’amico americano
e, di recente, di
Pane e Tulipani
. Qui con i baffetti di rito, con una frangia-frangiona da fumetto, sembra fare la caricatura di Chaplin, e cioè la parodia di una parodia. In certi momenti sembra essere sul palcoscenico di Zelig, in altri, soprattutto per colpa della voce italiana, ricorda Walter Chiari quando faceva uno dei fratelli De Rege. Però, per chi si accontenta, lo spettacolo c’è.
 (piero gelli)            

La banda Baader Meinhof

I dieci anni di vita della banda Baader Meinhof, la Rote Armee Fraktion (Raf), il collettivo terrorista di sinistra che dal 1967 al 1977 insanguinò la Germania in nome della lotta contro l’imperialismo americano sostenuto dalle istituzioni tedesche. Dalle proteste contro la visita di Stato dello Scià di Persia al rapimento e all’uccisione di Hanns Martin Schleyer, il presidente degli industriali della Germania, fino ai suicidi di Andreas Baader, Gudrun Ennslin, Jan-Carl Raspe e Ulrike Meinhof, avvenuti nel carcere di Stoccarda in circostanze non ancora del tutto chiarite. Nomination agli Oscar come Miglior Film Straniero nel 2009.