Notte senza fine

Come definire il cinema di Elisabetta Sgarbi? Cinema di pensiero, o di parola? In ogni caso parola letteraria. Certamente, dietro alle sue intenzioni si avvertono le elucubrazioni cinefilosofiche di Enrico Ghezzi (sempre acute, sempre provocanti ma a volte anche autofagiche) e le lezioni oggi troppo dimenticate di Godard e di de Oliveira, di Kluge e di Straub (ricordate? ebbe l’ardire di filmare il
Moses und Aron
di Schoenberg).

Che cos’è, di fatto,
Notte senza fine?
Innanzitutto un film affascinante, inquietante e per i primi minuti lievemente narcotizzante, talmente siamo poco abituati alla camera fissa, alla rarefazione estrema del montaggio, al buio che invade e sala e schermo, un buio strappato da poche luci che piombano sui volti degli attori. Anzi, delle attrici e di un solo attore, che interpretrano tre testi e/o monologhi di tre autori contemporanei.

Gli interpreti: Galatea Ranzi, che recita
L’amore lontano
dello scrittore libanese Amin Maalouf; Toni Servillo e Laura Morante, alternati, ne
La Fatalità della bellezza
del marocchino Tahar Ben Jelloun; e, infine, Anna Bonaiuto psicoticamente sdoppiata ne
Il buio
del pakistano Hanif Kureishi. Sono testi di vario genere letterario, dal racconto al monodramma, che la Sgarbi ha «sceneggiato» come monologhi, immergendo l’interprete in una notte appena rischiarata da una luna fintissima ma illuminando i volti di luci di scena violente e isolanti, aggettanti, in modo tale che l’espressione e la parola emergano con forza, a persuadere, a emozionare, a riempire il buio e il silenzio di esterni che sembrano tutti fondali da tragedia greca.

Come la cava di Marlungo a Carrara dell’ultimo episodio, oppure la villa palladiana Badoera di Fratta Polesine. Non sto neppure ad accennare alla trama dei singoli testi, che possiamo leggere raccolti in un volume Bompiani curato dalla Sgarbi stessa. Letterariamente, posso dire che il testo che più mi ha convinto è
Il buio
di Kureishi, una convinzione che riverbera anche cinematograficamente, perché la regista con la sua quasi maniacale economia di movimenti e la dilatazione progressiva della luce riesce a restituire l’emergere angoscioso di una verità che forse è pirandellianamente proiezione di follia.

Cinema di provocazione, di ricerca, tentativo di restituire alla parola quel ruolo che ha perso; ma anche di ridare alle immagini un peso e un valore che la produzione contemporanea, sempre più standardizzata e videoclippata, ha come nullificato. In tal senso, l’improvviso sbalzare di particolari, sia l’agitarsi di una tenda mossa dal vento, l’aggettarsi una colonna, o la sosta su un muro sbreccato costituiscono l’alternativa figurativa alla parola, la sua sottolineatura interpretativa, come in tutti i testi dello scrittore tedesco W.G. Sebald, che la Sgarbi per prima ha fatto conoscere in Italia.
(piero gelli)