The Hurt Locker

Nella guerra mai conclusa in Iraq, in mezzo ai quasi cinquemila soldati americani uccisi, ai morti civili mai ufficialmente calcolati, al disastro umano ed economico voluto da una presidenza potente e bugiarda, si muove un gruppo di artificieri che ha l’incarico ad altissimo rischio di disinnescare le bombe che a migliaia producono attentati e vittime. Si tratta di militari coraggiosi e pazzi, drogati di adrenalina, vittime essi stessi del loro lavoro, incapaci o impotenti nell’inseguire una vita che altri definirebbero “normale”. Ma la normalità non esiste nel delirio di una guerra stupida e assurda. Ben 6 Premi Oscar nel 2009: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Sonor, Miglior Montaggio e Miglior Montaggio Sonoro.

Houdini – L’ultimo mago

Quando il famoso artista delle fughe impossibili, Harry Houdini, approda ad Edimburgo ed offre un premio di 10,000 dollari a chiunque possa metterlo in contatto con la madre dall’oltretomba, una bella ma insidiosa sensitiva, spalleggiata dalla giovane figlia, sua complice, accoglie la sfida. Il tempo che trascorre con questa donna misteriosa fa sì che Houdini resti stregato dal suo fascino, e ciò che agli inizi è solo una simpatia diventa un rapporto complicato e pericoloso.

Priscilla la regina del deserto

Commedia vivace e sopra le righe: due “drag queen” e un transessuale, a bordo di uno scuolabus modificato battezzato “Priscilla”, portano in tour il loro spettacolo attraverso alcune sperdute località del deserto australiano. Divertente, ma bisogna accettare la particolare ironia. Stamp, nei panni del trans, è la pietra angolare su cui poggia la pellicola. Da vedere assolutamente se siete fan degli Abba. Arriscope (e Dragarama). Un Oscar ai costumi.

L.A Confidential

La storia viene da un romanzo di James Ellroy, uno dei più fortunati e acuti esploratori della letteratura di genere: siamo nei paraggi di Hollywood, dove le indagini di tre poliziotti perdenti scoperchiano il solito nido di vipere. Ma oltre alla perfetta cinefilia, che regala a Kim Basinger il ruolo più bello della sua carriera (una triste attrice-prostituta sosia di Veronica Lake), questo film si distingue per la sua particolare sincerità. Ci si appassiona senza mezzi termini e senza retrogusti camp, e il dolore della pagina di Ellroy viene conservato, giusto un po’ ammorbidito nella bellissima fotografia di Dante Spinotti (virtuosistica la sparatoria finale). Un gran bel film hollywoodiano, fiero di esserlo, che – se non tocca le altezze del Polanski di
Chinatown
– esibisce comunque una confezione tra le più impeccabili del cinema americano di genere negli ultimi anni.
(emiliano morreale)

Due fratelli

Due cuccioli di tigre asiatica sono separati l’uno dall’altro: il destino li porterà su strade imprevedibili e li metterà in contatto con esseri umani sia gentili che crudeli. Le sequenze con gli animali occupano molto più spazio della storia, in questo film familiare strano e disfunzionale, che mette in conflitto la purezza della giungla con le difficoltà della vita “civilizzata”. Momenti di magistrale bellezza sono controbilanciati da altri di farsa grossolana come gli animali in stile Disney o i personaggi abbozzati con approssimazione e mal definiti. 

Regole d’onore

William Friedkin è destinato a essere un regista controverso. Dopo essere stato il cineasta più odiato dalla critica di sinistra degli anni Settanta (forse solo Clint Eastwood sì è beccato la stessa quantità di insulti: basta ricordare le accuse di propaganda cattolica rovesciate su
L’esorcista
o quelle di fascismo per
Il braccio violento della legge
), Friedkin, con il declinare dei Seventies e con il cinema americano sempre più anemico, è diventato (inevitabilmente) un autore di culto. In questo senso,
Vivere e morire a Los Angeles
ha sancito la canonizzazione cinefila attesa da molti. Ma i seguenti
L’albero del male
e
Jade
sono stati trascurati dai più.
Regole d’onore
giunge nelle nostre sale quando la crisi in Medio Oriente sembra avviata verso un terribile punto di non ritorno. Friedkin, da straordinario moralista cinematografico qual è, licenzia un film terribile, feroce e visionario, che si offre come la più lucida disamina di una metafisica del Male mai osata dal cinema americano.

Ferocemente reazionario (già, Friedkin è un repubblicano…), decisamente antiarabo (accuse di filosionismo si sono levate durante la proiezione per la stampa),
Regole d’onore
giustappone – secondo un’inesorabile logica fulleriana – mondi in collisione. Riuscendo nel miracolo di non trarre conclusioni politiche dai suoi pregiudizi ideologici, Friedkin realizza, grazie al suo folle nichilismo, una pellicola che mette in luce tutto l’orrore e il prezzo pagato per tenere in piedi il cosiddetto «new world order». Talmente schierato da potersi permettere il lusso di far saltare in aria bambini, donne e anziani, il regista fissa il suo sguardo nell’orrore e non lo ritrae. Il marine interpretato da Samuel L. Jackson non è un esaltato: è un marine, l’americano per eccellenza. Le sue azioni sono il risultato di quella medesima ideologia, che impone il saluto alla bandiera e che stabilisce le «regole d’ingaggio».

Provocatoriamente, Friedkin si schiera con il suo marine e paradossalmente rivela il cuore di tenebra di un’America malata di testosterone patriottico. Non riconoscere che
Regole d’onore
è molto più utile di qualsiasi sciocchezza spielberghiana attualmente in circolazione significa non voler accettare il grado di complessità di un film forte e necessario. Friedkin, infatti, compie l’impresa di realizzare un’opera infinitamente complessa, che ci restituisce alla nostra libertà critica con tutto il peso che comporta il muoversi in quello che non è esattamente il migliore dei mondi possibili. Ma per chi ama i compitini preconfezionati come
I cento passi
e
Salvate il soldato Ryan
, con buoni e cattivi distribuiti secondo i canoni vigenti del politically correct, lo scandalo è garantito.
(giona a. nazzaro)

L’insaziabile

Nel 1847, un ufficiale di cavalleria (Pearce) viene mandato in una fortezza sperduta della California, dove uno sconosciuto (Carlyle) giunge incespicando dalle gelide tenebre con una storia terrificante di cannibalismo, una storia che non è ancora finita… Questo singolare mix di commedia, western, horror e satira non è, ovviamente, per tutti i “gusti”. Macabro e desolante, ma altrettanto ambizioso e intelligente. Super 35.

Memento

Noir dalla struttura anomala,
Memento
è costruito a partire da un singolare presupposto narrativo: il suo protagonista forse dice la verità, ma è indubbiamente uno smemorato. L’affidare il racconto a un individuo dalla capacità mnemonica ridotta al breve periodo, che dimentica tutto ciò che è avvenuto fino a dieci minuti prima, permette a Nolan di impostare il film su un impianto narrativo paradossale: ossia ripercorrendo all’indietro – frammento per frammento – il filo che conduce all’origine di questo personaggio, costretto a tatuarsi sulla pelle gli indizi della propria identità.
Memento
gioca in maniera gustosa con la naturale propensione del noir alla complessità narrativa, spingendo tale vocazione di genere verso una continua contraddizione del principio di verità (affidato al protagonista). La storia di un uomo che si deve tatuare i numeri di telefono sul corpo segna un passo ulteriore nel processo di erosione della credibilità del narratore, inscrivendosi nella linea di pellicole quali
Paura in palcoscenico
di Hitchcock e – più recentemente –
I soliti sospetti
di Bryan Singer. Allo stesso tempo, tuttavia, la natura ludica dell’esercizio, l’intenzione metanarrativa (già presente nel precedente lavoro del regista,
Following
) e le strizzate d’occhio alla body art finiscono per togliere mordente al racconto. Nolan non è Resnais, ma questo non è necessariamente un male. Resta pur sempre a dargli man forte Guy Pearce, sulle cui spalle poggia l’intero film: dopo aver interpretato il poliziotto di
L.A. Confidential
e l’avvocato militare di
Regole d’onore
, l’attore inglese è senz’altro in grado di incarnare nel suo volto efebico tutta l’ambiguità di un personaggio inconsapevole del proprio passato.
(francesco pitassio)