Sorrisi di una notte d’estate

Nella Svezia degli inizi del Novecento, la madre della nota attrice Desirèe sta dando una festa nella sua villa. È la magica notte di San Giovanni: varie coppie si dividono e altrettante si riformano, in un girotondo di amori infranti e ritrovati. Una straordinaria commedia, frutto di numerose influenze (dalla classica pochade a Shakespeare), magistralmente orchestrata da Bergman con eleganza e un insolito tocco leggero. Premiato a Cannes nel 1956 «per l’umorismo poetico del soggetto», è il film che fece conoscere il maestro svedese al pubblico internazionale. (andrea tagliacozzo)

Lezione d’amore

Un medico tradisce la moglie della quale è ancora profondamente innamorato. La donna, per vendicarsi, decide di abbandonare il marito per recarsi da un suo ex spasimante, ma il medico, nel tentativo di dissaduerla, la segue prendendo lo stesso treno. Una delle rare commedie realizzate da Ingmar Bergman, non priva, comunque, dei temi esistenziali cari al regista svedese. (andrea tagliacozzo)

Come in uno specchio

David è uno scrittore, Minus e Karin i suoi figli, Martin il marito della ragazza. Tutti e quattro sono in vacanza su un’isola del Baltico. Karin ha una malattia mentale e sta irrevocabilmente scivolando verso una follia definitiva. David è sempre stato un genitore distante, irretito dalla vanagloria, poi sull’orlo del suicidio. Minus viene coinvolto in un rapporto incestuoso dalla sorella, prima che questa crolli definitivamente nella patologia. Ma David riconoscerà nell’amore il segno divino capace di redimere tutte queste sofferenze. Secondo Oscar a Bergman (dopo quello attribuito a La fontana della vergine ), Come in uno specchio apre la trilogia sul «silenzio di Dio», compiuta nel giro di due anni da Luci d’inverno e Il silenzio . Girato come un dramma da camera di Strindberg, Come in uno specchio fa dei propri personaggi i prigionieri di una ragnatela crudele e invisibile. Non a caso, nella sua ultima visione prima del ricovero, Karin vedrà Dio come un orrendo ragno desideroso di penetrare in lei. Unica via d’uscita, un atto d’amore puro, equivalente all’irruzione sorgiva del miracolo di La fontana della vergine . Ma le certezze di Bergman si sfaldano progressivamente… A Martin e David prestano la loro suprema e disinteressata grazia Max von Sydow e lo straordinario Gunnar Björnstrand. (francesco pitassio)

Il settimo sigillo

Sydow, un cavaliere disilluso di ritorno dalla crociate, cerca di risolvere i misteri della vita giocando a scacchi con la Morte, che gli ha offerto ancora un po’ di tempo. Un capolavoro affascinante e assolutamente unico che portò a Bergman il riconoscimento internazionale. Il più noto dei film di Bergman (autore anche della sceneggiatura) non è però il migliore: troppo programmatio il simbolismo e di maniera (ma per i tempi originale) l’ambientazione medievale. Ma dal punto di vista figurativo il film conserva un fascino innegabile, pieno com’è di richiami pittorici (Durer) e scultorei.

L’immagine allo specchio

La superba performance della Ullmann e la fotografia di Sven Nykvist compensano in parte la sensazione di déjà vu che proviene da questo dramma su una psichiatra colpita da un grave esaurimento nervoso. Straziante, non per tutti i gusti o gli stati d’animo. In origine era una serie in quattro parti per la tv svedese.

L’occhio del diavolo

Per far perdere la verginità a una ragazza che sta per sposarsi, Satana manda sulla terra un suo affascinante emissario, Don Giovanni: ma la missione fallisce perché costui, innamorato della fanciulla, non vuole più sedurla. Il mito dell’eterno seduttore subisce un’interessante metamorfosi ma il film si perde in dialoghi eccessivamente verbosi e e didascalici per il tono leggero e grottesco dell’insieme.

Persona

Un’attrice (Ullman) si ritira e diventa muta, e un’infermiera (Andersson) si prende cura di lei; le loro menti e personalità si scambiano. Evocativo, poetico, per spettatori perspicaci; l’idea di fondo è riflettere sulla condizione dell’artista: la crisi dell’attrice, rinchiusa in un ostinato mutismo è un’evidente metafora dell’incomunicabilità umana. C’è qualche didascalismo di troppo e i collage di immagini e i filmini scioccanti a inizio e matà film sono piuttosto datati, ma la regia di Bergman è di una precisione chirurgica e le due attrici sono eccesionali. All’epoca fu molto tagliato dall’edizione italiana.

Luci d’inverno

Un film difficile se non siete appassionati di Bergman, che parla di un disilluso pastore protestante di provincia. Il secondo della trilogia bergmaniana sulla fede e il silenzio di Dio (tra Come in uno specchio e Il silenzio). Dramma potente e penetrante. Fomdato su un paradosso teorico tipicamente bergmaniano (cerca la fede chi dovrebbe averla già trovata) e si accorge, in fondo, di non averla mai avuta. Il film, ispirato alla visione di Diorio di un curato di campagna di Bresson, è una delle opere più livide, spoglie e meditabonde di Bergman.

Il volto

Nella prima metà dell’800, in un paese poco distante da Stoccolma, un abile illusionista e sua moglie vengono arrestati e costretti, con la forza, a esibirsi davanti alle autorità locali. Stanco di essere deriso da un medico scettico e da un arrogante poliziotto, l’illusionista si finge morto. Un film ricco di allegorie e metafore, nel più tipico stile del grande regista svedese. (andrea tagliacozzo)