200 Cigarettes

È il capodanno del 1981, nell’East Village di New York, con un assortimento di giovani personaggi che cercano (con non troppa convinzione) di raggiungere una festa in un loft, organizzata dalla frenetica Plimpton. Meriterebbe una specie di premio per il Cast Più Detestabile. La Hudson è la figlia di Goldie Hawn.

Ecstasy Generation

Uno di quei film migliori del titolo italiano. Uno di quei film odiati dalla maggior parte dei critici. Araki, dopo la militanza gay e le provocazioni di Doom Generation , e prima del ripiegamento di Splendidi amori , trova l’equilibrio tra la rabbia, la commedia folle e l’incubo pop dai colori caramella. In un universo popolato da star di telefilm in ruoli suicidi (Kathleen Robertson di Beverly Hills, 90210 è una lesbica sadica, Jason Simmons di Baywatch è uno stupratore con la faccia da bravo ragazzo), il tenero James Duval è in cerca d’amore. Ma la sua ragazza (Rachel True) non vuole rapporti impegnativi, e il biondo Montgomery (Nathan Bexton) viene rapito da una creatura aliena. Con il meccanismo di una sit-com impazzita, Araki descrive un mondo allo sfascio, mescolando il compiacimento a un sarcasmo disperato. E toglie allo spettatore ogni certezza, lasciandolo con una nostalgia struggente. (alberto pezzotta)

Terminal

Viktor Navorski
(Tom Hanks)
giunto all’aeroporto
JFK
di New York, scopre che durante il volo la sua patria, la
Krakozhia,
è stata oggetto di un colpo di stato. Il direttore dell’aeroporto, Frank Dixon
(Stanley Tucci),
constata una «falla» nel Regolamento aeroportuale: Viktor è cittadino di uno Stato che non c’è più. Non può essere detenuto perché non ha compiuto alcun reato, ma non può neppure varcare le porte del terminal, perché il suo passaporto non è più valido. Comincia così la divertente odissea dell’uomo (che non parla che poche parole di inglese) costretto a vivere all’interno della sala arrivi internazionali per oltre nove mesi, fino al prevedibile lieto fine. Durante questo periodo Viktor saprà farsi apprezzare per la sua onestà e bontà d’animo dai dipendenti dello scalo – che provengono dai quattro angoli del mondo – e si innamorerà di una bella hostess, Amelia Warren
(Catherine Zeta-Jones),
vogliosa ma incapace di sciogliere il suo legame con un uomo sposato.

Basato sulla vera storia di un rifugiato iraniano che soggiornò anni nell’aeroporto
Charles De Gaulle
di Parigi in attesa di un visto,
Terminal
segna il passaggio di Steven Spielberg dalle parti della commedia sentimentale. Un genere che non ha mai saputo maneggiare con l’irraggiungibile maestria dimostrata in altri campi, come quello dell’avventura
(Indiana Jones),
della fantasia
(Incontri ravvicinati, E.T., A.I.),
della storia
(Schindler’s List, Amistad, Salvate il soldato Ryan).

Occorre dire che, se non fosse stato diretto dal genio di Cincinnati,
Teminal
avrebbe spuntato un giudizio più benevolo. Tom Hanks – improbabile nella parte dello slavo – rimane un bravo attore e lo dimostra, riuscendo a sostenere l’intera durata della pellicola con la sua mimica e una gestualità appesantita da qualche chiletto di troppo. Zeta-Jones piange piange piange (avrà versato più lacrime lei o Demi Moore in
Ghost?)
Il resto del cast è formato da buoni caratteristi che però non donano alla vicenda quella coralità che avrebbe dovuto alleggerire un po’ il
one man show
di Hanks. Il messaggio sociale, che non manca mai nei film di Spielberg, è scontato, anche se è lodevole l’intento di ambientare la commedia nell’aeroporto probabilmente più sottoposto a vessatorie quanto indispensabili misure di sicurezza del mondo. Un po’ come girare un film di barzellette in un carcere di massima sicurezza. Neppure ci è parso originale il misterioso motivo che spinge il prode Viktor a imbarcarsi nell’assurda vicenda. Non sveliamo nulla per non togliere il gusto a nessuno ma ci si creda sulla parola.

Terminal
è un film divertente che strappa sorrisi ma non ammirazione, Un buon diversivo per trascorrere in serenità qualche quarto d’ora, nulla più. Distante un bel pezzo da
Frank Capra
e il suo cinema dei buoni sentimenti a cui forse è ispirato. Non si può essere maestri in tutto.

(enzo fragassi)