La pazza storia del mondo

Questo film demenziale a episodi passa dall’Età della pietra all’Impero romano alla Rivoluzione francese, dispensando gag ora esilaranti, ora deprimenti; ma superato lo slancio iniziale si sgonfia, nonostante gli sforzi di un nutrito cast comico. Il punteggio più alto va a Caesar, impagabile cavernicolo nelle scene iniziali. Debutto cinematografico per Hines. Panavision.

Le cose che so di lei

Rodrigo García è il figlio di Gabriel García Márquez. È bene saperlo, se non altro per rispondere a una domanda che sorge spontanea: come fa un «giovane» alla sua prima prova come regista a raccogliere le firme di un cast stellare come quello che vanta
Le cose che so di lei?
Sinceramente, e fuori da ogni pregiudizio, l’unica risposta risiede nell’affermazione iniziale. Glenn Close, Cameron Diaz, Holly Hunter da sole valgono tre film con incassi sicuri al botteghino. Qui tutte insieme, ma separatamente, non riescono a tenere neanche tre cortometraggi, nonostante lo script sia, non a caso, costituito da alcuni brevi racconti intrecciati, nei quali vengono presentati i ritratti di sei donne: una ginecologa, una detective, una direttrice di banca, una cartomante, una madre single, una donna cieca, tutte alle prese con i problemi della vita moderna, nella solitudine del quartiere di San Fernando Valley a Los Angeles. Un’antologia drammatica che è cresciuta come un mostro tra le mani del povero Rodrigo. Subito dopo aver vinto nel 1999 il premio Sundance-International Filmmakers, ha ricevuto le attenzioni di Jon Avnet che, nelle vesti di produttore, gli ha proposto di realizzare il film. Per incanto è piombata l’adesione di Glenn Close, che dice di non aver resistito all’avvincente sceneggiatura di Rodrigo («A pagina 5 ho detto: lo faccio»), e a seguire quella di Holly Hunter, di Cameron Diaz e così via. Ora, sarebbe stato difficile anche per un regista navigato come Robert Altman riuscire a contenere in una pellicola la bravura di queste «corazzate» hollywoodiane: figuriamoci per un giovane alle prime armi, sebbene figlio d’arte… Il risultato non fa che dimostrarlo e a commento viene in mente il detto popolare, saggezza vera, «Dio dà il pane a chi non ha i denti». Qui in verità più che di pane si trattava di prelibate focaccine speziate, che nel «gran cesto» di questo film non hanno reso la flagranza che ci si aspettava.
(dario zonta)

Cotton Club

Il popolare locale newyorkese degli anni Venti, fa da sfondo a una storia di tipo gangsteristico. Dixie, giovane suonatore di cornetta, salva la vita a un boss della mala, che per sdebitarsi lo fa assumere al Cotton Club. In seguito, diventa accompagnatore dell’amante del capo, la bella Vera Cicero. Tra la ragazza e il musicista nasce qualcosa di più di una semplice simpatia. Nelle intenzioni il film avrebbe dovuto essere un prodotto commerciale di puro intrattenimento, ma le ambizioni del regista e la sua propensione al virtuosismo lo trasformano in qualcosa di completamente diverso, grazie a un uso originale e ardito del montaggio e della costruzione narrativa (strepitosa la sequenza della strage in montaggio alternato con il balletto di Gregory Hines e il finale tra finzione e realtà). Non è un caso, quindi, che all’epoca della sua uscita non abbia avuto né la giusta considerazione della critica né il successo che invece avrebbe meritato. Tra gli interpreti figura un giovane Nicolas Cage, nipote del regista. (andrea tagliacozzo)