Vivere!

Un’altra emozionante produzione che vede in coppia il regista Zhang Yimou e l’attrice Gong Li, per quanto questa volta il personaggio femminile sia meno potente e meno centrale di quello maschile. Il film segue una coppia di sposi tra successi e rovine, lungo diverse decadi nella storia cinese, dagli anni Quaranta in poi. Man mano che i bambini crescono e le libertà vengono gradualmente soppresse, lo spettatore apprende una lezione di storia. Ge You è eccezionale nel ruolo del patriarca semplice ma non stereotipato; l’unico difetto è che una storia episodica alla fine sviluppa un tono da soap-opera alla Edna Ferber. Tratto dal romanzo omonimo di Yu Hua.

L’imperatore e l’assassino

Travolgente storia ambientata attorno al 320 A.C. e basata sulle reali vicende del governatore del regno cinese di Xuejian, determinato ad annettere i regni vicini e diventare il primo imperatore. Per riuscire nel suo intento ricorre all’aiuto della sua concubina (Li, affascinante come sempre), la quale però si innamora di un assassino (Fengyi). La prevedibilità della trama è bilanciata dalla splendida messa in scena. Si dice sia stato il più costoso film mai prodotto in Cina.

Miami Vice

L’uccisione di poliziotti sotto copertura e dei familiari di un informatore porta gli agenti Crockett e Tubbs a indagare su un traffico internazionale di droga gestito apparentemente da un gruppo di neonazisti di una fantomatica fratellanza ariana, ma che rappresenta solo il primo livello di un cartello di narcomafie potentissime e spietate. I metodi di investigazione tradizionali devono essere abbandonati in favore di procedure meno ortodosse e più efficaci. I due fascinosi detective si muovono oltre i limiti della legalità, tormentati da dubbi etici, fra senso della giustizia e sentimenti di vendetta sullo sfondo di una Miami cupa e livida, lontana dal glamour e dallo scintillio di quella Miami
da bere
della popolare serie tv degli anni Ottanta cui il film si ispira.

La recensione

I due detective più celebri della televisione girano ancora a bordo di una Ferrari, ma sono sparite le t-shirt fucsia sotto i completi Armani, i Rolex sono stati sostituiti da meno ordinari Vacheron Co

Lanterne rosse

Nella Cina degli anni Venti, la giovane Son Glian abbandona gli studi per sposare il ricco e maturo Chen Zuoquin. L’uomo possiede già altre tre consorti. Le quattro donne si contendono l’ambito ruolo di preferita del signore e padrone della casa. Tra loro si scatena un’accesa rivalità, che si concretizza in più o meno velati dispetti reciprochi. Film suggestivo, indubbiamente ben realizzato, ma fin troppo raffinato nelle immagini, tanto da risultare accademico. Tipico cinema cinese da esportazione (non a caso vinse il Leone d’argento al Festival di Venezia). All’epoca, Gong Li sembrò una rivelazione, ma in seguito ha dimostrato tutti propri limiti e di non essere mai in grado di cambiare registro (basti vedere God of Gamblers 2: Back to Shanghai e Flirting Scholar, due commedie realizzate a Hong Kong accanto al comico Stephen Chiau; oppure Chinese Box di Wayne Wang). (andrea tagliacozzo)

Hannibal Lecter – Le origini del male

La nascita del personaggio di Hannibal Lecter: bambino alla fine della seconda guerra mondiale, Hannibal è costretto a guardare mentre dei soldati filo-nazisti mangiano la sua sorellina! Una volta cresciuto, il giovane (Ulliel), ispirato dalla zia giapponese, dà la caccia ai killer vendicandosi brutalmente. Bello ma pesante, lento e auto-referenziale, anche se non così cruento come ci si poteva attendere. Sceneggiato da Thomas Harris a partire dal suo romanzo. Ulliel non ci ricorda Alex Cox, men che meno Anthony Hopkins. Super 35.

Ju Dou

Straordinario dramma, magnifico sul piano dell’immagine, ambientato durante gli anni Venti narra la storia di una giovane contadina che è costretta a sposare un anziano, brutale proprietario di fabbrica e inizia una relazione con il nipote di lui. Bandito in Cina, probabilmente perché concentrato su valori individuali e per il ritratto del vecchio non proprio adulatorio (in una nazione dominata da un piccolo gruppo elitario di anziani); le autorità temevano che il pubblico vi avrebbe potuto vedere una metafora del modo in cui i capi in Cina controllano la società. Primo film cinese di sempre a ottenere la nomination come miglior film straniero: e coloro che sono stati ritenuti responsabili per aver partecipato alla competizione sono stati puniti dai loro superiori. Controversia a parte, un film potente e provocatorio. Una nomination agli Oscar come Miglior Film Straniero.

La Triade di Shanghai

Avvincente vicenda ambientata nel mondo della malavita cinese degli anni Trenta, incentrata su un ragazzo ingaggiato per fare da servo muto a una viziata regina dei nightclub — l’amante di uno dei boss della criminalità di Shanghai. Un film intrigante, all’altezza dei gangster movie americani, e un’altra brillante esibizione della protagonista Gong Li.

Memorie di una geisha

Photogallery

Tratto dall’omonimo romanzo di Arthur Golden,
Memorie di una geisha
è il suggestivo affresco di un mondo misterioso visto attraverso gli occhi di una geisha.

Venduta a un
okiya,
una casa di geishe, dalla poverissima famiglia, la piccola Chiyo lavora come serva, cercando di sopravvivere alle angherie della geisha Hatsumomo (Gong Li). Il suo destino cambia improvvisamente quando, quindicenne, riesce a diventare la geisha Sayuri (Ziyi Zhang), grazie all’appoggio e all’influenza della leggendaria Mameha (Michelle Yeoh) che ne fa la sua protetta. Grazie al suo talento e alla sua bellezza, Sayuri ottiene un successo tale da essere scelta come erede dell’okiya, garantendosi così un futuro nell’
hanamachi,
il quartiere che delimita il mondo delle geishe. Un mondo fragile, indissolubilmente legato a rituali, tradizioni e convenzioni improvvisamente stravolti dalla Seconda Guerra Mondiale e dai suoi esiti. Solo una certezza resisterà intatta nel cuore di Sayuri: l’amore e la dedizione per il Presidente, l’uomo che ha ineluttabilmente segnato il suo destino.

Il film, diretto da Robert Marshall, già regista di

Chicago,
vanta un cast d’eccezione: da Ken Watanabe (

L’ultimo Samurai)
a Michelle Yeoh e Ziyi Zhang (entrambe in

La tigre e il dragone)
, senza dimenticare la più famosa delle star orientali, Gong Li, al suo debutto in una produzione americana. La polemica derivata dalla scelta di protagoniste non giapponesi (Gong li e Ziyi Zhang sono cinesi, Michelle Yeoh è di origine malese) e l’accusa di occidentalizzare, semplificando con superficialità, la tradizione giapponese appaiono quantomai sterili.

Lo splendore e le miserie di una geisha, questo il tema centrale del film: né moglie, né prostituta, bensì artista capace di intrattenere uomini importanti. Un destino non scelto ma cui è impossibile sottrarsi. «Dal punto di vista culturale era una delle storie più affascinanti che avessi mai letto» ha dichiarato Steven Spielberg, produttore del film, riferendosi al libro.

Una storia coinvolgente, drammatica e romantica al tempo stesso, interpreti di indiscutibile bravura, abiti e scenografie spettacolari, una fotografia in grado di ricreare sapientemente l’atmosfera pervasa di chiaroscuri che contraddistingue la vita stessa delle geishe: il film ha tutte le carte in regola per incontrare l’apprezzamento del grande pubblico e per far intravedere, se non conoscere, l’anatomia di un mondo che non esiste più, dove l’arte della seduzione si giocava tutta in pochi centimetri di pelle, lasciati intravedere servendo il tè.
(sara dania)

Addio mia concubina

Elaborato come un’aria d’opera, un film poco amato in patria ma vincitore ex aequo della Palma d’oro a Cannes, incentrato sulla controversa relazione — durata 52 anni — fra due giovani allievi dell’Opera di Pechino, uno dei quali specializzato in ruoli femminili e da sempre attratto dal suo compagno eterosessuale, che invece sposerà una bella prostituta. Lungo ma coinvolgente dramma che attraversa tutta la storia cinese moderna, dall’epoca dei signori della guerra alla rivoluzione culturale e oltre. Dà il meglio nella prima metà; in origine durava 170 minuti. Due nomination agli Oscar.

Eros

Tre registi riconosciuti a livello internazionale si uniscono per realizzare una straordinaria (sulla carta) antologia. L’episodio di Wong è il più impegnativo, e sembra lungo il doppio: un giovane sarto rimane fedele a una cortigiana (Gong) durante tutta l’ascesa professionale di lei. Lo strizzacervelli Arkin e il suo paziente Downey sono i protagonisti della paradossale e deludente storia di Soderbergh. Il segmento di Antonioni, che descrive una relazione deteriorata, è la meno coerente ma la migliore da guardare: il maestro italiano dimostra di saper ancora girare con stile.

2046

All’inizio sembra un film di fantascienza: sequenze psichedeliche, colori cinetici, diorami futuribili, fanciulle cinobioniche che si muovono come pesci in acquario, e una voce fuori campo che ci parla di un treno e/o di un anno, il 2046, da cui non si scende, non si torna indietro.
Lo spettatore teme il peggio. Poi, per fortuna, la voce prende corpo, quello del protagonista, il giornalista Chow, che ha appena lasciato Singapore per Hong-Kong, dove si è insediato in un alberghetto un po’ equivoco, l’Oriental Hotel.
Allora, grazie anche a un sistema di segni inequivocabili, affiorano i ricordi di un altro film, indimenticabile, In the Mood for Love, di cui 2046 costituisce diremmo il sequel. Il primo film infatti finiva con il protagonista che lascia Singapore e la donna che ha amato e che non rivedrà mai più. Siamo nel 1962, magistralmente segnalato dagli abiti della protagonista e da una colonna sonora di ibrida fascinosa mescidazione (Nat King Cole + musica classica + musica orientale + tante altre cose). Wong Kar Wai dunque riprende il suo personaggio e ne racconta le successive tappe esistenziali, ne fa un perfetto ambivalente catalizzatore della passione d’amore, nel duplice ruolo di chi la suscita o subisce, o l’osserva negli altri, con la compiacenza voyeuristica di chi ne controlla gli iterativi meccanismi: l’amore, per esempio, della figlia dell’albergatore per un giovane giapponesi inviso al padre di lei.
Scarsi gli esterni, spesso piovosi e notturni, muri scrostati e sporchi, asfalti bagnati, interni asfittici, corridoi stretti, porte che si aprono e chiudono, camere disfatte, zeppe, da cui si sente tutto, con feritoie che lasciano vedere cosa succede dietro la parete contigua; un trionfo di primi piani, di sequenze segnaletiche (l’interno di un taxi, l’angolo del telefono, la terrazza con un pezzo dell’insegna dell’albergo), sequenze spesso dislocate a seguire il percorso della memoria, l’affiorare di sentimenti rimossi, oppure semplicemente gli anni, il tempo dei ricordi ma anche quello della storia. Nel corso del film, per esempio, si chiarisce che il significato del quel titolo numerico: il 2046 è l’anno in cui Hong Kong farà parte definitivamente della Cina, l’anno mille di quella città-mondo; ma anche un numero apotropaico per il protagonista, e anche il numero della stanza d’albergo, dove si svolge l’esercizio dei sensi, e il titolo del romanzo che il giornalista, poi diventato scrittore di successo di romanzi erotici, scrive, ambientandolo in un futuro fatidico, proiettando nel suo alter-ego giapponese tutta l’innafferrabilità del discorso amoroso, che è sempre perso e perduto, perché asincrono, e quindi fonte di rimorsi e di lacrime. Quelle lacrime che il giornalista nasconde dietro il cinismo e che le sue donne, sempre bellissime, sensuali, questuanti invece lasciano liberamente scorrere su diafane gote.
Nessuno regista mai è riuscito come Wong Kar Wai a descrivere l’impossibilità dell’amore, con un carica erotica così intensa e straziante, con le sue figure femminili di folgorante icasticità, e un personaggio maschile di plastica malleabile, sia nel precedente che in questo film. E tutto questo servendosi di uno stile personale, inconfondibile, in cui si ritrova casomai la lezione del grande Ozu, nell’impiego di certe inquadrature fisse, nell’uso della colonna sonora (anche qui, bellissima: ancora Nat King Cole + Bellini + Siboney + uno struggente motivo conduttore); uno stile che sa raccontare per immagini, per sequenze, il piacere e il sentimento dell’amore, ma soprattutto i suoi rovesci: lo sfinimento, l’appagamento, l’assenza, l’incomprensione, la morte. (piero gelli)

Le tentazioni della luna

Complessa pellicola epica, ambientata nella Shanghai e dintorni degli anni Venti, sulla lunga e complicata relazione tra un ragazzo e una ragazza cresciuti insieme in un palazzo avito, e sul loro ritrovarsi da adulti dopo che il primo è diventato un uomo da marciapiede. Oppio, ricatto, incesto sottinteso: tutto ciò che ci si aspetta, ma c’è così poca coesione che il distributore statunitense ha dovuto apporre all’inizio del film qualcosa di simile a un tabellone dei punti per una partita di baseball per far capire al pubblico cosa stesse succedendo.

La città proibita

La città proibita per antonomasia è, a Pechino, il quadrilatero imperiale, con sullo sfondo il palazzo dei Ming: là Bertolucci nel 1987 diresse L’ultimo imperatore e lì Zubin Mehta con l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino portò la Turandot di Puccini, nel 1998. Non è uno sfoggio di cultura, tanto è vero che regista della suddetta opera fu Zhang Yimou, allora indimenticabile autore soprattutto di Sorgo rosso (1987) e di Lanterne rosse (1991), mentre questo suo ultimo film La città proibita, con il suo sfarzo coloristico e costumistico fa pensare a sintonie melodrammatiche, dove si intruducono liberamente crudeltà euripidee con nequizie shakespeariane, l’opera di Pechino e un pizzico di Kurosawa.
Proviamo ad accennare alla trama: c’era una volta un imperatore, un’imperatrice e tre figli discendenti, il primo dei quali nato da una prima moglie, poi morta e sempre rimpianta. Dentro un rituale implacabile, che scandisce le giornate regali (ogni volta che le altezze si muovono vengono preceduti da cortigiani e il nome loro annunciato a voce alta) si precisa immantinente il conflitto, atrocissimo: l’imperatrice ama il figliastro e, contrariamente alla Fedra di Racine, l’atto viene compiuto, anche se il primogenito ora vorrebbe non averlo mai fatto. L’imperatore, al corrente di tutto, fa avvelenare a poco a poco la consorte costringendola a bere quotidianamente una pozione medica cui è stato aggiunto un fungo nero, che porta alla demenza e poi alla morte. Ma la prima moglie dell’imperatore, che non è morta, viene allontanata dalla corte per ragioni dinastiche e fatta sposare al medico di corte, avvertendo anche la seconda che il marito cerca di ucciderla. E quest’ultima avverte il secondogenito e suo primo vero figlio che il padre, giorno dopo giorno, l’avvelena un po’, facendo scatenare una guerra che è insieme di vendetta e di successione.
Non dirò come va a finire; certamente in una carneficina sanguinosamente vivace e spettacolare, con i soliti guerrieri che volano e scimitarrano teste come fossero polli. A livello domestico invece, il primogenito, da vero iellato, dopo la matrigna si innamora della figlia del medico imperiale, che altro non è che sua sorella; quindi in poco tempo, prima di tentare di suicidarsi e poi essere ucciso, pratica due incesti: uno leggero, perché la madre è solo matrigna, il secondo invece è proprio grave, perché nell’antichità greca e anche cinese, il non sapere non esclude la colpa.
Insomma, gli ingredienti per il divertimento e la meraviglia ci sono tutti, dalla prima parte sontuosamente ieratica e cerimoniale, alla seconda che vira in chiave di tragedia western alla Kurosawa, ma con troppo cartoon e giochetti computeristici. Così, nonostante la bravura degli interpreti e l’abilità tecnica (o forse proprio per quella), il manierismo di Zhang Yimou si accentua di film in film, facendo rimpiangere lo stupore che si provò ai suoi esordi. Nel film piangono tutti, l’imperatrice e l’imperatore e i tre figli a turno. Ma è un pianto che non passa, come il lamento di Turandot, e lo spettatore rimane insensibile come un’acciuga, tutt’al più un po’ annoiato di tutti quei cadaveri e di tutti quei crisantemi. (piero gelli)