Natale a Miami

Giorgio, abbandonato e tradito da sua moglie Daniela, parte con l’amico Mario alla volta di Miami in Florida. Dopo poco scopre che è proprio l’amico ad essere l’amante della moglie. Per vendicarsi cede alle lusinghe di Stella, la giovane figlia di Mario, da sempre invaghita di lui.

La stanza del figlio

Giovanni, civile e vitale, fa lo psicanalista; Paola, dolce e bella quarantenne, ha una piccola casa editrice; i figli Andrea e Irene vanno al liceo e fanno sport: una bella famiglia. Quando, preceduta da una serie di presagi, nella loro vita irrompe la tragedia con la morte di Andrea in un incidente subacqueo, tutto va in pezzi. Paralizzati dall’enormità del dolore, i tre si richiudono in se stessi: Irene reagisce in modo abnorme sul campo da basket, Paola non riesce a controllarsi al telefono, mentre Giovanni – ormai incapace di un rapporto equilibrato con i pazienti – decide di abbandonare la pratica analitica. Finché arriva Arianna, fidanzatina di Andrea. Un breve viaggio nella notte, l’alba davanti a un altro mare: forse la vita può ricominciare.

È un film spiazzante, quello che ci consegna Nanni Moretti dopo una lunga attesa. E – lo diciamo subito – si tratta di un buon film. Moretti abbandona finalmente i panni del saccente critico sociale e si concentra su qualcosa che gli sta molto a cuore. Nella sua discesa nell’ottusa profondità del dolore toglie quasi tutto l’inessenziale e lavora sui personaggi, che acquisiscono uno spessore finora sconosciuto all’elementare cinema del regista romano. Soli di fronte alla perdita, muti, incapaci di trovare consolazione nella religione o nella scienza, i protagonisti del film soffrono. Immobili, si concedono allo spettatore, che non può evitare di partecipare al loro strazio. Non c’è però confusione: lo sguardo di Moretti rimane quello del moralista, discosto dal mondo che mette in scena. Forse per la prima volta, però, utilizza la giusta distanza analitica per parlare di sé. Delle proprie insufficienze di padre e soprattutto di uomo. È la chiave d’accesso giusta per l’universale, cui il film apertamente aspira e che a tratti consegue.

Una generosità (verso i personaggi prima che verso lo spettatore) nuova e promettente garantisce al film una buona tenuta emotiva: la prima mezz’ora è ottima, e se poi il film rallenta visibilmente la colpa è del Moretti attore, statico e ingombrante. Ed è esattamente questo, oggi, il vero limite del cinema morettiano. Il regista sa di poter contare su un attore dalla gamma espressiva limitata e si sforza di sviluppare passo passo il percorso del personaggio. Ne risultano un eccesso di didascalismo (ogni pensiero ha la sua espressione, ogni sospetto la sua enunciazione, ogni sentimento la sua smorfia) e una certa rigidità narrativa. È sempre stato così, ma se la struttura a blocchi era in fondo funzionale alle strisce unidimensionali del passato, ora – alle prese con una storia più complessa e di fronte ad attori così bravi (tranne Accorsi, come al solito modestissimo) – se ne percepisce tutta l’inadeguatezza. In attesa che Moretti si decida ad affidare a un vero attore le sorti del suo alter ego (e ad articolare maggiormente le scelte musicali: lo stesso pezzo di Brian Eno ripetuto due volte è veramente troppo), questo è il massimo che può raggiungere.
La stanza del figlio
ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes, edizione 2001, come miglior film.
(luca mosso)

Che ne sarà di noi

Matteo, Paolo e Manuel sono giovani, carini e hanno appena fatto la Maturità. Il problema di cosa fare nella vita li sfiora appena e la scelta tra università e lavoro appare molto lontana. Prima bisogna decidere cosa fare durante l’estate tanto attesa. Alla fine i tre decidono di partire per la Grecia, meta delle vacanze di Carmen, la ragazza di cui Matteo è innamorato. A Santorini si avvicineranno, ma solo un po’, all’età adulta, in una sorta di viaggio iniziatico senza prove troppo difficili da superare.
Reduce dai flop artistici e commerciali de Il mio West (1998) e Streghe verso Nord (2001), Giovanni Veronesi si riscatta con una commedia dolceamara sulla generazione dei ventenni prossimi futuri. Silvio Muccino, all’opera anche nelle vesti di sceneggiatore, conferma le buone qualità già mostrate ne Il cartaio di Dario Argento, ben affiancato da Giuseppe Sanfelice (il «figlio» di Nanni Moretti) e dalla rivelazione Elio Germano. Accanto a loro la sempre più affascinante Violante Placido, che non sarà una grande attrice ma è perfetta nel ruolo della sirena che incanta il diciannovenne Matteo. Non tutto funziona alla perfezione, a cominciare dall’idea, un po’ scontata, di ambientare in Grecia la vacanza dei tre ragazzi. I teenager però si riconosceranno nelle abitudini dei protagonisti e chi ha qualche anno di più potrà guardare con occhio diverso i ventenni di sua conoscenza. Un onesto film d’evasione con qualche buono spunto per riflettere, proprio come una vacanza ben riuscita. (maurizio zoja)