Non stuzzicate la zanzara

L’irrequieta Rita scappa dal collegio assieme a Paolo, un giovane professore che insegna nello stesso istituto, per partecipare a una competizione canora. Ma il padre della ragazza è decisamente contrario. Sequel di Rita la zanzara, altrettanto sciocco e mediocre. Nel ’72, dopo un intervallo di cinque anni, la Wertmüller tornò dietro la macchina da presa per dirigere Giannini nel suo primo, grande successo: Mimì metallurgico. (andrea tagliacozzo)

Buonanotte… avvocato

Alberto, un giovane avvocato, approfitta dell’assenza della moglie per darsi alla bella vita. Mentre sta per andare a un appuntamento galante, una giovane ed elegante signora, inseguita dal marito geloso, s’introduce nel suo appartamento. Un film mediocre ampiamente salvato dall’esilarante interpretazione di Sordi, all’epoca al massimo della forma. Nel ’55, l’Albertone nazionale si sottopose a un vero e proprio tour de force girando sei film uno dietro all’altro (proprio come aveva fatto Totò l’anno precedente). Remake de
L’avventuriera del piano di sopra
, di Raffaello Matarazzo.
(andrea tagliacozzo)

Senza pietà

Primo di tre film consecutivi che Carla Del Poggio girerà con Lattuada tra il ’48 e il ’50. Dopo aver lasciato i genitori, la giovane e sprovveduta Angela va a Livorno in cerca del fratello. Arrestata alla stazione per non avere pagato il biglietto del treno, la ragazza riesce fortunosamente a fuggire e s’imbatte in Jerry, sergente nero dell’esercito americano. Un film cupo e pessimista, diretto con eleganza ma anche crudo realismo dal regista. Scritto, tra gli altri, da Federico Fellini. La colonna sonora porta la firma di Nino Rota.
(andrea tagliacozzo)

Giulietta degli spiriti

Non molti, all’epoca, colsero la assoluta centralità che in
Otto e mezzo
aveva il personaggio della moglie del protagonista, interpretata da Anouk Aimée. Un personaggio sfumato e non superficiale, una versione autoironica delle eroine dell’incomunicabilità di Antonioni. Da questo punto di vista, il successivo
Giulietta degli spiriti
può quasi sembrare quello che gli americani chiamano spin-off, un film che prende un personaggio secondario del film precedente e lo espande a protagonista. La scelta del punto di vista femminile già allora non parve convincente fino in fondo, eppure
Giulietta
è un film che migliora col tempo. Sarà perché è la prima volta che Fellini fa esplodere l’immaginario cattolico in direzione quasi horror (ci tornerà più volte, da
Toby Dammit
a
Roma
), tanto che in quegli anni il regista riminese ci pare più parente di Bava che di Antonioni; sarà perché il suo cinema non era mai stato così lussureggiante (
Giulietta
è uno dei suoi lavori più arditi sul colore). Rimane un film non risolto, sgradevolissimo, sincero e ossessivo.
(emiliano morreale)

Ginger e Fred

Due ballerini, Pippo Botticella e Amelia Bonetti, quarant’anni prima divi dell’avanspettacolo con il nome d’arte «Ginger e Fred», vengono riuniti in occasione di uno show televisivo. I due, ormai anziani, stentano perfino a riconoscersi. Paradossalmente, il film, che dovrebbe essere una satira della Tv, utilizza un linguaggio e un tipo d’inquadrature di stampo televisivo. Un opera comunque non all’altezza degli altri lavori del regista riminese. Franco Fabrizi aveva già lavorato con Fellini nel ’53 in
I vitelloni
.
(andrea tagliacozzo)

Il bidone

Vita squallida di un bidonista di professione, che vorrebbe cambiar vita ma farà una fine tragica. Uno dei Fellini meno riconciliati, meno «istituzionalizzati». E uno dei più amari, dei più melodrammatici: non meno cattolico del precedente
La strada
e del successivo
Le notti di Cabiria
, ma più cattivo nel suo agghiacciante finale: anzi, quasi un doppio atroce delle storie dei mille simpatici truffatori italiani alla Albertone o alla Gassman. È forse il primo film pienamente tragico di Fellini, dopo la commedia malinconica degli esordi e la poesia chapliniana di Zampanò e Gelsomina. Il tragico vi abita curiosamente puro, senza il grottesco, l’orrido o il barocco dei film successivi; e così puro lo ritroveremo di rado in Fellini (ad esempio nel suicidio collettivo de
La dolce vita
, comunque osservato dall’occhio distante di Marcello). Forse per questo Il bidone è un film negletto, quasi maledetto. E forse per questo (oltre che per la gigantesca interpretazione di Broderick Crawford) fece innamorare di Fellini il giovanissimo critico François Truffaut.
(emiliano morreale)