Otto e mezzo

Un regista in crisi, diviso tra la moglie e l’amante, va alle terme, ma anziché l’ispirazione arrivano angosce e incubi. Eppure il film deve partire. Prototipo del moderno «cinema sul cinema», che in consonanza con la francese «politica degli autori» mette al centro il regista (mentre fino ad allora le angosce del cinema erano state soprattutto quelle dei divi, tipo
È nata una stella
). Copiato e ricopiato mille volte, è invecchiato benissimo: un capolavoro di libertà di costruzione, un’abbagliante visione da incubo sottolineata dal bianco e nero di Gianni Di Venanzo. Gli spazi, i terrains vagues del sottofinale circense sono «fratelli nel dolore» delle spianate di Pasolini (quanti cantieri, nel cinema italiano di quegli anni!). Alla distanza, Fellini ha surclassato Antonioni: con i suoi clown e le sue Barbara Steele, era molto più vicino all’anima stessa del cinema, e lo stupendo personaggio della moglie Anouk Aimée contiene tutte le donne dell’incomunicabilità antonioniana, con in più l’autoironia.
(emiliano morreale)

Totò al giro d’Italia

Il professor Totò, giudice in un concorso di bellezza, s’innamora di una concorrente e la chiede in moglie. La ragazza finge di accettare, ma pone una condizione al proprio consenso: lo sposerà solo se vincerà il giro d’Italia. Totò, incontenibile come al solito, stavolta si ritrova al suo fianco due spalle d’eccezione: Coppi e Bartali. Una pellicola prevedibile e senza troppe pretese, ma ricca di spunti divertenti, anche grazie all’apporto in fase di sceneggiatura di Vittorio Metz e Marcello Marchesi. Il film fu girato con un Totò a disagio negli esterni e a pedalare (spesso è sostituito dalla controfigura Dino Valdi) mentre i corridori preparavano effettivamente il giro di Lombardia dell’anno seguente. È il primo film in cui il nome di Totò compare nel titolo.
(andrea tagliacozzo)