Dopo mezzanotte

Martino
(Giorgio Pasotti),
lo stralunato guardiano del Museo del cinema di Torino, che ha sede nella pancia della Mole, vive una segreta passione per la cameriera del vicino fast food. Lei
(Francesca Inaudi),
è la fidanzata ufficiale (ma non esclusiva) dell’Angelo
(Fabio Troiano),
uno «zarro» del quartiere periferico della Falchera, specializzato in furti d’auto. Amanda, questo il nome della ragazza, vorrebbe cambiare vita ma non sa decidersi. Una sera, dopo aver scaricato sugli attributi del capo una pentola di olio bollente in seguito all’ennesimo litigio, scappa per paura di essere arrestata e finisce per nascondersi proprio nel museo, dove un imbambolato Martino vede così improvvisamente collimare il mondo fantastico nel quale si rifugia durante le sue lunghe notti al museo con un’insperata realtà. Ma l’Angelo non è mica lì per fare ballare la scimmia…

Divertito. Davide Ferrario torna dopo un quadriennio al lungometraggio e si vede ne che aveva proprio voglia. Nel ’99 aveva puntato la macchina da presa sul mondo del porno con
Guardami,
mancando però il bersaglio. Poi c’erano stati i documentari su Pasolini, il G8 di Genova, la Bosnia e la collaborazione con l’attore Marco Paolini. Questo
Dopo mezzanotte
non è che una commedia leggera leggera dove l’amore trionfa. L’amore tra le persone ma anche per il cinema, e per Buster Keaton in particolare. Ci sono tuttavia molti spunti che ne fanno un prodotto interessante. Il luogo in cui è stato girato, intanto: la Mole Antonelliana, il cui eclettismo architettonico sembra nato per ospitare il museo nazionale del cinema (e infatti lo ospita). Il fatto che il film sia stato girato con l’ausilio della tecnologia digitale ad alta risoluzione (il che ha consentito riprese con scarsissima luce ma, a nostro avviso, ha «sfondato» le alte luci degli esterni, rendendo Torino ancor più «anemica» di quanto – e non è poco – non sia davvero). Il cast infine: un triangolo equilatero con Pasotti, tontolone e acrobatico, che nelle sua goffaggine dimostra di aver visto davvero i film di Buster Keaton e i due giovani Inaudi e Troiano, più convincente la prima del secondo, che reggono bene il registro visionario e leggero voluto dal regista (anche sceneggiatore e produttore).
Silvio Orlando
è il narratore fuori campo. Se l’obiettivo era quello di far narrare una storia tutta torinese a un partenopeo che c’entra come una pastiera al sapore di gianduiotto, beh, allora l’obiettivo è stato centrato.

Una commedia leggera, dicevamo, dove Ferrario recupera felicemente alcuni degli elementi che avevano caratterizzato i suoi lavori meglio riusciti,
Tutti giù per terra
e
Figli di Annibale:
soprattutto lo sguardo disincantato ma visionario al contempo, con un occhio alla critica sociale e di costume ma senza appesantimenti moralistici. Da un soggetto promettente come questo
Dopo mezzanotte
ci saremmo però attesi un’opera più corale e con un affresco sociale più definito. Divertito (e basta).

(enzo fragassi)

Le rose del deserto

Un episodio della guerra di Libia che il novantunenne Monicelli racconta con la baldanza di un giovane cineasta, alternando differenti registri, dal comico al drammatico. Un plotone sanitario dell’esercito italiano di stanza a Sorman, in pieno deserto, se la passa abbastanza bene, nel 1940. La guerra sembra favorire l’avanzata delle truppe italo-tedesche verso l’Egitto e nel campo regna un bel clima cameratesco. Un cappellano italiano (Placido) richiama l’attenzione dei militari sulle pessime condizioni di vita della popolazione locale, trasformando così l’occupazione militare in azione umanitaria. Ma la alterne vicende della guerra cambieranno di molto l