Poliziotto speciale

Baldwin è fuori parte nel ruolo di Bo Dietl, rinnegato detective del dipartimento di polizia di New York degli anni Ottanta, che in questo ritrito resoconto iper-drammatizzato delle sue eroiche imprese — basato sul suo “romanzo autobiografico” — resiste agli odiosi federali che gli stanno addosso perché tiri fuori dal buco il suo migliore amico d’infanzia, ora divenuto un boss della mafia. Violenza e turpiloquio senza fine sono l’unica differenza tra questo film e un comunissimo episodio di una serie poliziesca tv.

Driven

Jimmy Bly è un giovane e promettente pilota di macchine da corsa che rischia di bruciare la propria carriera a causa dell’inesperienza e dell’emotività. Il suo più temibile avversario è Beau Brandenburg, quasi imbattibile sul circuito, ma in crisi sentimentale con la bella Sophia, della quale Jimmy è segretamente innamorato. Per rimettere Jimmy sulla retta via, il boss della scuderia Carl Henry decide di rivolgersi a Joe Tanto, un esperto pilota caduto in disgrazia dopo un brutto incidente. Per Joe è l’occasione giusta per rientrare nel giro, oltre che l’ora del riscatto.
Driven
dovrebbe segnare l’ora del riscatto anche per Sylvester Stallone, reduce da un breve esilio dalle scene (terminato con il precedente
La vendetta di Carter
) e da alcune prove poco fortunate al botteghino (compreso l’ottimo
Cop Land
, in cui aveva dimostrato di essere ben più di una semplice icona hollywoodiana). E il film – strano a dirsi visto la sua natura di blockbuster – è uno dei più personali tra quelli interpretati da Sly, autore anche della sceneggiatura.
Driven
è un film con più anime e più temi: quello della risurrezione e del riscatto, già accennato, uno dei favoriti dell’attore dai tempi di
Rocky
; del tradimento (familiare, sentimentale e altro); della lealtà e dell’amicizia, quasi di stampo hawksiano, che lega tra loro i vari piloti, benché rivali in pista. Ogni singola virgola dello script porta quindi i segni del passato di Stallone, artistico e privato; il tutto, ovviamente, senza dimenticare la logica e le esigenze dell’entertainment. Per questo Sly ha deciso di rivolgersi a Renny Harlin, che lo aveva già diretto nel divertente
Cliffhanger
. Il risultato sono due ore di grande spettacolo a ritmo forsennato durante le quali il regista finlandese passa in rassegna ogni possibile soluzione visiva esistente (split-screen, dissolvenze, zoomate, carrellate veloci) in un stordente tourbillon di suoni, musica e immagini: quasi un Tsui Hark (il regista di
The Blade, Double Team
e
Time and Tide
) in scala ridotta (si badi bene, «ridotta» solo perché il virtuosismo visivo dell’hongkonghese è praticamente imbattibile). Così anche l’ovvio ricorso alla grafica digitale per «migliorare» le prestazioni dei protagonisti non disturba affatto e finisce per conferire al film una dimensione astratta, quasi Pop, tra il manga e i giochi della Playstation.
(andrea tagliacozzo)

Demonlover

Lo strampalato titolo non dice nulla di questo thriller sul mondo informatico in cui una spia industriale fredda e calcolatrice cerca di fare il doppio gioco durante una fusione commerciale che coinvolge siti porno e di torture. Un film teso e piuttosto leggero, decisamente eccentrico e ambiguo dal punto di vista morale, ma violenza e voyeurismo portano verso una conclusione scontata. La versione originale era di 117 minuti, mentre quella francese arrivava a 128.

Showgirls

Un film incredibilmente orribile — ma i suoi creatori giurano di averlo fatto con intenzioni serie — su una giovane e impetuosa vagabonda che in autostop arriva a Las Vegas, diventa una “lap dancer” e poi una showgirl completa, ma scopre che fare sesso e fare carriera sono inevitabilmente legati. Un po’ di erotismo soft, un po’ di melodramma stucchevole, tanti dialoghi terribilmente ridicoli. La Berkley fa subito capire il tono della sua prova in una delle prime scene quando esprime la sua furia spremendo con forza il ketchup sulle patate fritte. Scritto da Joe Eszterhas. Super 35.

Bound – Torbido inganno

Noir violento, pieno di stile e sensualità (con risvolti saffici): le protagoniste — una è la donna di un gangster, l’altra una tuttofare — hanno un piano per fuggire insieme con una valigia piena di soldi. Fra le due attrici c’è la giusta alchimia, ma è Pantoliano a rubare la scena a tutti nei panni del mafioso. Impressionante debutto per i fratelli Wachowski (anche sceneggiatori). L’autrice di libri lesbo-erotici Susie Bright appare brevemente ed è anche accreditata come “consulente tecnica” (!).

Face/Off – Due facce di un assassino

Forse l’unico incontro felice tra Hollywood e i nuovi maestri dell’action di Hong Kong. John Woo dirige una sceneggiatura immaginosa, inverosimile e avvincente di Mike Werb e Michael Colleary: un poliziotto si sostituisce a uno spietato killer mediante una chirurgia futuristica (gli viene letteralmente applicata la faccia dell’altro); ma il killer riesce a fare altrettanto. E questo è solo il filo conduttore: la storia si complica con continui colpi di scena, l’evidente dimensione di allegoria della lotta tra Bene e Male viene sostenuta da un ritmo travolgente. Qui Woo riesce davvero a trapiantare in un modello «hollywoodiano» tutto il suo mondo e il suo stile, giocando al rialzo e liberando il cinema d’azione occidentale da ogni scrupolo di bon ton. Le passioni esplodono, le sparatorie si moltiplicano, i simboli troneggiano. Una lezione per registi e cinefili occidentali. (emiliano morreale)