L’ora di religione (Il sorriso di mia madre)

Ernesto (Sergio Castellitto) è un pittore, illustratore di favole per bambini, separato dalla moglie e padre del piccolo Leonardo. Un giorno gli comunicano che un comitato promosso dai suoi parenti vuole fare beatificare sua madre, da tre anni. Capisce che dietro tutta l’operazione ci sono solo motivi venali e gli appare tutto una buffonata. Contemporaneamente conosce la maestra di religione di suo figlio e se ne innamora. Il suo essere libero e ateo contrasta con il processo di beatificazione, ma questo è il pretesto per ripensare alla madre e rielaborare il passato. Vive nel dubbio e non sa se fare il gioco dei fratelli, della zia e della moglie, oppure continuare a vivere senza violare i suoi valori e principi. Un film con derive surreali, incontri decontestualizzati, immagini e situazioni quasi felliniane, dialoghi che sfiorano il grottesco. Bellocchio ritorna sul grande schermo dopo La balia (1999) e lo fa con un film non di facilissima lettura, sostenuto però dal cast di attori tutto di grande livello. Castellitto tiene il personaggio molto bene, anche se ogni tanto irrita per la sua cieca integrità, appena sfiorata dal dubbio. La mano sapiente del regista si nota e l’aiuto di un montaggio e di una fotografia, che rendono Roma a tratti mistica, non è certo indifferente. (andrea amato)

Ferie d’agosto

Lotta di classe rivisitata a Ventotene: da una parte un gruppo di amici intellettuali, capitanati da Silvio Orlando, dall’altra due famiglie vocianti e dalle abitudini più popolari. Lo scontro sarà inevitabile e Virzì, grazie anche a degli attori in grande forma, ritrae uno spaccato del nostro paese giocando sul contrasto di questi due mondi che, sembra dire, sono molto meno lontani di quanto si creda.

Quo vadis, baby?

Dopo aver visto
Quo vadis, baby
? La domanda che sorge immediata è che cosa abbia spinto il regista, con la sua cifra «salvatorista» così immediatamente identificabile, a girare un film così poco Salvatores. Non è una domanda retorica o inutile o sciocca, bensì un’interrogativo che svela una sorpresa: Salvatores sa uscire da se stesso e dai suoi temi, sa girare un film duro, serrato, senza sole, senza campi lunghi, senza pause; un film aspro, espressionista, dai toni sgradevoli, antinaturalisti. Un film dunque molto interessante; ma non per questo del tutto convincente.
 
Dunque: Giorgia Cantini (un’efficace Angela Baraldi) conduce col padre, chiamato il capitano, una società di investigazione privata; un lavoro ingrato che la porta spesso in situazioni limite, a contatti sgradevoli: i clienti, che la pagano per aver certezza sui loro sospetti, spesso non gradiscono la verità. Un giorno riceve da Roma una serie di cassette Vhs; appartengono alla sorella minore Ada (Claudia Zanella) che, andatasene sedici anni prima per fare l’attrice, si era poi suicidata, dopo il fallimento professionale e l’incontro con la droga. In queste cassette Ada si riprende e si confessa in un continuo provocatorio outing, dedicato non tanto alla sorella maggiore quanto forse al padre (un bravissimo Luigi Maria Burruano).
 
Naturalmente la visione di questo materiale è traumatica per Giorgia, per il ridestarsi di un passato malamente accantonato, per l’emergere di inquietanti segni e misteri su cui lei indagherà. Non conviene andare oltre per non svelare i colpi di scena che si susseguono come conviene a un thriller che si rispetti; anche se per la debolezza della sceneggiatura ricavata da un presumibilmente debole romanzo, le rivelazioni sopraggiungono scontate e già intuite.
 
La forza del film è in una scenografia coatta, congestionata, acrilica, violenta, fortemente simbolica; nel sapiente incrociarsi dei vari piani, quello del presente, quello del passato recuperato tramite le cassette, e infine l’altro passato – dell’infanzia delle due sorelline, macchiata da una terribile tragedia – che emerge per bagliori di memoria, per rapidi flash del rimosso. 
 

Salvatores ci immerge in una Bologna sempre semideserta, cupa, asfittica, sempre sotto la pioggia; chiude la sua protagonista in accesi primi piani, mentre lei beve o fuma in continuazione, accendendosi la sigaretta con un congegno a benzina che usava negli anni Cinquanta. In verità, la pioggia, la birra, l’accendino arcaico, i luoghi deputati dell’investigatrice, come la baracca dove lei va a prendere panini indigesti, sono tutti manierismi manierati per creare il personaggio topico, sono la rivelazione di una scarsa ispirazione, basata su modelli letterati secondari. 
 Un esempio: una delle cassette contiene la registrazione de
Il mostro di Dusseldorf
di Fritz Lang. Giorgia che non va mai al cinema, che ha visto soltanto
Biancaneve
di Disney, lo guarda tutto con attenzione. Lo spettatore avvertito sa che quando un regista cita un film celebre, mette in campo quella che oggi si definisce intertestualità, con la figura retorica dell’allusione e dell’emulazione. Ma in questo contesto, Lang è una citazione fuori luogo, che non rinvia a niente, una citazione gratuita. Come altrettanto gratuita è l’altra citazione, che dà il titolo al film, da
U
ltimo tango a Parigi
.
 
Dal punto di vista della logica narrativa, invece, il finale nasconde un clamoroso errore (che naturalmente non è bene citare, per non svelare il plot). Un film, in ultima analisi, lastricato di buone idee cinematografiche e rovinato sia da un soggetto (quello di Grazia Verasani) pieno di luoghi comuni, sia dalla fallace sceneggiatura ricavatane.
(piero gelli)

La cura del gorilla

Sin da bambino Sandrone (Claudio Bisio), detto il Gorilla, è affetto da una forma particolare di schizofrenia. Di giorno è loquace, educato, ironico e disponibile; di notte bruto, violento, spietato e freddo. La malattia gli impedisce di dormire e la sua doppia personalità lo costringe a vivere una vita ai margini della società. Di mestiere fa l’investigatore privato, ma durante una missione viene quasi ammazzato da un pericoloso serial-killer. Decide di iniziare una nuova vita per reprimere l’irrompere brutale del suo alter ego. Ma i guai non sono finiti e per caso l’uomo si imbatte in una bellissima ragazza, Vera (Stefania Rocca), fidanzata con un albanese che di lì a poco viene ucciso. La passione per Vera lo induce ad aiutarla a trovare l’assassino del suo fidanzato, scoprendo così una rete di sfruttatori della prostituzione.
Diretto dal regista esordiente Carlo A.Sigon, che fino ad ora si è occupato unicamente di pubblicità e cortometraggi, il film è ispirato all’omonimo romanzo noir di Sandrone Dazieri. Grazie alla sua simpatia e alla sua ironia, Claudico Bisio riesce a gestire entrambi i volti del protagonista con autenticità. Accanto alla Bestia c’è la Bella, Stefania Rocca, un’assistente sociale molto agguerrita che vive con un gruppo di albanesi ed è fidanzata con uno di loro, interpretato da Kleidi Kadiu, quello che fa volteggiare la signora Costanzo, che forse per la prima volta ha scoperto un volto interessante all’interno del suo harem mediatico. Nel film è un ragazzo coraggioso che lotta contro il giro di prostituzione nel quale si è trovata coinvolta sua sorella al momento dello sbarco in Italia. Lui morirà ma la sua lotta verrà tenuta viva dall’impavida Stefania Rocca.
La trama è ben strutturata e piuttosto avvincente e non mancano i momenti d’ironia, grazie soprattutto a Ernest Borgnine, attore americano rigettato dal crudele circuito hollywoodiano dopo alcuni problemi con l’alcool, e Antonio Catania, fantastico nei panni di Giò Pesce in parrucchino color mogano e vestiti retrò anni Sessanta, con macchina da 50mila euro ma una roulotte come casa. Completo e suggestivo anche il personaggio di Bebo Storti: un hacker leoncavallino che si fuma uno spinello dietro l’altro.
Vi sono anche riferimenti mirati alle problematiche italiane: l’immigrazione clandestina, i giri di prostituzione che da essa nascono, i traffici di cocaina legati alla malavita e il dibattito sulle droghe leggere. In questa nuova era di dittatura mediatica e di ritorno al proibizionismo un film semplice, divertente, fatto bene e con attori di valore va segnalato. Siamo molto lontani dai polizieschi all’americana, ma sicuramente più vicini alla realtà del nostro Paese. (aurelie callegari)