Così ridevano

Sul finire degli anni Cinquanta due fratelli emigrano dalla Sicilia a Torino: il maggiore, Giovanni è analfabeta e fa di tutto per mantenere Pietro agli studi magistrali, convinto che il riscatto sociale passi attraverso la cultura. Ma la delusione arriverà per entrambi.

Un “poema” personale e interiore sull’immigrazione italiana come perdita dell’innocenza di un’intera nazione, articolato nell’arco di sei anno (dal 1958 al 1964) e suddiviso in altrettanti capitoli. Sceneggiato dal regista, è un grande mélo disperato e asciutto, più astratto che realistico, che scava nella memoria senza nostalgia e nei rapporti familiari con spietata tenerezza. Leone d’Oro a Venezia ’98, il titolo allude a una rubrica umoristica della ‘Domenica del Corriere’ di quegli anni.

La stella che non c’è

Vincenzo Buonavolontà ha lavorato per una vita alla manutenzione di un impianto siderurgico. Quando la struttura chiude i battenti, Vincenzo viene incaricato della vendita di tutti i componenti della struttura a una società cinese sconosciuta. Si rende conto, però, che uno dei macchinari è difettoso: per rimediare, decide di intraprendere un lungo viaggio in Cina per portare un pezzo di ricambio. Giunto a destinazione incontra la giovane studentessa, Liu Hua, che gli farà da interprete nel suo itinerario alla ricerca dell’altoforno.

Amelio dirige il suo film meno “realistico”, concretissimo nello sguardo che rivolge a una Cina lontana da ogni folclore ma dichiaratamente metaforico nel costruire un percorso di formazione al contrario. Partito dall’Italia con la certezza del proprio sapere operaio, il protagonista si ritrova alla fine come schiacciato da un silenzio impossibile, seduto su un binario che non si sa dove possa portare. Secondo un percorso tanto esplicito quanto programmatico, e fin troppo didascalico, che finisce per appesantire la parabola morale del film.

Porte aperte

Eccitante dramma su un magistrato (Volonté) che presiede un processo per omicidio nell’Italia fascista. Uno sguardo accorto sulle implicazioni personali del giudicare gli altri, su ciò che significa condannare a morte un imputato anche se è chiaramente colpevole. Il film si focalizza anche sul bisogno di indagare in nome della verità e della giustizia, nonostante la repressione politica. Ha vinto il David di Donatello, l’Oscar europeo e la candidatura a quello hollywoodiano.

Le chiavi di casa

Per una serie di occasioni collegate alla manifestazione veneziana, una pioggia di osanna ha salutato il film di Amelio.
Ancor prima di averlo visto, al Lido, si mormorava con asseveratezza che era bello. E come poteva non esserlo: il romanzo di Pontiggia da cui derivava, Nati due volte, lo è; il tema, quello del rapporto tra un padre e un figlio con handicap, importante e lancinante; il regista, di quelli che non deludono mai sull’impegno e sul rigore. Ora, non intendo fare il bastian contrario, né asserire che l’appuntamento è mancato, ma solo sottolineare quanto l’uggioso coro degli assensi, e politici e critici, generi una sorta di fastidio che riverbera negativamente sul film, per quel troppo che è stato detto e soprattutto predetto.
Il quale film a me sostanzialmente è piaciuto, per l’asprezza e l’asciuttezza con cui Amelio tratta un argomento che nel cinema di solito genera lacrimose consolazioni (basta pensare a quell’ Ottavo giorno che qualche anno fa fu premiato a Cannes).
Qui ogni antefatto è eliminato o ridotto al minimo, ogni snodo narrativo è essenzializzato al massimo; per concentrare l’attenzione unicamente sul rapporto padre/figlio, il regista sceglie di ambientare il film a Berlino e nessuno dei due parla il più spiccio basic tedesco. Unica voce a interloquire, e a illuminare la coscienza dello sprovveduto genitore protagonista (e di noi spettatori) è quella della madre di una ragazza afflitta da una ben più grave disabilità. La madre, una stupenda Charlotte Rampling, consiglia al giovane padre di leggere il libro di Pontiggia, «perchè ci riguarda» gli dice. Ed è l’unico riferimento diretto al romanzo in questione, mentre la promozione Rai aveva accreditato e contrabbandato una trasposizione più o meno fedele.
Di fedele invece c’è solo spirito, e l’esplicazione di quell’intuizione che il bellissimo emozionante racconto di Pontiggia evidenzia fin dal titolo; e che il film invece in qualche modo banalizza – nel film la giovane madre muore mettendo al mondo il figlio e il padre per oltre quindici anni non vuole neanche vederlo e si rifà un’altra moglie e un altro figlio; beh! siamo ben lontani dal libro! Senza indulgere in facili effetti patetici, con grande linarità e concentrazione, Amelio segue l’evolversi di un dialogo difficile, con crescente tensione, affidando il ruolo coreutico (che commenta e spiega) alla madre francese interpretata dalla Rampling, e alterna scene di angosciosa drammaticità ad altre ricche di tenerezza e perfino di comicità.
Il merito qui è dell’adolescente protagonista, Andrea Rossi, che sa rendere perfettamente luci e ombre di una mente oscura e lontana ed è merito anche del bravissimo Kim Rossi Stuart, quasi soffocato dall’imbarazzo e dal senso di colpa, disperato e goffo nei suoi tentativi di instaurare un rapporto col ragazzo; rapporto difficile, forse impossibile, che il regista chiude ambiguamente col pianto dirotto del padre, consolato dal figlio, come un trapasso di maturità. Grande scena, come tante altre. Eppure, eppure, qualcosa, nel film, non funziona, non convince, non coinvolge. Il film ha qualcosa di troppo dimostrativo, di troppo didattico, di troppo freddamente ragionato, vi manca quel tocco di trasgressività poetica che c’era invece ne Il ladro di bambini e ne Il piccolo Archimede. (piero gelli)

Lamerica

Dramma toccante e amaro ambientato nell’Albania post-comunista, che racconta la fatalità che lega un giovane e arrogante capitalista italiano (Lo Verso) e un prigioniero politico appena liberato, che il primo tenta di sfruttare. Un resoconto politicamente acuto di come gli oppressi passino da una forma di sfruttamento all’altra a ogni cambio di regime. Amelio coglie con efficacia cosa vuol dire sentirsi un profugo povero e impotente.

Il ladro di bambini

A Milano, dopo l’arresto della madre, l’undicenne Rosetta e il fratellino Luciano, siciliani, vengono affidati al carabiniere Antonio. Il giovane, assieme a un collega, ha il compito di accompagnare i ragazzi in un istituto per minori. Durante il viaggio, che prende una piega imprevista, il sensibile Antonio riesce a vincere la diffidenza dei due bambini. Un inedito viaggio attraverso l’Italia dei nostri giorni, toccante e realistico, solo rarmente didascalico (al contrario del successivo Lamerica ). Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 1992. (andrea tagliacozzo)