Romanzo criminale

Romanzo criminale

mame cinema ROMANZO CRIMINALE - STASERA IN TV scena
Il Libanese, il Freddo e il Dandi

Diretto da Michele Placido, Romanzo criminale (2005) è ambientato a Roma negli anni ’70. Quattro ragazzini rubano un’auto e a un posto di blocco investono un agente. Riescono comunque a scappare e a nascondersi nel loro rifugio, una roulotte vicino alla spiaggia. Quella notte decidono i loro soprannomi: si chiameranno il Libaneseil Dandiil Freddo e il Grana. Poco dopo arriva la polizia: Libano rimane ferito ad una gamba, Freddo viene fermato, Dandi scappa e Andrea, vero nome del Grana, muore per le ferite riportate durante la corsa con l’auto rubata.

Anni dopo, il Libanese (Pierfrancesco Favino), il Dandi (Claudio Santamaria) e il Freddo (Kim Rossi Stuart), insieme ad altri delinquenti, danno vita alla banda della Magliana, conquistando la capitale. Diventano infatti i padroni assoluti del traffico di droga, della prostituzione e del gioco d’azzardo. Ma il commissario Nicola Scialoja (Stefano Accorsi) dà loro la caccia.

Curiosità

  • La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo del 2002 scritto da Giancarlo De Cataldo ed edito dalla casa editrice Einaudi.
  • Il film si è aggiudicato ben otto David di Donatello 2006 e cinque Nastri d’argento.
  • Il regista Michele Placido appare brevemente nel ruolo del padre di Freddo mentre l’autore del romanzo, Giancarlo De Cataldo, interpreta il giudice che legge la sentenza di condanna per i componenti della banda.
  • In sede di montaggio è stata tagliata circa mezz’ora di girato, che verrà successivamente pubblicata nella seconda edizione del DVD del film, uscito il 7 novembre 2007. La parte tagliata comprende i discorsi di Silvio Berlusconi e i “cavalli” di Vittorio Mangano e il ritrovamento e segnalazione al SISMI di Aldo Moro.
  • Non tutti i membri della banda si conoscevano da bambini: il Libanese (nella realtà Franco Giuseppucci) era amico di Dandi (nella realtà Enrico De Pedis) e fece conoscenza con il Freddo (nella realtà Maurizio Abbatino) in seguito al furto della sua automobile.
  • Franco Giuseppucci non aveva un problema alla gamba come mostrato nella pellicola, bensì un occhio di vetro a causa di un incidente.

RECENSIONE

Tentativo coraggioso e appassionato di portare sul grande schermo Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo. Vi si racconta la storia della Banda della Magliana e, intrecciata a essa, la storia di quindici anni (fra il ’77 e il ’92) di misteri d’Italia, con i quali la potente organizzazione romana è venuta più o meno direttamente a contatto. Dal caso Moro, alla Strage di Bologna: la Banda della Magliana, un potere criminale dei più ramificati (e sottovalutati) a partire dagli anni Settanta, ha sempre saputo e visto qualcosa in più. Ma il film non si esaurisce qui. Si tratta infatti di un gangster movie teso e potente. Che racconta l’ascesa di alcuni ragazzetti di periferia divenuti in breve tempo la spina dorsale di una nuova, onnipresente organizzazione criminale.

Un kolossal all’italiana: cast ricco di nomi famosi, risorse imponenti, durata ampia. Alla Cattleya si sono associate l’inglese Crime Novel Films, la francese Babe e soprattutto la Warner Bros. Il risultato si vede nella cesellatura di scene come quella dell’esplosione della bomba a Bologna ma anche nell’aggregazione di un cast imponente, dalle figure principali a quelle dei comprimari.

Ed è proprio sugli attori che un decano del set come Placido compie il lavoro migliore. Tutti i protagonisti sono decisamente in parte e mettono in mostra una complicità che dal set deve essersi trasferita alla pellicola. Belli e dannati che rievocano il gangster movie di qualche decennio fa, con grinta e le battute giuste in bocca agli attori giusti. Rossi Stuart sa cambiare espressioni per dare ragione della sua inquietudine, Favino e Santamaria sono perfettamente credibili nei loro ruoli, la Mouglalis e Accorsi sono intensi. E altrettanto si può dire di molti comprimari: dallo Zio Carlo, al Terribile, a Carenza. Il risultato è un film corale, senza primattori. Così come la Banda della Magliana non ha mai avuto capi indiscussi e durevoli.
Le atmosfere risultano in genere tese e credibili, la violenza bene misurata, le psicologie dei personaggi principali emergono al di là degli stereotipi. Ma se la sceneggiatura è di buona qualità un merito importante se lo prende De Cataldo che ha scritto un romanzo molto cinematografico, semplificando il lavoro di Placido con Rulli e Petraglia. Siamo comunque di fronte a un lavoro coinvolgente e credibile, superiore alle prove recenti del regista. In particolare per quanto riguarda le storie dei personaggi della Magliana e di coloro che gli sono ruotati intorno. Offrono invece il fianco a qualche appunto le parti in cui la storia della banda si intreccia con gli eventi storici: per quanto le ricostruzioni siano coinvolgenti, proporre delle tesi in merito è sempre un azzardo. Placido non batte strade troppo impervie e accetta comunque un rischio non da poco affrontando questi snodi narrativi: un coraggio che va premiato al di là di un risultato ideativo e tecnico comunque valido.

Romanzo Criminale è un film forte e denso. Non brilla per l’originalità dello stile, ma funziona per la sua coerenza ed efficacia. In verità il gusto spesso patinato della regia – e della produzione tutta – risulta qua e là naif o fastidioso. Ma il film mantiene un buono spessore civile e un’intensità drammatica costante. Ce n’è per tutti: per chi subisce la fascinazione dei belli e cattivi, per chi cerca storie umane al limite, per chi vuole cinema d’azione e per chi si interessa alla cronaca e alla storia del nostro paese. Di questi tempi in Italia non è poco. (stefano plateo)

Ultrà

Sulla falsariga del crudo realismo di
Mery per sempre
, una storia di disagio sociale ambientata tra la tifoseria più calda e violenta di una squadra di calcio. Dopo due anni trascorsi in carcere, Luca, indiscusso capo degli ultrà romanisti, torna ad aggregarsi ai vecchi compagni in occasione della delicata trasferta della Roma a Torino contro la Juventus. Bravi quasi tutti gli interpreti, anche se Ricky Tognazzi non riesce a scavare a fondo nel vissuto dei personaggi e il ritratto dei tifosi che ne viene fuori finisce per risultare superficiale, banale e stereotipato. E viene il dubbio che l’argomento sia stato strumentalizzato solo a fini spettacolari.
(andrea tagliacozzo)

Ex

Seguiamo le vite intrecciate di sei coppie: Filippo e Caterina stanno divorziando e lottano per “non” avere l’affidamento dei figli; anche Luca e Loredana sono alle prese con un divorzio e Luca si trasferisce a vivere nella casa “studentesca” del figlio ricominciando a 50 anni suonati una vita da Peter Pan; Sergio, divorziato da anni e gaudente per vocazione, si ritrova a fare il padre di due adolescenti complicate, dopo la morte improvvisa della sua ex moglie; Elisa sta per sposarsi con Corrado ma ritrova il suo ex storico nel posto più imprevedibile, è infatti il prete (don Lorenzo) che dovrà sposarli; Giulia vive con Marc a Parigi, ma un trasferimento imprevisto in Nuova Zelanda trasforma il loro in un amore a distanza e rischia di farli diventare ex; Paolo, fidanzato con Monique, è minacciato da Davide, ex di lei, geloso e nient’affatto rassegnato.

Io no

La prima frase pronunciata da Francesco nella sua vita è «Io no». Per lui, secondogenito di una famiglia benestante, è facile protrarre all’infinito negli anni questo suo grido di ribellione, di non appartenenza, tanto c’è sempre qualcun altro che si occupa di lui. Prima suo padre, poi suo fratello maggiore, Flavio. Anche con le donne si permette il lusso di giocare senza tenere conto dei sentimenti altrui, lasciando che la sua innamorata sposi il fratello e prendendosi la soddisfazione di appropriarsi della donna che questi ama, gettandolo nella disperazione.
Tratto da un romanzo di Lorenzo Licalzi, Io no ha la tipica partenza delle commedie alla Tognazzi/Izzo ma poi svolta bruscamente fino ad assumere forti connotazioni drammatiche, differenziandosi sia dalle precedenti opere della coppia che dalla maggior parte del cinema italiano recente, in cui il melodramma e l’elaborazione infinita del lutto compaiono assai di rado. In controtendenza rispetto al panorama cinematografico italiano, il film ricorda certi drammoni anni Quaranta-Cinquanta di Rafaello Matarazzo. Una pellicola lontana sia dalle frenesie esasperate dei personaggi e della macchina da presa di Muccino che dalle contrapposizioni ideologiche di Virzì. Gli intrecci amorosi e sessuali dei protagonisti e il ping-pong sentimentale non risparmiano nessuno, creando solo deboli barlumi di vita serena, pronti a sgretolarsi all’improvviso. Il cast è una specie di raduno familiare. Gianmarco Tognazzi, abituato a essere il fratello più piccolo, si è preso la soddisfazione di fare, per una volta, il fratello maggiore. «Pur essendo contrario all’attore-regista – dice – devo ammettere che lavorando con Ricky per la prima volta sono stato tentato dal desiderio di passare dietro la macchina da presa». Francesco Venditti (figlio di Antonello e Simona) e Myriam Catania (figlia di Rossella, la gemella di Simona), sono due innamorati pazzi con un rapporto molto intenso. E poi ci sono i bambini. Forse i protagonisti del prossimo film. «Avere dei bambini sul set è stato meraviglioso – dice Simona Izzo – per me che ho avuto la fortuna di diventare nonna ancora lucida. È una gioia di vivere che merita di essere raccontata. Per questo ho voglia di fare un film sui bambini, raccontare una storia dal loro punto di vista». (marcello moriondo)

Polvere

Due grandi amici, Domini e Giona, con caratteri completamente diversi tra loro, uno più riservato e schivo che sogna di intraprendere la carriera di regista, l’altro più esuberante che si circonda di amicizie particolari e si lascia cullare da numerosi vizi, sono accomunati dal desiderio di realizzare un documentario che parli della droga…