Erin Brockovich

Reduce da due divorzi e con tre figli a carico, Erin Brockovich è alla disperata ricerca di un lavoro. Riesce con uno stratagemma a farsi assumere da Ed Masry, il suo avvocato, che le affida mansioni minori. Quasi casualmente, Erin si imbatte in un caso insolito: scopre infatti che la potente Pacific Gas & Electric Co. ha contaminato consapevolmente le acque di un’intera comunità e ora cerca di mettere a tacere la cosa. La ragazza riesce lentamente a vincere la diffidenza degli abitanti della zona, che nel frattempo si sono gravemente ammalati, convincendoli a costituirsi parte civile nei confronti dell’azienda. Uno dei film migliori del largamente sopravvalutato Steven Soderbergh (il cui unico capolavoro, a tutt’oggi, rimane il poco visto
King of the Hill
). Dopo essere stato per lungo tempo ignorato, il regista, inspiegabilmente tornato nelle grazie della critica Usa nel ‘98 con
Out of Sight
(pretenzioso adattamento di un romanzo di Elmore Leonard: sarebbe bastato paragonarlo al
Jackie Brown
di Tarantino, anch’esso tratto da Leonard, per capire da che parte sta il vero talento), sembra essersi riciclato abilmente nei panni dell’affidabile professionista hollywoodiano, senza tuttavia rinunciare – almeno formalmente – alle sue ambizioni d’autore (come dimostrerebbe il successivo
Traffic
). È, in pratica, diventato una sorta di Martin Ritt – quello, per intenderci, di
Norma Rae
– sia pur con più verve visiva. Tratto (ovviamente…) da una storia vera e filmato con uno stile freddo ma efficace,
Erin Brockovich
vive soprattutto delle performance dei suoi protagonisti, a partire da una straordinaria Julia Roberts. L’andamento è piacevole ma prevedibile, la storia già vista mille volte (basti citare
A Civil Action
di Steven Zaillian, praticamente una versione «al nero» del film di Soderbergh): eppure il risultato finale regge, coinvolge, scorre liscio fino alla fine, senza intoppi. Solido intrattenimento all’insegna dell’impegno civile, insomma, con tanto di «messaggio» accluso.
(andrea tagliacozzo)