Wonder Boys

Ex ragazzo prodigio delle lettere americane, Grady Tripp è ormai un ciabattante insegnante cinquantenne il cui secondo e attesissimo libro stenta a raggiungere la parola «fine». Durante il week-end che precede il Wordfest (occasione nella quale l’università locale sfoggia i suoi presunti talenti) la vita di Grady si incrocia inestricabilmente con quella di James Leer, proabilmente il suo unico studente dotato di genio letterario. Dopo l’esaltato ma incredibilmente manierato
L.A. Confidential
, Curtis Hanson – in altre occasioni dignitoso mestierante (
Cattive compagnie
,
The River Wild
) – è stato indicato come un erede del grande artigianato hollywoodiano (e tutto questo semplicemente per aver tradito Ellroy). Ovvio che da
Wonder Boys
fosse lecito non aspettarsi nulla di buono. Invece il film, pur confermando che Hanson non è in possesso di uno sguardo autonomo, può contare su un’ottima sceneggiatura (da sempre àncora di salvezza dei mediocri), che – caso raro – permette di affezionarsi alla svagata umanità dei personaggi. Sarà merito dell’aria autunnale del film, delle canne che si fa Michael Douglas, delle canzoni di Bob Dylan, Neil Young, Leonard Cohen & co. o della straordinaria bravura di Robert Downey jr. (che sta ancora marcendo in galera per questioni di droga, capro espiatorio nei confronti di Hollywood), ma
Wonder Boys
riesce a farsi voler bene nonostante l’assoluta mancanza di un’idea di regia. Non è proprio moltissimo ma, considerato l’attuale stato di salute del cinema americano, nemmeno pochissimo. Per una volta chi si accontenta gode (o quasi).
(giona a. nazzaro)

Obiettivo mortale

Satira esplicita, bizzarra e disinibita sulla nostra società dominata dalla televisione, incentrata sulla connessione tra un famoso giornalista (Connery) e un gruppo di terroristi, e sui possibili legami di quest’ultimo con il governo americano. Una sceneggiatura approssimativa riesce a centrare pochi obiettivi, ma trae vantaggio dal ritmo mozzafiato della regia.

Criminali da strapazzo

Uno sfigato appena uscito di galera affitta un negozio e vi monta una vendita di ciambelle a mo’ di copertura per svaligiare la banca adiacente attraverso un tunnel. Capita però che la moglie sia così brava a far frittelle da diventare miliardaria, rapidamente e legalmente. Le cose si complicano quando l’ambiziosa signora assume un infido «maestro di buone maniere» per essere accolta in società. La prima mezz’ora segna il ritorno di Allen a un cinema di pura comicità, anche fisica: quello per intenderci di Bananas e Prendi i soldi e scappa (anche se per noi italiani gli echi de I soliti ignoti sono fortissimi). Si ride, e parecchio, senza tanti pensieri. Ma l’idea regge appunto per mezz’ora, dopodiché Allen ci incolla un altro film e cominciano i guai. Perché Allen, grande autore di tragicommedie, se la cava male con la sophisticated comedy, e nel tentare la strada lubitschiana ( Mancia competente ) finisce per limitarsi alla satira – scontata e ripetitiva – dei parvenus. Senza il polo tragico, Allen non sa dare profondità alla frivolezza, e diventa superficiale. Ma in realtà il vero problema del film (meglio, della sua seconda parte) è Hugh Grant, attore sempre mediocrissimo, incapace di rifare decentemente i cicisbei alla Ralph Bellamy. (emiliano morreale)