Lolita

Per lungo tempo è stato uno dei capolavori misconosciuti di Kubrick. Pesava forse il confronto col testo di Nabokov, di cui il regista manteneva però solo lo scandaloso scheletro dell’intellettuale Humbert Humbert che si innamora della «ninfetta». Kubrick è imperturbabile come uno slapstick, come un Buster Keaton. Non a caso, il vero cuore del film è il personaggio proteiforme di Quilty, interpretato da Peter Sellers (geniale la sua contrapposizione con Mason). Un’invenzione, questa, che letta alla luce di Leslie Fiedler (il suo «Amore e morte nel romanzo americano» è di pochi anni prima), inserisce Lolita nella grande tradizione romanzesca americana. L’anno dopo sarà la volta del
Dottor Stranamore
(che anche Stranamore sia un ennesimo travestimento di Quilty?). Ma
Lolita
è soprattutto una straordinaria indagine sul desiderio nell’era della cultura di massa (geniale la scena al drive-in con
La maschera di Frankenstein
), una sorta di prova generale di
Eyes Wide Shut
. Valido anche come antidoto alla moda del panico pedofilo.
(emiliano morreale)