Il ritorno del Monnezza

Rocky Giraldi (Claudio Amendola) è il figlio di Nico Giraldi, poliziotto trucido della Roma che fu. Anche lui è nella polizia e usa gli stessi metodi disinvolti e arruffoni per contrastare la criminalità. Gli si presenta un nuovo caso, apparentemente banale: l’omicidio di un modesto ladro d’appartamenti. Spalleggiato dalla collega e amica  Betta e dal ladruncolo Tramezzino, scoprirà che dietro al caso si cela un complesso e torbido giro, che include politici e avvocati, droga e denaro sporco.
C’era davvero bisogno di dare un seguito alle avventure dell’ineffabile Nico Giraldi, poliziotto borgataro comparso per la prima volta nel 1976 ne Il trucido e lo sbirro di Umberto Lenzi? Che bisogno c’era di recuperare il mitologico Monnezza, osteso alle masse da Tomas Milian, per la voce di Ferruccio Amendola e le immagini di Bruno Corbucci? L’operazione è nata negli uffici della Cecchi Gori, dopo aver constatato il possente riscontro che l’epopea trash del Monnezza riscuote oggi nel circuito dell’home video. La prima urgenza che ha partorito questo sequel è stata economica, dunque, com’era immaginabile. Non è scandaloso, ma è un punto di partenza che è bene ricordare, soprattutto a coloro che sono particolarmente affezionati al poliziotto in tuta unta. Non che negli anni Settanta si girasse per beneficenza, beninteso. Ma quella era la stagione naturale di Nico Giraldi; riproporlo dopo venticinque anni di silenzio ha un significato diverso.
Carlo Vanzina alla regia, dunque, con Amendola junior, erede naturale del personaggio doppiato dal padre, che interpreta Rocky, il figlio di Nico che abbiamo visto nascere su un camper in Delitto a Porta Romana . La sceneggiatura passa ancora per le mani di Vanzina, che assieme al fratello Enrico e a Piero De Bernardi, cerca di attualizzare personaggio e vicende. Nelle intenzioni, più che il protagonista e il tono del film, dovrebbero cambiare i cattivi e il contorno sociale. Ma in realtà cambia un po’ tutto.
Claudio Amendola dovrebbe avere le migliori credenziali per impersonare un romanaccio, simpatico, villoso e con un parlata dialettale a prova di dna. Il problema è che, al contrario di Tomas Milian, fa ridere poco o niente. A penalizzarlo è la sceneggiatura, che gli cuce addosso un personaggio spuntato dal buonismo e dalla correttezza politica. Ne esce un «Robin Hood dei poveri» (parole di Amendola stesso) che difende extracomunitari e disabili, sorride tanto e sproloquia poco. Almeno rispetto all’originale. Tutto molto nobile ma francamente poco efficace. Anche Betta, la sua compagna, risulta affetta dallo stesso male: romantica  e de-volgarizzata, resta semplicemente bella e noiosetta. Le risate migliori – e sono comunque poche – le strappa Enzo Salvi, che con Tramezzino raccoglie l’impegnativa eredità di Bombolo. Non gli assomiglia, ma è il più fresco dei personaggi.
Vanzina filma senza acuti visivi una storia edificante, che col passare del tempo si allontana dall’immaginario monnezzaro per rientrare in quello tradizionale vanziniano. Dalle parti del finale il trentaduesimo inseguimento del film si svolge in motoslitta e diventa difficile non pensare ai vari Vacanze di Natale . Non basta disseminare il film di omaggi iconici e qualche battuta trapiantata dall’epoca d’oro.
Il risultato è che la versione riveduta e corretta delle avventure di Nico Giraldi è un insuccesso, o addirittura, un peccato. Soprattutto, un aggiornamento così «vanzinizzato» e buonista perde mordente e non fa ridere. La volgarità patinata perde il confronto con quella greve ma autocompiaciuta. Se il trash si regge sull’esasperazione, sul paradosso, allora questo film ha mirato troppo basso. Ma se non si voleva (o non si poteva?) calcare la mano – o perlomeno muoversi verso la direzione originaria – si torna alla domanda iniziale: che senso aveva quest’ostinato recupero?  (stefano plateo)