Ricordati di me

Una famiglia borghese come tante altre, in un quartiere residenziale romano. Padre, madre, figlio e figlia. Tutti che vogliono o volevano diventare qualcuno. Carlo (Fabrizio Bentivoglio), il padre, voleva essere uno scrittore e da anni ha il suo romanzo incompiuto, Giulia (Laura Morante), la madre, era un’attrice, Paolo (Silvio Muccino), il primogenito, vorrebbe essere come i suoi amici, appartenere a un gruppo ed essere ricambiato da una sua compagna di liceo, molto più sveglia di lui. E poi c’è Valentina (Nicoletta Romanoff), la figlia, decisa a fare la showgirl, a tutti i costi. La lucida determinazione della piccola di casa risveglia tutti i sogni degli altri componenti della famiglia. Carlo incontra una sua vecchia fiamma (Monica Bellucci), che lo galvanizza, Giulia riprende a fare teatro e pensa di innamorarsi del regista, Paolo fa una festa per essere accettato dagli altri e Valentina, a tappe serrate, arriva in televisione. E ora che cosa succederà? Dopo il grande successo de
L’ultimo bacio,
Gabriele Muccino ritorna sul grande schermo con un film molto più complesso e scioccante: la famiglia è nuovamente sgretolata, i valori non esistono più, conta solo autoaffermarsi e ottenere riconoscibilità all’esterno. Di chi è la colpa? Del sistema, della televisione, di noi stessi… Uno spaccato verosimile, un film che ne contiene altri quattro, una prova matura di scrittura e regia, un ritorno al cinema di quarant’anni fa, un film onesto, anche in tutti i suoi limiti. La paura di essere normali, questa la fobia che attanaglia una famiglia normale come tante altre. E se bastasse solo ascoltarsi un po’ di più?
(andrea amato)

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videointerviste
ai protagonisti del film

Inferno

La giovane newyorchese Rose Elliot scopre che nel palazzo in cui abita si cela mater Tenebrarum, una delle tre streghe di cui aveva scritto l’alchimista Varelli, ma la scoperta le costa la vita. Suo fratello Mark cerca di far luce sul mistero… Argento parte dal Suspiria de profundis di Thomas De Quincey (1845) per celebtrare un letterale trionfo della morte. Per i fan è l’apice del suo gusto barocco e visionario, per gli altri l’inizio di una fase calante, dove l’intrecci si riduce a una serie di elaborati ammazzamenti. Mario Bava cura gli effetti speciali in uno dei suoi ultimi lavori per il cinema. Seconda parte di una ideale trilogia che comprende Suspiria (1977) e La terza madre (2007).

Profondo rosso

C’è stile da vendere in questo horror-thriller senza senso, con Hemmings che dà la caccia a un killer sadico e psicopatico. Scene di omicidio paradossali e scioccanti, imbevute di una martellante colonna sonora rock, a tutt’oggi il più abile film di Dario Argento: un attacco deliberato ai nervi dello spettaore, martellato da un montaggio quasi subliminale, da una musica quasi ipnotica (del jazzista Giorgio Gaslini e dei Goblin) e da esplosioni di violenza rimaste ineguagliate. Sadico e malsano, in definitiva, ma girato con notevole intelligenza cinematografica. Qualche tocco di ironia comunque. La versione americana è più corta di venti minuti ed esibisce molta meno violenza. 

 

Zeder

Un aspirante romanziere scopre gli appunti di uno scienziato reietto riguardanti i terreni K, in grado di resuscitare i defunti che vi si seppelliscono. Indaga insieme alla moglie e scopre l’orribile verità. Un horror romagnolo, dalla medesima ispirazione di La casa dalle finestre che ridono, molto teso e intrigante, che in qualche modo anticipa il concept di Pet Sematary (il romanzo di Stephen King, poi divenuto film). Da vedere.

Nonhosonno

Torino: un serial killer che si ispira ai romanzi di un nano torna a uccidere dopo diciassette anni di silenzio. Sulle sue tracce si alternano un poliziotto ottuso e tecnofilo, il commissario in pensione che aveva condotto le indagini in passato e il figlio della prima vittima del mostro. Gli omicidi e l’indagine si snodano fra gli interni e i cortili torinesi, svelando inconfessabili viluppi familiari e ripercorrendo temi e personaggi noti agli appassionati argentiani. Il film comincia bene, con una sequenza in treno che diverte e mette paura e con la messa in opera di un’articolata serie di dispositivi che promette sviluppi interessanti. Niente di nuovo, certo: c’è tutto l’armamentario classico del thriller, ordinato lungo la consueta serie di opposizioni (notte/giorno, femminile/maschile, inconscio/razionale) e predisposto a tendere la trappola allo spettatore che ci sta. Francamente non chiediamo di meglio, e ci rimaniamo male quando ci accorgiamo che Argento, forse troppo preso dalla foga di prendersi gioco delle nostre necessità di razionalizzazione, perde il filo del discorso e sbanda da tutte le parti. Gli omicidi che seguono, con una notevole eccezione, sembrano girati da un altro regista e il film, mal sorretto da una sceneggiatura approssimativa, perde mordente e interesse.
Ma non sono le incongruenze che fanno sghignazzare i critici a disturbarci, quanto piuttosto il contraddittorio sforzo di riportare maldestramente ordine nella vicenda. Argento è un autore di mise en scène : perché impegolarsi in tali e tante spiegazioni, goffe e artificiose? Restano alcune sequenze memorabili, come quella dell’omicidio sul tappeto, e alcuni stacchi magistrali che restituiscono uno spazio sempre incompleto e inquietante, ma nel complesso il film ci sembra l’ennesima occasione mancata. E Argento, sempre di più, un grande stilista con un piccolo progetto. (luca mosso)